Il linguaggio non verbale nel resto del mondo

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Il linguaggio non verbale non ha un significato universale

Interpretare bene il linguaggio non verbale, è un prerequisito indispensabile per una comunicazione interculturale efficace. Accorciare le distanze ed entrare in contatto con popoli e culture diverse dalla nostra è una grande fonte di ricchezza, per tanti aspetti. Affinché ciò avvenga, conoscere le lingue straniere diventa sempre più importante, proprio al fine di creare rapporti umani e lavorativi con persone in tutto il mondo.

Ma, la conoscenza approfondita della lingua, non è di certo l’unico fattore a rendere la comunicazione efficace e ben riuscita. Non dimentichiamoci che in generale, la comunicazione avviene attraverso l’espressione contemporanea del linguaggio verbale e non verbale.

Il corpo, infatti, offre molte informazioni sia volontarie, per accompagnare ciò che stiamo dicendo, sia involontarie. Spesso però, non prestiamo attenzione ai linguaggi non verbali, perché li consideriamo universali quindi uguali in tutto il mondo, quando invece variano a seconda della cultura.

Va detto quindi che, alla base di gesti, atteggiamenti ed espressioni facciali (il linguaggio non verbale, appunto), ci sono valori e significati diversi che cambiano a seconda della cultura. Proprio per questo, al fine di non creare fraintendimenti interculturali, è doveroso prestare attenzione anche a questo aspetto della comunicazione.

La mimica facciale e il sorriso

Ad esempio, noi siamo abituati ad esprimere emozioni, sensazioni e giudizi anche con la mimica facciale. Ma in altre zone, come in Europa settentrionale, queste espressioni sono molto più controllate.

Anche nei confronti dei bambini la storia cambia. Per la nostra cultura è naturale lasciare i bambini liberi di esprimere i propri stati d’animo anche attraverso le espressioni del viso. Anzi, queste sono talvolta un mezzo prezioso, per capire ciò che sentono e cosa reca loro fastidio o dolore, nei casi di una eccessiva timidezza.

Al contrario, in Oriente non esiste il concetto di “espressione spontanea” e sin da bambini si è educati a controllarsi emotivamente, mostrando sempre compostezza e riservatezza nei confronti dei propri sentimenti.

Anche quando si tratta del sorriso, c’è una differente interpretazione da dare, a seconda della cultura. Come sappiamo, in Europa sorridere significa comunicare di essere d’accordo con quanto ci viene detto, di concordare con quanto sta avvenendo o comunque di essere in complicità con l’altra persona. In altre culture, questa interpretazione non è assolutamente scontata. In Giappone ad esempio, sorridere è spesso un modo per non offendere l’altra persona, magari uno straniero, quando si è in disaccordo e per imbarazzo si preferisce il silenzio. Va da sé quindi che non in tutte le culture chi tace acconsente!

In ogni caso, a prescindere dalla cultura, per distinguere un sorriso autentico e sincero da un sorriso sociale, cioè di circostanza, c’è un piccolo trucchetto da applicare: attenzione ai dettagli. Quando si sorride “veramente”, i lati della bocca e il labbro superiore vengono sollevati, ma soprattutto si formano attorno agli occhi delle piccole rughette, comunemente note come “zampe di gallina”. Secondo gli scienziati, in assenza di queste rughe, si tratterebbe di un sorriso meccanico.

Gli occhi: veicolo per eccellenza del linguaggio non verbale

La comunicazione interculturale non può prescindere dall’utilizzo dello sguardo che, d’altronde, è il veicolo per eccellenza del linguaggio non verbale. In Occidente, guardare l’interlocutore negli occhi può essere ritenuto un segno di sincerità o di sfida a seconda delle circostanze e dell’intensità dello sguardo. Se ciò avviene tra un uomo e una donna, quasi sicuramente traspare una proposta erotica.

Da noi quindi le donne hanno piena libertà di usare i propri occhi per sedurre oppure ostentare sicurezza. All’interno di molte culture eurasiatiche ed africane invece, vige ancora la regola della subordinazione. In un contesto lavorativo soprattutto, una donna non oserebbe mai fissare un suo superiore negli occhi.

Qualcosa di ancora più curioso accade in Giappone.
Abbassare gli occhi è per un giapponese una forma di assoluto rispetto, un modo per comunicare, ad esempio durante una conferenza, dove l’attenzione è massima e non si vuol correre il rischio di distrarsi.

Sicuramente un europeo fraintenderebbe questo modo di fare e avrebbe la convinzione che i suoi ascoltatori si siano addormentati. Ciò fa anche un po’ sorridere, ma capite bene che in termini di trattative economiche o affari lavorativi, la comunicazione interculturale fallirebbe all’istante. Bisogna quindi fare attenzione a non interpretare le espressioni delle altrui culture con la nostra chiave di lettura!

Mani e braccia: attenzione a dove le mettete!

Anche le mani e le braccia hanno un ruolo davvero importante nella comunicazione interculturalenon verbale. C’è chi non accetta entrambe le mani in tasca, come la cultura cinese o turca. C’è poi chi usa solo una mano, come la cultura araba. La mano sinistra è infatti considerata impura, quindi inesistente.
Nelle culture euro-americane, ci si aspetta una stretta di mano decisa soprattutto dagli uomini, poiché è considerata segno di virilità. D’altro canto viene anche ritenuta indicatore di un animo forte e sincero. Proprio per questo, soprattutto in Germania, la utilizzano anche le donne con orgoglio e naturalezza.

In Oriente invece, quando sono costretti a stringere la mano, non riescono a dosare la forza, che risulta per lo più essere poca. Ciò è dovuto al fatto che, soprattutto in Giappone e in Corea, salutare significa “inchinarsi”.

E lo sapevate che il gesto con le mani che noi interpretiamo con: ma che cavolo dici?”, in Turchia significa “ottimo, eccellente”? Pensate ad una comunicazione interculturale tra un napoletano ed un turco, senza una adeguata dose di competenza, che fraintendimenti verrebbe a creare!

Gambe e piedi: c’è chi li nasconde e chi li fa vedere

Per ultimo, è curioso analizzare come viene utilizzata la parte inferiore del copro, ossia gambe e piedi.

Incrociare le gambe, cioè appoggiare la caviglia al ginocchio, lasciando quindi che si veda la suola delle scarpe, viene ritenuto un gesto maleducato e irrispettoso soprattutto dagli arabi.

In altri contesti invece, come nelle culture scandinave, togliersi le scarpe è considerato un gesto naturale e di relax. É invece un segnale di rispetto soprattutto per le culture medio ed estremo-orientali, per esempio quando c’è l’ingresso in una moschea.

Infine, le culture orientali addirittura accettano il fatto di accarezzarsi i piedi in pubblico, con una specie di massaggio rilassante! Bisogna ammettere che si trattano proprio bene!!!


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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.