Da Santa Maria Capua Vetere al futuro del sistema penitenziario: intervista a Emanuela Belcuore

Emanuela Belcuore

Ambasciator ha intervistato Emanuela Belcuore, Garante delle persone detenute e private della libertà per la provincia di Caserta. Dalle prerogative del suo ruolo fino ai recenti fatti di Santa Maria Capua Vetere

L’intervista a Emanuela Belcuore, che da giugno 2020 è Garante delle persone detenute e private della libertà per la provincia di Caserta, si inserisce nell’ambito di una ricerca di carattere generale sui rapporti tra le famiglie dei detenuti e gli operatori sociali, che a vario titolo si occupano delle questioni legate al mondo della giustizia penale in Campania.

Dottoressa Emanuela Belcuore, quali sono state le tappe che l’hanno portata a ricoprire questo ruolo?

Una premessa: Io dico sempre che in un paese civile non dovrebbe neanche esserci bisogno di un garante. Per quanto mi riguarda, io ero un corrispondente di una testata giornalistica e mi occupavo di carcere quando c’erano convegni o manifestazioni, principalmente. Un giorno mi sono fermata a parlare con un detenuto che mi ha raccontato la sua storia. E da lì ho iniziato a guardare al carcere in maniera diversa.

Cosa era cambiato?

Questo detenuto stava guardando uno spettacolo teatrale e mi racconta la sua storia. Tutto qui.  Fino a quel momento per me il carcere lo conoscevo solo come giornalista. Da lì ho deciso di richiedere autorizzazione ai magistrati per tenere dei corsi di scrittura creativa all’interno del penitenziario, divenendo quello che viene definito un “ex art.17”, ovvero un volontario. Questo mi ha concesso anche di iniziare a fare alcuni colloqui con i detenuti. Da lì inizio a rendermi conto delle loro problematiche, che per noi possono sembrare superficiali.

Ad esempio?

Un esempio su tutti: la sala colloqui del carcere di Arienzo. Prima non c’era neppure un orologio. Tra detenuti e agenti penitenziari venivano a crearsi situazioni di tensione dovute alla durata dei colloqui, poiché non essendoci un orologio all’interno della sala i detenuti non sapevano realmente quanto tempo passavano con i propri cari e accusavano gli agenti penitenziari di “rubargli minuti preziosi”. Ecco una cosa così banale per noi all’esterno del carcere non lo è affatto per chi si trova all’interno.

Comunque, durante il lockdown del 2020 molti familiari dei detenuti iniziarono a rivolgersi a me.  Io collaboravo con l’associazione Carcere Viva, attiva da 30 anni sul territorio, quindi iniziai a conoscere alcune famiglie. Queste, quando è iniziata la pandemia, mi hanno preso come punto di riferimento. In seguito, ho scoperto l’esistenza di un bando per il ruolo di Garante per la provincia di Caserta, alla quale ho partecipato lo scorso anno.

Ha citato il periodo di inizio della pandemia. Quale è stato l’effetto del coronavirus sul mondo penitenziario?

È stato un periodo tragico. Perché l’anno scorso neanche noi sapevamo a cosa si andava incontro. Per quanto riguarda Santa Maria Capua Vetere, ad esempio, quando ci fu il primo caso di covid i detenuti lì dentro erano terrorizzati, perché chiaramente è impossibile mantenere le distanze in un luogo simile. Impossibile rispettare qualsiasi norma igienico sanitaria. A questo bisogna aggiungere che l’area sanitaria del carcere non era assolutamente pronta ad affrontare una situazione simile e nemmeno la Polizia Penitenziaria, come neppure i dirigenti. C’è stato molto spavento e pochissima comunicazione.

E questo ci porta a quanto successo proprio a Santa Maria Capua Vetere…

Lì, come in altre carceri, ci furono delle rivolte. In quel caso la versione ufficiale fu quella di autorizzare una perquisizione straordinaria. Questo almeno è la versione, appunto, formale. Quindi per cercare potenziali armi, come ad esempio mazze o addirittura olio bollente, che secondo i vertici della Penitenziaria erano custoditi dai detenuti e potevano essere usati come armi. In quel momento la direttrice Palmieri risultava assente, per motivi di salute.

Quello che è successo, però, è quello che la pm Troncone ha definito, senza mezzi termini, una “vera e propria mattanza“. Se ne è parlato molto, sotto ogni aspetto. Ma abbiamo visto tutti i video. E dopo tutto questo, per un anno, detenuti e guardie restano fianco a fianco, vicini giorno per giorno.

Immagino che lei fosse già a conoscenza della questione ben prima che diventasse di pubblico interesse?

Da aprile in poi io sono stata sommersa di audio, messaggi eccetera da parte delle famiglie di detenuti. Alcuni sono usciti di per scontare ai domiciliari o sono usciti per fine pena, quindi ho iniziato a ricevuto foto e documentazioni. Il problema è che all’epoca ero solo una volontaria, e neanche del carcere di Santa Maria Capua Vetere, perciò non potevo fare assolutamente nulla. Quando uscì questo bando per la provincia di Caserta io ero contenta perché pensavo “almeno posso fare qualcosa”.

Quando sono arrivata lì, il primo colloquio l’ ho fatto proprio con uno di quei detenuti che poi si seppe essere stato malmenato, e a cui era saltato anche un dente per le percosse. Da lì ho capito che si dovevo fare mia questa battaglia e andare avanti.

E qualcosa è successo. Ci sono state decine di arresti, molti agenti stessi ora si trovano dietro le sbarre.

La magistratura ha fatto il suo corso e sono state arrestate diverse persone. Alcuni sono agli arresti domiciliari, altri invece sono al carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Io sono andata anche lì, per cercare di capire come stessero queste persone. Perché per me non conta il reato. Sono andata in questo carcere militare e ho parlato con gli agenti della Penitenziaria arrestati. Loro erano presi dallo sconforto, ripetevano: “Noi siamo stati solo il braccio operativo”.  

C’è anche da dire che fortunatamente le telecamere, nonostante fossero state staccate, vanno a batteria, hanno continuato a registrare. Quindi bisogna ringraziare le telecamere che hanno continuato a registrare. La morte di un detenuto ha portato tutto a galla, però siamo fortunati. Non è sempre così. Comunque gli agenti arrestati mi hanno chiesto di aiutarli a fare luce sulle responsabilità dei piani alti.

Questa vicenda, comunque, ha sollevato un polverone. Sono venuti Draghi e la Cartabia, poi la senatrice Leone…

Il fatto singolare, quel giorno, fu che io non venni invitata a partecipare a nessuno degli incontri. Questa cosa mi è parsa strana, perché ho seguito la vicenda da prima che iniziasse e ne conosco un po’ tutti gli attori coinvolti. Forse ero l’elemento di disturbo… comunque si è preferito invitare solo il garante nazionale, che certamente svolge un ottimo lavoro, ma non conosce nello specifico le situazioni del carcere di cui si stava parlando. Non fui invitata, ma andai quel giorno a fare i miei classici colloqui in carcere, come sempre.

Dopo circa un mese, mi contatta la senatrice Cinzia Leone, che voleva visitare il penitenziario. Nonostante io non ami molto le vetrine politiche, accettai. E quel giorno accadde un altro fatto singolare. Un soggetto, inizialmente indefinito, si unì a noi nella visita. Venne poi fuori che si trattava del compagno della direttrice, che non aveva certo autorizzazione necessaria per quel tipo di attività, a cui di solito partecipava gente importante, come la senatrice. La stessa che, una volta finita la visita, descrive sui propri canali social dell’accaduto. Da lì si alza un polverone, che in due giorni porta alle dimissioni della direttrice. Altri due giorni dopo la senatrice farà un’interrogazione parlamentare sull’accaduto e sulla figura di Armando Schiavo.

Dottoressa Emanuela Belcuore, lei ha un punto di vista interno e quindi certamente privilegiato. Pensa che ci saranno cambiamenti drastici nel prossimo futuro? Cosa suggerirebbe?

C’è una cosa che può sembrare banale, ma non lo è affatto. Per prima cosa, la riapertura del carcere ai volontari, anche nelle ore serali. Dopo delle 2 del pomeriggio il carcere è un deserto: non ci sono attività , non c’è nulla. Non ci sono volontari che farebbero da cuscinetto. Sono fondamentali. Un altro passo importante sarebbe quello di lavorare sull‘area sanitaria. Servono le figure trattamentali adeguate e serve velocizzare della magistratura di sorveglianza.

Certo, ci troviamo in una fase politica molto delicata. La classe dirigente non ha contezza di quello che accade nelle carceri, lo abbiamo visto. Noto che la ministra Cartabia, che è una giurista professionista e ha conosciuto dall’interno le carceri, sta facendo tutto a piccoli passi. Ci vorrebbe una forte volontà di stravolgimento del tavolo da gioco. Stiamo a vedere…

Fonte: Ministero della Giustizia: https://www.giustizia.it/giustizia/

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.