Intervista a Gaetano Aronica

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Gaetano Aronica

L’attore agrigentino è Varo, il generale romano in Barbarians, la nuova serie targata Netflix.

Ha vestito i panni di diversi personaggi storici e non ; una carriera che vanta di un’ importante collaborazione con Giuseppe Tornatore , in Malèna (2000) e Baarìa (2009) e non solo ( lo ritroviamo anche in “Sulla mia pelle 2018, di Alessio Cremonini ).

Non solo cinema o non solo teatro, un amante della sua terra e dei giovani.

Ora su Ambasciator.

Da Varo a Manzoni, passando per Virgilio e Boccaccio, sono solo alcuni voli, mai pindarici, di questa intervista.

Tanti e tanti spunti di riflessione , il continuo scambio tra passato e presente, baluardo della cultura classica.

Quando sono iniziate le riprese di Barbari?

Le riprese dei “Barbari” sono iniziate prima che tutto questo cominciasse, due estati fa , tra aprile e agosto 2019.

Com’è stato lavorare in una produzione Netflix?

Bellissimo, io ci avevo già lavorato, avevo fatto una serie , “Luna nera”. Interpretavo un frate inquisitore, ma la serie non è andata come si sperava. Mi è dispiaciuto. Ma comunque “Barbari” era una produzione Netflix all’estero, mi ispirava lavorare con tedeschi, americani, inglesi e francesi. Era un sogno lavorare nel Paradiso della televisione, del Cinema. Non avevo mai visto un tale dispiegamento di forze, di grandiosità , di professionalità.

Come si è trovato ? Era l’unico italiano?

Benissimo, davvero.

No, non ero l’unico italiano, c’erano altri due attori, ma sì, l’unico protagonista italiano.

Come si è approcciato allo studio del latino? Ha fatto qualche corso o è quello scolastico?

No, ho fatto il classico, per cui ho studiato il latino, ma non ero tra i più i bravi.

Quando l’uomo si trova in difficoltà trova dentro di sé delle forze che non credeva d’avere. Io sono stato avvantaggiato dall’aver frequentato il classico, ma è anche vero che non ricordavo il latino. Però noi meridionali abbiamo una musicalità, loro si sono innamorati del mio modo di interpretare il latino.

Sì, è una voce gonfia, carica di pathos.

Le cose bisogna sentirle, saperle dire. Non dire la battuta e basta, bisogna sapersi mettere in gioco. Ho utilizzato il rapporto con mio figlio, un adolescente. La sofferenza del padre che si sente tradito dal figlio , col quale ha un’incomprensione forte. Ci ho messo molto del mio, altrimenti perché la gente dovrebbe emozionarsi.

Nella scena finale in cui Varo si uccide, si vede che c’è del sentimento forte, soprattutto nel momento in cui guarda Arminio negli occhi. Al fatto storico si intreccia la vicenda personale di chi recita, traspare altro. Mi sono emozionata.

Il suicidio era comunque accettato, prendiamo ad esempio Catone l’Uticense, ma qui è diverso. Mi ricorda la madre di Nerone che si fa pugnalare nel ventre.

Tutto ciò che fa parte della cultura non è perfetto. I romani sceglievano i figli. Roma non era una città, era un sogno, un’idea. Per i Barbari le strade dei romani erano opere del demonio, ed era anche questa la forza di Roma.

Amo fare l’attore,ho la possibilità di vivere molte vite. Poter studiare cose che altrimenti non studierei, oggi Varo domani magari la guerra di Troia.

Prima era normale essere vinti e vincitori e dunque accettarne le condizioni. Noi non lo comprendiamo, possono apparci come delle crudeltà inaudite. Ma nel momento della battaglia anche i barbari sono spietati nei confronti dei romani, è una crudeltà reciproca. Mentre prima la narrazione sembrava a favore del punto di vista barbaro, nel momento della vittoria il vincitore si accanisce contro il vinto, incondizionatamente. Non esiste buono o cattivo.

Hai toccato due punti fondamentali della storia. Innanzitutto i buoni e i cattivi. Questa è una tradizione italiana , la distinzione tra i primi e secondi. Netflix ha avuto il coraggio di affrontare il lato oscuro dei personaggi ( ed è ciò che mi interessa di un personaggio). Varo preferisce farla finita che continuare a vivere dopo aver perso la stima, il figlio, l’Impero. La sua carriera viene spezzata quando doveva fare il salto, estendere i confini dell’Impero.

È un lato importante della narrazione, bisogna affrontare il personaggio a 360°, lo rende più vero. Ci sono i buoni e i cattivi, ma con delle sfumature.

Seconda cosa, non giustifichi i romani, fai un’analisi seria di chi ha studiato il fenomeno. Se non sbaglio fu Tacito a interrogarsi su chi avesse perso chi, la Germania Roma o Roma la Germania (?). Questi ultimi infatti ritardano di molto il processo di “civilizzazione”, Roma avrebbe portato tantissimi vantaggi. È un mondo spietato dove la vita vale molto meno.

Parlando di vinti e vincitori mi viene in mente Virgilio, che è forse il primo a rompere questa distanza tra vinti e vincitori, ad esempio nel momento della narrazione della morte di Didone.

L’artista deve essere sempre avanti, pensiamo a Camus con la peste, Sciascia, rischiando anche di non essere capito. Solo Virgilio poteva permettersi un lusso simile, sono i vincitori che fanno la storia e appunto di raccontarla come vogliono.

È questa la più grande vittoria.

Si può attualizzare la descrizione della peste di Boccaccio, non vi è più umanità, vi è paura del contatto/contagio. Lo stesso anche in Manzoni. Noi abbiamo l’esempio del Corona Virus.

È questo il senso dello studio. Il successo è una strada. Questo modo di studiare è il senso della cultura, diversa dall’erudizione ( quando uno sa), la cultura ci aiuta a vivere meglio. Saper spaziare da Publio Quintilio Varo a Boccaccio, Manzoni, Virgilio, Tacito, ecco il senso dello studio.

Il senso dello studio sta appunto in un segreto, quello di fare i collegamenti. Studiare in questo è una strada del successo. Ne ho fatte tante di interviste, ma mai una così bella.

Mi interessa il futuro dei giovani.

È questo il senso di questo periodo, purtroppo la difficoltà non ci rende migliori ma peggiori, ed ecco Manzoni. I capponi di Renzo, vanno a morire ma si beccano fra di loro; noi per volerci bene dobbiamo stare separati, virtualmente vicini. In questi momenti la cultura ci aiuta anche superare questa mostruoisità dell’uomo, che non tende a risolvere i problemi ma a lottare per far prevalere il proprio pensiero.

Gaetano Aronica

Qui l’intervista integrale, di cui consiglio la visione.

Ringrazio di cuore Gaetano Aronica per la sua disponibilità.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.