Intervista a Teresa Saponangelo: “David di Donatello? Un percorso ricco di esperienze bellissime”

intervista teresa saponangelo

L’attrice Teresa Saponangelo ci ha raccontato cosa ha significato vincere un David di Donatello, il suo rapporto con Sorrentino e l’importanza di fare la scelta artistica giusta sin dall’inizio

Il 3 maggio si è svolta la 67esima edizione dei David di Donatello. In una serata condotta da Carlo Conti e Drusilla Foer, in diretta su Rai 1 dagli studi di Cinecittà, il film di Paolo Sorrentino,È stata la mano di Dio”, ha ottenuto un grande successo, portandosi a casa premi quali: miglior film, migliore regia, migliore attrice non protagonista a Teresa Saponangelo e migliore fotografia a David Giovani.

Abbiamo intervistato Teresa Saponangelo per discutere del David, della sua carriera artistica e per dare qualche consiglio a chi voglia intraprendere la carriera di attore.

Cosa significa vincere un David di Donatello?

R: “Ha significato mettere un punto su un percorso lungo e ricco fatto di film e di esperienze bellissime. Quando si partecipa ad un film di Paolo Sorrentino, apprezzato e visto da tante persone è chiaro che si è felici di ricevere un riconoscimento così importante. Non è sempre così scontato, non è automatico perché spesso una cattiva distribuzione non consente di diffondere e far apprezzare anche film importanti. 

Il David di Donatello è l’anello di congiunzione  tra un film di qualità, un’interpretazione fatta bene, il pubblico che l’ha visto, una distribuzione importante come quella di Netflix dopo il cinema”.

Quale significato ha avuto impersonare il ruolo di Maria?

R: “Maria è stato un ruolo delicato per Sorrentino. Quindi una grande responsabilità visto che Paolo mi ha scelto per un ruolo delicato come quello di sua madre. Un personaggio tenero, dolce ma allo stesso tempo malinconico. Ho avuto la necessità di costruire una figura ricca, sfaccettata, che mi ha permesso di giocare su più piani narrativi. 

Il pubblico ha molto apprezzato il mio lavoro. La gente, a volte, mi ferma per dirmi quanto sia piaciuto questa o quella scena”. 

Com’è stato lavorare con Paolo Sorrentino?

R: “Esperienza bellissima. Sorrentino è stato fantastico così come tutti coloro che hanno lavorato in questa produzione. Ci sono stati molti momenti di commozione quando abbiamo girato, perché è stato un lavoro catartico. Scrittura della sceneggiatura determinante dalla quale partire. Rimettere in scena la morte dei propri genitori è stata una sorta di terapia per Sorrentino. Il regista ha colto anche suggerimenti e impressioni da parte di noi attori perché lui si fida degli attori a cui si è affidato. Paolo ha una grande sensibilità, un grande istinto. Non segue percorsi già tracciati, si mette in discussione, sa rischiare”.

Qual è il personaggio al quale è maggiormente legata Teresa Saponangelo?

R: “Si è legati a delle esperienze che ti hanno dato di più, che ti hanno lasciato qualcosa. Per cui una delle esperienze più belle è stata “Polvere di Napoli” di Antonio Capuano o “Tutto l’amore che c’è” con Sergio Rubini, “Il bene mio” di Pippo Mezzapesa. Tutti momenti indimenticabili perché si è creato qualcosa sul set, si è stati bene con la squadra. Con il “Tartufo” di Molière che sto facendo a Lione con il regista Jean Bellorini, sto vivendo un momento meraviglioso, con colleghi di livello, che viaggiano allo stesso livello”. 

Quali sono le differenze tra lavorare in Italia e all’estero?

R: “Stiamo lavorando a teatro come prima ho ricordato, a Lione. le risorse messe a disposizione per la Cultura sono diverse. Un teatro moderno, con la piscina, un ascensore che permette di sollevare un camion a livello del palcoscenico. Anche il pubblico è diverso, è sempre pieno. La gente va a vedere uno spettacolo in italiano, con i sottotitoli. Abbiamo avuto una risposta meravigliosa. Se si lavora all’estero e si supera la barriera linguistica può essere veramente un’esperienza fantastica”.

Lei ha recitato a teatro, per la televisione, il cinema, la radio. Cosa si sente di consigliare a chi vuole intraprendere la carriera di attore? 

R: “Prima di tutto non bisogna correre, perché è una carriera che si può fare per tutta la vita. Bisogna scegliere, soprattutto all’inizio, non solo ciò che può soddisfare economicamente ma soprattutto interiormente. In termini umani, di incontri che ti cambiano. Fare scelte che siano coerenti con noi stessi e fare lavoro di squadra. 

All’inizio della mia carriera ho fatto delle scelte difficili. Ho saputo dire di no anche a progetti importanti che mi avrebbero indirizzato verso percorsi che non mi appartenevano. 

Ai David di Donatello ho ringraziato parte della mia famiglia artistica napoletana alla quale appartengo, alla quale ritorno e che mi ha dato tanto in termini professionali e umani. 

Bisogna appartenere ad una famiglia artistica”.