‘Io speriamo che me la cavo’, manifesto delle battaglie quotidiane più dure

Io speriamo che me la cavo

Un film che ha accompagnato una generazione di partenopei, ancora vivo dopo più di trent’anni

Io speriamo che me la cavo è il titolo di un film del 1992 diretto da Lina Wertmüller e interpretato da Paolo Villaggio, tratto dall’omonimo libro di Marcello D’Orta. Ma è anche un modo di dire prettamente napoletano.

In situazioni di difficoltà e disagio è la frase che diventa a sostegno del proprio umore

Nel film il maestro, interpretato da Paolo Villaggio, voleva rompere gli schemi, riportare la legalità partendo dalla scuola, dallo studio, dalle sane abitudini. Contrastato da un sistema marcio che, partendo dalle istituzioni, rendeva paradossale la vivibilità degli interpreti, si ritrova a combattere ogni giorno contro i mulini a vento: la direttrice, il bidello, il primo cittadino. Famosa la scena in cui dal barbiere lo stesso si fa insaponare la barba da un minorenne, facendo finta di non essersene accorto.
Difficile, dapprima, anche il rapporto con gli alunni che mal sopportano le sue regole ma poi si affezionano e diventano i primi alleati.

In situazioni di difficoltà e disagio, “Io speriamo che me la cavo” è la frase a sostegno del proprio umore

Io speriamo che me la cavo racchiude in sé un riso amaro fatto di degrado, tragedie familiari, ignoranza ma anche tanto amore, riscatto, rinascita e riflessione. Il maestro, però, su indicazione della preside e di altri collaboratori deve lasciare l’istituto e ritornare nella città d’origine, con tanto dispiacere per aver aiutato tutti gli alunni e con il rammarico di non essere riuscito a cambiare le cose appieno.

Io speriamo che me la cavo rappresenta per i napoletani un modo per esorcizzare quanto di buono si fa nella vita, per gli altri, senza secondi fini ma con la costante paura che dopotutto qualcosa ci si rimette sempre, tempo e tanta sfiducia. Perché spesso sono proprio le istituzioni a remarti contro quando cerchi di cambiare le malsane abitudini, i sistemi più grandi di te. Perché se per anni è andata così, per molti, a causa dei propri interessi, deve continuare ad andare così.

La morale del film è tutta nel finale, chi ha la meglio?

È vero, il maestro interpretato da Villaggio è costretto ad andar via perché aveva rotto il mercato di un’abitudine sbagliata, ma ad accompagnarlo al treno è stato uno dei suoi alunni più ribelli, quello mezzo delinquente che non ascoltava nessuno e si presentava sempre con fare minaccioso.

Paolo Villaggio è riuscito ad arrivare al cuore di questo alunno, a cambiare le cose pur rimettendoci le penne con un trasferimento. Ma chi ha vinto alla fine della storia? Sicuramente non la direttrice o il collaboratore scolastico che tutto sembrava fuorché un’aiutante degli alunni, gli stessi lo definiscono lo zerbino della preside perché riportava i fatti a modo suo screditando la figura del maestro. La scuola ben sapeva che l’impronta data era sbagliata ma l’elemento da eliminare era ‘O maestro‘.

È lui con la sua innovazione, il suo garbo, la sua lealtà che dava fastidio al sistema marcio. Era più semplice toglierlo di mezzo che cercare di recuperare i ragazzi nel pieno rispetto delle regole.
Per tutti Io speriamo che me la cavo è un’insegnamento di vita, una frase non come le altre. Diventa manifesto di una battaglia che quotidianamente si vuole combattere, con spirito napoletano.
Quindi, col cuore in mano.

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