La Compagnia dei Bianchi della Giustizia

Compagnia dei Bianchi della Giustizia

I Confratelli della Compagnia dei Bianchi della Giustizia accompagnavano i napoletani incontro alla morte

Tra il Quattordicesimo ed il Quindicesimo secolo in tutta Europa la legge e la sua applicazione divennero di una violenza inaudita, le torture e la pena di morte iniziarono ad essere applicate anche per i condannati che si erano macchiati di reati minori.

Anche Napoli, capitale contesa tra Angioini e Aragonesi, visse questa escalation di violenza e a nulla valevano le rivolte popolari che erano, a maggior ragione, sedate nel sangue.

In questo clima nacquero molte associazioni caritatevoli che lenivano la sofferenza dei condannati a morte e delle loro famiglie destinate spesso a rimanere, dopo l’arresto e l’esecuzione dei propri uomini, in condizioni di miseria estrema.

Nel 1430 a Napoli il francescano San Giacomo della Marca fondò la Confraternita dei Bianchi della Giustizia.

I confratelli accompagnavano al patibolo i condannati pregando per loro, curavano le loro ultime volontà e li seppellivano in terra consacrata dopo l’esecuzione, poi si facevano carico delle necessità delle famiglie rimaste prive di sostentamento.

La Compagnia dei Bianchi della Giustizia

Il colore del saio indossato e del lungo cappuccio che li nascondeva alla vista degli altri era bianco da cui il loro nome. La loro sede fu il chiostro del monastero di San Pietro ad Aram fino al 1534, anno in cui si trasferirono presso l’Ospedale degli Incurabili.

Fu proprio Maria Longo, la fondatrice di questo ospedale che era il più grande del regno, che mise a loro disposizione dei locali dove poter svolgere le attività di assistenza agli ultimi.

La Confraternita agli inizi si finanziava con la semplice questua fatta per strada in nome delle anime dei condannati a morte ma col tempo divenne una facoltosa istituzione. Il riconoscimento canonico di Papa Clemente VII nel 1525, diede visibilità e prestigio ai confratelli che poterono chiedere anche le donazioni di una nobiltà bieca ma pronta a comprare un posto in paradiso e la compiacenza del clero attraverso l’elemosina.

La Confraternita fu animata da uomini illustri tra cui futuri papi, cardinali e addirittura santi pervasi dallo spirito di carità e dalla vocazione del servizio.

I Bianchi della Giustizia, durante la loro opera, tennero dei registri delle esecuzioni avvenute a Napoli che presenta numeri raccapriccianti.

Dal 1562 al 1862 furono registrate infatti migliaia di esecuzioni capitali. A portare avanti il macabro conto furono impiegati più di duecento scrivani grazie ai quali sono pervenuti a noi i nomi, le professioni e le motivazioni delle condanne di tutti i napoletani passati tra le mani del boia. Questi inquietanti e preziosi registri sono attualmente custoditi presso l’Archivio Storico Diocesano di Napoli.

Attraverso le motivazioni che hanno portato alla condanna a morte di questi uomini si sono riusciti a ricostruire anche i passaggi salienti di importanti eventi della storia cittadina.

La terrificante Rivolta della Farina

Il periodo in cui ci furono più esecuzioni fu quello che seguì la cosiddetta Rivolta della Farina. Nel 1585 il duca di Osuna Pedro Téllez-Girón y de la Cueva, viceré del Regno, fece esportare il grano prodotto a Napoli in Spagna per contribuire allo sforzo bellico in atto nelle Fiandre (Guerra degli Ottanta Anni). Questo provocò un’impennata del prezzo del pane, uno dei pochissimi alimenti che il popolo poteva permettersi.

Di conseguenza in città scoppiarono tumulti durante i quali il popolo affamato e allo strenuo delle forze si diede al saccheggio. L’ira dei napoletani si scagliò anche contro l’eletto a rappresentare il popolo presso il governo cittadino, Giovanni Vincenzo Starace, che non si era opposto alla decisione del viceré.

La folla inferocita lo catturò, lo malmenò e lo colpì al petto con una coltellata per poi lapidarlo, mentre era agonizzante, in Piazza della Selleria. Dopo la morte fu squartato e smembrato, il suo cuore fu mangiato dalla folla e i suoi resti dispersi ai quattro angoli della città.

Davanti a tanta ferocia il viceré tornò sui suoi passi e il pane arrivò di nuovo sulle tavole al prezzo di prima. La rivolta si spense ma la giustizia iniziò il suo corso e fu più crudele di quanto non lo fossero stati i napoletani durante i tumulti.

In pochi giorni furono arrestati 400 rivoltosi che furono fustigati in pubblica piazza. Furono eseguite 36 condanne a morte e comminati 18 ergastoli. 300 persone furono espulse dal regno e allontanate per sempre dai propri cari.

Dal mese di luglio a quello di novembre venne eseguita una condanna capitale al giorno e la Confraternita dei Bianchi della Giustizia accompagnò nell’ultimo viaggio tutti i napoletani che andarono al patibolo.

L’ultimo viaggio del condannato a morte

Il condannato camminava tra due ali di folla, accompagnato dai Confratelli, negli stessi luoghi dove era avvenuto il massacro dell’eletto del popolo, ricevendo la fustigazione. Arrivato in Piazza Mercato, sul patibolo allestito ormai perennemente, veniva prima torturato con una pinza rovente poi impiccato e, ancora agonizzante, il boia lo squartava.

Non ancora soddisfatto dalle modalità con cui i condannati venivano uccisi, il viceré ordinò che ai corpi non fosse data sepoltura e fece allestire un macabro monumento alla Chiavica della Selleria, l’attuale Piazza Nicola Amore nella quale sorgeva la casa del capo della rivolta Giovan Leonardo Pisano, dove i resti e le teste dei rivoltosi rimasero esposti per dieci mesi.

Durante la Rivoluzione del 1799, anni dopo, i Bianchi diedero conforto ad illustri condannati a morte tra cui Domenico Cirillo, Eleonora Pimentel Fonseca, Gennaro Serra di Cassano, Mario Pagano, Vincenzo Russo e Luigia Sanfelice.

Un patrimonio artistico di valore inestimabile

Oltre ai registri sui quali è possibile rileggere la storia sfortunata di tanti napoletani, la Confraternita dei Bianchi ha lasciato un patrimonio artistico di valore incommensurabile, accumulato grazie alle offerte dei ricchi nobili napoletani durante la loro opera. Nella cappella di Santa Maria Succurre Miseris, all’interno del complesso degli Incurabili, ci sono opere pittoriche di Josè de Ribera, Giovan Battista Beinaschi, Pacecco De Rosa e Giovanni Merliano da Nola. La stessa cappella è definita “Il gioiello della corona del Barocco Napoletano”, oltre che per i quadri, anche per i suoi intarsi lignei, gli affreschi e le statue.

L’opera che ha più colpito i visitatori di tutti i tempi è La Scandalosa, nel Museo delle Arti Sanitarie, una statua in cera che rappresenta con un impressionante realismo gli effetti devastanti della sifilide sul volto di una giovane donna. Si aggiungono a questi i primi segni del disfacimento post mortem, gli insetti necrofagi ed i ratti. Raccapricciante memento mori tipicamente barocco. Secondo alcuni storici dell’arte questa statua veniva mostrata alle giovani “pericolanti”, spesso figlie dei condannati a morte, che per la disperazione economica in cui si trovavano si davano alla prostituzione. Una forma di pubblicità progresso del passato.

Nei locali del Museo delle Arti Sanitarie, sono conservati anche oggetti personali appartenuti ai condannati a morte e le corde usate per le impiccagioni. Le stesse venivano requisite alla fine di ogni esecuzione per non consentire al popolo di ricavarne “blasfemi amuleti” o farne commercio.

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