“La vita secondo Gimbo”: Tamberi, l’oro di una vita a Tokyo 2021

Tamberi

Tamberi: “Road to Tokyo 2021”

È stata lunga la strada verso i Giochi Olimpici di Tokyo 2021. Per il mondo intero, che a causa di questa maledetta pandemia ha visto rinviati di un anno i Giochi previsti nella capitale Nipponica. Per Gianmarco Tamberi, che aspettava questo momento da quel maledetto infortunio che lo tenne lontano dai Giochi Olimpici di Rio 2016, quando a Montecarlo, in un caldo Luglio, nella nona tappa della Diamond League Tamberi realizzò prima il miglior risultato italiano di tutti i tempi a 2.39 metri per poi ritoccarlo ulteriormente saltando a 2.41. 7 giorni prima si era appena laureato campione d’Europa ad Amsterdam.

Nel saltare, qualcosa andò storto: prima di staccare Gianmarco poggiò male il piede sinistro, infortunandosi in maniera grave: lesione del legamento deltoideo della caviglia sinistra, 4 mesi di stop, e addio Olimpiade. Lacrime che sapevano di delusione, scippo.

Un affranto Tamberi, parlò così a quei microfoni: “Vorrei urlare che tornerò più forte di prima, ma ora riesco solo a piangere. Ridatemi la mia Rio”. La sua Rio l’ha riavuta, eccome.

Sul gesso che sarà costretto a portare per i successivi tempi, Tamberi scriverà “Road to Tokyo 2020”, poi corretto in 2021, dopo l’ufficialità del rinvio. Gimbo farà di quel gesso il suo vessillo, la sua più grande motivazione, portandolo con sé anche durante la finale.

La gara di Tamberi

È stata una finale dall’elevato tasso tecnico. Ai 2.27 metri sono ancora in 12 gli atleti in gara. A 2.30 sono in 10, a 2.33 in 7. La gara comincia a farsi dura e quando i duri cominciano a giocare, Tamberi e Barshim ne diventano i protagonisti: nessun nullo fino ai 2.37, fatti in totale scioltezza per entrambi. Il nostro Gianmarco, tra le altre cose, si conferma vero mattatore. Nonostante l’assenza di pubblico, la sua capacità di trascinare le parti coinvolte nella gara è eccezionale. Quando salta lui, le mani battono a dettare il tempo mentre tutti aspettano che tocchi il cielo, addetti ai lavori, staff, atleti in gara ed il papà Marco in tribuna.

A 2.39 d’altezza in gara ne sono rimasti in 5, ma solo Tamberi e Barshim hanno 3 tentativi. Gli altri falliscono il loro, ma anche i due campioni faranno lo stesso. L’ultimo salto di Tamberi è da pelle d’oca: l’inquadratura della regia si concentra su quel gesso portato a bordocampo, negli occhi di Gianmarco c’è tutto quello che ha passato in questi anni. La voglia di rialzarsi, di combattere, la capacità di non essersi arreso. Il salto non va, ma tanto basterà. Tamberi e Barshim si accordano per vincere l’Oro Olimpico ex aequo. Può scoppiare la festa e con lei le lacrime di Gianmarco.

L’eredità di Tamberi

No, non è un oro qualsiasi. È una medaglia che non va vista solo come trionfo sportivo. È la medaglia della resilienza e, credetemi, mi duole molto dover utilizzare una parola che purtroppo nell’ultimo periodo è stata molto svilita del suo significato per finire ad essere motivo di tatuaggi poco originali e dozzinali fatti da persone che non ne comprendono il reale senso.

La resilienza è sostanzialmente, in psicologia, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Se non è resiliente la medaglia di Tamberi, cos’altro deve esserlo? A meno di un mese dalle Olimpiadi di Rio 2016, nel punto più alto della tua carriera, mentre raccogli medaglie e record accade l’imponderabile. Un maledetto infortunio ti tiene fuori dai Giochi e che mentalmente ti butta giù, lasciandoti sprofondare. Sudare e pianificare il lavoro per anni, per poi vederti tolta la possibilità di gareggiare dalla sorte. Non è semplice da superare per un atleta.

Sappiamo quanto la mente giochi un ruolo fondamentale nello sport, lo abbiamo visto anche recentemente con la storia di Simon Biles, costretta a doversi ritirare dagli attuali Giochi in corso perchè proprio la mente, purtroppo, l’ha abbandonata. Puoi lavorare quanto vuoi sul fisico, migliorando gli aspetti tecnici, ma se non hai testa e cuore, purtroppo non arrivi da nessuna parte. Nello sport, come nella vita.

Questa non vuole essere una critica a chi non ce l’ha fatta come la Biles, anzi. Anche perchè da dimostrare, la Biles aveva pochissimo. L’unica cosa che ha dimostrato è stata ancor di più la sua forza, da vera campionessa, nel momento in cui ha deciso di farsi da parte per recuperare sé stessa.

La mente va rispettata, il dolore va rispettato. E Gianmarco ha fatto esattamente questo. Sono stati 5 anni duri, nei quali ha prima pensato di smettere per poi ritrovare gli stimoli giusti per tornare a lavorare con mente, cuore e fisico. Trionfando, riuscendoci.

Tamberi e Barshim: lo spot più bello

Non esiste altra persona con cui avrei voluto condividere pedana e medaglia se non Barshim – racconta Tamberi –. Ha avuto il mio stesso infortunio, sa cosa ho passato e io so cosa ha passato luiOra siamo qui, a goderci la stessa medaglia”.

“Two is better than one” le parole di Barshim.

Che storia, davvero. Una medaglia ex aequo dal sapore di sport, di lealtà. Due atleti che in onore dei loro percorsi, dei loro precedenti infortuni, hanno messo da parte l’agonismo sportivo, quello caratterizzato da quel sano arrivismo che ti consente di far fuori gli altri per primeggiare, soprattutto negli sport individuali. Da amici quali sono, hanno scelto di condividere insieme la gioia di un’Oro Olimpico, regalandoci un abbraccio stupendo, sano. Un abbraccio dal sapore di sport.

Lo stesso abbraccio che Gimbo è andato a regalare al suo altro grande amico: Marcel Jacobs. I nostri ragazzi, in poco meno di 10 minuti, ci hanno regalato quelle che probabilmente resteranno le due più grandi gioie dello Sport Italiano, in particolare per quello Olimpionico. In un 1 Agosto 2021 di un’estate Italiana che ricorderemo per sempre.

Abbiamo assistito alla storia. Abbiamo visto Gianmarco volare, proprio come ha sempre fatto nell’altra sua grande passione: la pallacanestro.

Se dovessi dedicarti una canzone, caro Gianmarco, sarebbe “I Believe I Can Fly” di R. Kelly. Perché sì, caro Gianmarco, oggi hai spiccato il volo. E l’hai fatto solo perché ci hai creduto.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.