L’anno in cui imparai a leggere: le mille sfumature della parola famiglia

L'anno in cui imparai a leggere

L’anno in cui imparai a leggere” è stato il quinto romanzo di Marco Marsullo, uscito esattamente due anni fa. Lo scrittore ci spiega il significato della parola famiglia attraverso la storia commovente di Niccolò e Lorenzo

Chissà che faccia avrai da grande, Lore. 
Se assomiglierà ancora un po’ a questa che hai adesso, triste e felice, sbalordita, curiosa. 
Chissà se i tuoi occhi chiederanno ancora <<perché>> a chi ti parla. […] 
Diventerai grande. E tua madre, e chiunque sarà accanto a te, si ammattirà a starti dietro. Eppure adesso sono triste perché tutta questa mole di problemi, questa valanga di confusione, io non la vedrò. Sarò, forse, chi lo sa, un uomo più libero. Ma senza te.

Niccolò ha 25 anni e di professione fa lo scrittore. Ha una vita irregolare e disordinata tipica di chi vive da solo e trascura una routine sana. Il suo romanzo d’esordio ha avuto molto successo, ma sembra che la sua fantasia si sia già consumata a tal punto da non riuscire a scriverne un altro. 
Simona l’ha incontrata durante una delle presentazioni del suo libro. È bastato un solo sguardo per innamorarsene subito. Bella, indipendente, responsabile e madre.  
Simona ha un figlio che si chiama Lorenzoun quattrenne – come lo definisce Niccolò – che vive in simbiosi con la mamma, la sua unica famiglia. Suo padre, infatti, è un chitarrista argentino che non si è mai fatto vivo. 

Ci sono quattro persone diverse con quattro percorsi di vita che camminano slegati, fino a quando non sono costretti ad incrociarsi: Simona parte per una tournée con la compagnia teatrale per cui finalmente ha il piacere di lavorare, e il figlio Lorenzo viene affidato a Niccolò, che proprio di bambini non ne sapeva nulla, figurarsi di Lorenzo, che aveva già sviluppato un’intolleranza verso quell’adulto dopo la prima volta che si erano presentati. 

Niccolò si ritrova improvvisamente con la sua vita ribaltata: deve badare ad un figlio non suo, senza un manuale con le istruzioni, senza sapere come si faccia a dare affetto a qualcuno, visto che i suoi genitori (divorziati) non gliel’hanno mai insegnato.  
È un normale giovedì pomeriggio e Niccolò ha da poco cominciato a costruire – faticosamente – una routine di pseudo-normalità con quel bambino senza Simona, quando bussa alla porta Andrés Di Benedetto, il padre di Lorenzo, che non ha nessuna intenzione di facilitare le cose, andandosene, senza prima aver conosciuto suo figlio. 

Cosa fanno tre uomini, o meglio, due uomini e un bambino, che non si conoscono per niente e, peggio ancora, che non hanno niente in comune, in una casa senza mamma? Creano una famiglia
Una famiglia, che se all’inizio aveva mandato in confusione Lorenzo sulla figura del papà Andrés, ostinandosi a chiamarlo ancora per nome, e sulla figura del perfetto sconosciuto Niccolò, con cui era stato costretto a vivere, adesso sa bene cosa sono loro tre insieme: una famiglia con due papà ed un bambino più felice di prima:

-Ma ieri è venuto a prenderti quel ragazzo che parla spagnolo con i capelli ricci, tuo padre, si chiama Andrés, giusto? 
-Sì. 
-E vivi con lui e c’è anche il fidanzato di mamma con voi? 
Lorenzo si riprese il foglio e, un po’ geloso, lo cacciò nello zaino insieme al resto delle cose. Poi fissò la maestra. 
-Io ho due papà, – chiuse la cartella e se la mise in spalla. -Uno che viene dall’Argentina e uno dall’Italia.
Perché, cosa c’è di strano?

Famiglia è casa, casa è sicurezza, sicurezza è non restare mai da soli

L’anno in cui imparai a leggere è il quinto romanzo di Marco Marsullo, scrittore napoletano, che coglie sempre l’occasione di spiegare, nei suoi racconti, le mille sfumature che può contenere la parola famiglia. Ne aveva già parlato, infatti, nel 2015 all’interno del romanzo I miei genitori non hanno figli, il cui protagonista vive la separazione dei suoi genitori accompagnata dai silenzi che dividono quella famiglia che è stata e che non sarà più la stessa
In questo romanzo, invece, lo scrittore ci presenta due tipi di famiglia: quella di Niccolò, spettacolo di litigi quotidiani il cui sipario venne chiuso proprio dal divorzio dei genitori, e quella di Lorenzo, che invece ha imparato ad unirsi, ad incastrarsi, a divenire indispensabile per un bambino che desiderava tanto una figura paterna a cui avvicinarsi, e adesso se ne ritrova addirittura due che, seppur diverse tra loro, gli somigliano tanto

L’idea di famiglia, per chi ha quasi cinque anni, non corrisponde a un sistema definito. Famiglia è casa, casa è sicurezza, sicurezza è non restare mai da soli. […] Non importa chi animi una famiglia, mamma, papà, il fidanzato di mamma, cugino, zio, amico, l’importante è che li tengano al riparo dal silenzio.” 

Alla fine dell’intero anno trascorso insieme, Niccolò è totalmente un’altra persona, un altro uomo.
Niccolò ora è padre di un figlio che tiene per mano e che non è il suo. Potremmo definirlo come il padre che non ha mai avuto, di un figlio che non ha; eppure ora quei due sono così simili che la loro separazione diventa dolorosissima, ma indispensabile, perché Simona è tornata e a Niccolò spetta di tornare alla sua normalità che, da quel momento in poi, sarà fatta dell’assenza del mondo iperattivo e complesso di Lorenzo. 

-Quella volta che facemmo il pigiama party con Peppino, te la ricordi? 
-Sì. 
-Ecco, -provai a non scoppiare in lacrime. – Ricordi pure il gioco della persona a cui volevamo più bene al mondo? 
-Tu hai detto la mamma. 
Ho detto una bugia. La persona a cui voglio più bene al mondo sei tu.” 

L’anno in cui imparai a leggere è il romanzo che ci ha insegnato due cose importanti: qual è il vero significato della parola famiglia e chi è il vero insegnante di vita per adulti.  
Quell’anno Lorenzo, quattro anni, ha imparato a scrivere, grazie a Niccolò, che gli ha insegnato ciò che a lui riusciva meglio.
Quell’anno Niccolò, venticinque anni, ha imparato a leggere, grazie a Lorenzo, come non lo aveva mai fatto prima, all’inizio di quell’anno che l’ha cambiato per sempre

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.