L’arte visuale di Enrico Mazzone

Enrico-Mazzone

L’intervista all’artista torinese Enrico Mazzone: l’uomo, la sua opera, i riferimenti e i suoi progetti futuri

A Montella (AV) dal 24 giugno e per 40 giorni, si terrà la mostra d’arte tenuta da Enrico Mazzone “Nigredo, Albedo e Rubedo – Magnum Opus: omaggio a Dante”. A settecento anni dalla morte del Sommo Poeta, il paese irpino ospiterà il maestro Enrico Mazzone presso il Castello del Monte. Ho avuto il piacere di incontrarlo e di intervistarlo, scoprendo l’uomo che si cela dietro l’artista.

E volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo“, inizierei da una domanda doverosa e diretta: come sei arrivato fin qui, Enrico?

Non è scontato, è stato un percorso di 5 anni. Ho iniziato dalla Finlandia. Prima del nord Europa, annaspavo un po’ a Torino, con questa città ho un rapporto di odio e amore. Ad un certo punto ho avuto la necessità di rompere le catene che mi arginavano. Torino è una città che “impone”: ha i suoi equilibri da rispettare. Alla lunga, li ho sentiti quasi opprimenti. Ho trovato una linea di fuga in Finlandia. Lì ho avuto la sensazione di essere più libero di esprimermi, non solo dal punto di vista artistico, ma anche umano, mettendo in discussione quanto avevo fatto della mia vita fino a quel momento. A Montella sono arrivato per caso, ma anche per diretta necessità di trovare nuovi contenuti. Credo di lavorare la mia arte scavando nei luoghi, tento di distillarne la bellezza, non voglio “aggiungere”; ma scoprire.

Mi anticipi una domanda: qual è il rapporto dell’Italia con i suoi artisti?

L’estero, effettivamente, ti dà tanto. Ti rende libero artisticamente, dandoti le strutture adeguate per esprimere le tue sensazioni. In Italia si fatica a fare esperienza diretta, anche e soprattutto nelle istituzioni. Ho studiato all’Accademia delle Belle Arti di Torino. Quando ho terminato gli studi, avevo tante conoscenze, ma sentivo di non poterle mettere in atto in un’esperienza diretta. C’è un vuoto; e l’euforia della fine degli studi rischia di dissiparsi e venire sprecata. Andare a fare esperienza all’estero può dare tanto. Ma l’Italia resta la culla della cultura e qui c’è tanto da fare. Ma possono capitarti esperienze incredibili in luoghi inesplorati. Io mi chiedo: “cosa possiamo portare qui, in Italia, da un’esperienza all’estero?” C’è bisogno di esaltare la bellezza che abbiamo qui, facendola interagire con l’esperienza maturata altrove. Anche perché i ricordi sono stimolati con la distanza e permettono di immaginare nuove soluzioni artistiche.

Ti sento molto legato ai “luoghi”. Cosa sono per Enrico Mazzone?

I territori sono le fonti del mio lavoro. Tento di carpire e assorbire dal luogo.

Sarebbe giusto, dunque, dire che traduci in arte quello che il posto ti concede?

Sì. Omero identificava l’arte come l’estetica del bello, figlia di ingegno e povertà. I luoghi sono ricchi in termini suggestivi, ma c’è da fare il nostro ruolo come esseri umani, in quanto sensibili, se manca qualcosa. Per l’appunto, chi verrà a Montella a vedere la mostra, spero affronti un viaggio che sappia stimolare la voglia di scoprire i luoghi. É questo il mio primo obiettivo.

Paul Eluard diceva che “la poesia è nella vita” e “nelle crude nudità”. Dove trovi le tue verità?

La tingo di drammatico, ma drammatico non è: nella disperazione. Nell’ansia di essere così testardi nel volerci contestualizzare, sia nei luoghi che nel momento storico-culturale. La mia disperazione nasce anche da quell’entusiasmo di cui si parlava prima e dalla frustrazione di non poterlo tradurre in un’esperienza diretta. Credo sia un retaggio culturale prettamente italiano: un impulso che spinge a introdurre qualcosa di nuovo. Traggo la mia volontà artistica dagli scompensi e dagli impulsi da essi generati.

Guardando le tue opere, ho avuto la sensazione di incontrare un’opera di Hieronymus Bosch. É un riferimento calzante?

Decisamente. Bosch è uno dei miei artisti di riferimento. C’è anche una tinta di misticismo che si collega alle epifanie dei mistici, anche quest’ultimi molto legati ai luoghi. Bosch ha rappresentato per me una finestra d’aria da quel grande labirinto che mi è sempre sembrato Torino. Infatti, mi sembra una città ideata da Escher (ride, N.d.R.).

Qual è il tuo rapporto con Dante?

Un rapporto che si lega con un lavoro durato cinque anni trascorsi sui gomiti (l’opera è realizzata su un enorme supporto cartaceo lungo 97 metri e largo 4, N.d.R.). Ho trovato in Dante innanzitutto un profilo personale, oltre alla grandezza del poeta, che esula chiunque dal non essere artisti o letterati. La sua capacità di portare la vulnerabilità umana a mettersi in gioco, senza sottovalutare la dignità che è stato in grado di rendere ai suoi personaggi. E, quindi, questo grande viaggio tra Inferno, Purgatorio e Paradiso. Inizialmente, pensavo al lavoro su Dante come una serie di piani-sequenza, poi ho ritenuto più congruo elaborare una vera e propria narrativa per rendere al meglio il viaggio che compie nella Commedia. E parlando di Dante devo introdurre il concetto di geolocalizzazione, che un po’ ritorna dal discorso dei luoghi; dal dove ho concepito il lavoro che, a posteriori, ho capito essere il punto di partenza: in Groenlandia, tra i ghiacci, ho avuto un’epifania, ho immaginato Lucifero nella Giudecca, nel suo punto più solo. Ed ecco, dunque, la geolocalizzazione: ascoltare cosa hanno da dire i luoghi. Gli stessi luoghi che ho trovato a Montella e che mi hanno colpito profondamente.

Un’ultima domanda: chi ha dato questa opportunità a Montella di conoscerti?

Parto da un’idea che arriva a delle persone: la curiosità si è incontrata con il sindaco di Montella, Rino Buonopane e con il direttore artistico che cura l’organizzazione dell’evento, Aldo Zarra. Mi hanno dato questa grande opportunità di conoscere questi luoghi nei quali mi sono calato con grande entusiasmo.

Enrico Mazzone: volevo descriverne l’artista e ho conosciuto l’uomo

Una persona squisita, disponibile, di spessore umano e artistico. L’attesa per la mostra d’arte tenuta da Enrico Mazzone “Nigredo, Albedo e Rubedo – Magnum Opus: omaggio a Dante” è quasi giunta al termine. E non vediamo l’ora di immergerci nel verde di Montella e di ammirare l’omaggio al Sommo Poeta riscoperto in luoghi, fino ad oggi, sconosciuti.

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@PhotoCredit: mazzoneenrico

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.