‘O Lavinaio, quando la pestilenza decimò Napoli

Lavinaio

Situato nel quartiere Pendino, il Lavinaio è una delle zone più popolari e popolate di Napoli. Vi troviamo diverse strade denominate Vico perché in quell’area scorrevano le cosiddette lave, dei rigagnoli di acqua piovana e fango che costeggiavano le mura difensive dell’antica Napoli aragonese

Il termine lavinaio sta a indicare il defluire copioso dell’acqua che in dialetto napoletano viene detto anche lavarone. Le massaie napoletane, per giunta, sciacquavano in questi fiumiciattoli i panni che i saponari raccoglievano e poi rivendevano in giro per la città.

Nel 1484, complice l’ampliamento del perimetro urbano della città, venne deviato il tradizionale corso di alcune lave, tra cui il fiume Sebeto (ormai quasi del tutto scomparso) , in una nuova zona, l’Arenaccia, che prende il nome proprio dal termine rena, la sabbia fangosa e mista ad acqua stagnante che si formava alla foce di questi torrenti. 

Solo qualche secolo dopo, poi, nel 1737, in concomitanza con l’eruzione effusiva del Vesuvio, con “lava” si cominciò a fare riferimento anche ad un tumultuoso flusso di roccia fusa e gas.

C’è però un altro accadimento da tenere bene a mente, quando si parla di questo sobborgo adiacente alla storica Piazza Mercato: la virulenta pestilenza che colpì Napoli nel 1665.

Il 1665, l’annus horribilis di Napoli

Che il 1665 non sarebbe stato un anno propizio per Partenope e i napoletani, lo si era capito quando San Gennaro, il patrono principale della città, non sciolse il sangue nel tradizionale rito settembrino. Vennero registrate anche alcune scosse di terremoto ma nessuno avrebbe potuto immaginare la violenta epidemia in arrivo di lì a poco.

Il governo spagnolo inizialmente minimizzò l’allarme sanitario, imprigionando persino Giuseppe Bozzuto, il valente medico che per primo riconobbe i sintomi della peste e prestava assistenza ai malati nei lazzaretti. Con il trascorrere delle settimane, però, la situazione peggiorò e furono adottati provvedimenti estremi ma sostanzialmente vani. La pestilenza era ormai incontrollata.

Perse la vita circa l’80% della popolazione napoletana dell’epoca.

Le origini della pestilenza a Napoli

Secondo alcuni studiosi la malattia sarebbe sbarcata in città tramite delle imbarcazioni provenienti dalla Sardegna ma prima transitate in Spagna, dove si ritiene che sia scoppiato uno dei primi focolai di peste in Europa, a bordo delle quali c’erano dei topi infetti. 

Altri autori, invece, riportano la storia del custode dell’antico porto di Napoli, un abitante di uno dei vicoletti del Lavinaio, che entrò in contatto con alcuni marinai stranieri e fu fatalmente colpito dal morbo, morendo nelle ventiquattr’ore successive. Sua moglie, dovendo affrontare le grosse spese del funerale, vendette il materasso di casa e i vestiti dell’uomo, anch’essi contaminati, e con questa sua decisione diffuse (inconsapevolmente) la peste in tutta la città.

La pioggia salvifica e il voto di Napoli a San Gaetano Thiene

I padri teatini della Basilica di San Paolo a Napoli commissionarono un monumento dedicato a San Gaetano Thiene agli artisti Cosimo Fanzago e Andrea Falcone, in segno di devozione al santo e come voto per aver permesso alla città di superare la pestilenza. 

Si può ammirare questa statua nell’omonima piazza sita nel centro storico di Napoli.

Alcuni rappresentanti della cittadinanza, ormai decimata dall’epidemia, andarono a prostrarsi e a pregare sulla tomba del Beato Gaetano per chiedere la fine della pestilenza, facendo voto d’inserirlo tra i Santi Patroni della Città.

Il 7 agosto, una pioggia improvvisa – e quanto mai benedetta! – migliorò la qualità dell’aria, ripulì le vie di Napoli, contribuendo ad un forte rallentamento del diffondersi della malattia e una delegazione di nobili propose a Papa Alessandro VII di annoverare anche il Beato Gaetano tra i Santi protettori di Napoli, i quali, ad oggi, sono ben 56.

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