La leggenda di “Fenesta ca lucive”

Un amore contrastato e la storia di un femminicidio. La scrisse un siciliano, fu attribuita a Bellini e Rossini

Quante volte, canticchiando una canzone di qualsiasi epoca, ci si chiede cosa accade nell’animo del poeta mentre scrive i testi? Qual è il contesto e la causa che lo induce a comporre? Dietro ogni brano c’è evidentemente una storia, un motivo “scatenante”, un fatto che determina una creazione artistica.  Fenesta ca lucive, un antico canto popolare di attribuzione napoletana, sembra essere l’espressione di tutto questo. Ancora una volta, la Canzone Napoletana diventa il paradigma di uno stato dell’arte “senza tempo”: diverso e, nel contempo, uguale. C’è un file rouge, infatti, che lega la nostra tradizione musicale, un codice tramandato nei secoli, difficile da decrittare, eppure tuttora esistente.

Fino alla fine del XIX secolo, la leggenda popolare fa risalire questa canzone all’insurrezione di Masaniello, ma in realtà la sua origine è ancora più antica e non di matrice strettamente napoletana, ma addirittura siciliana e databile intorno al 1563.

Un amore sfociato in tragedia. La storia di Fenesta ca lucive

Fenesta ca lucive trova il senso della sua storia a partire da un idillio amoroso tra Caterina, baronessa di Carini e suo cugino Vincenzo Vernagallo, terminato in una fosca tragedia che vede l’uccisione della giovane donna per mano paterna. Questo terribile evento – che richiama il il cosiddetto “delitto d’onore” e che oggi definiremmo giustamente “femminicidio” – è raccontato magnificamente attraverso i versi del poeta e notaio palermitano Matteo Di Ganci, profondamente turbato dall’accaduto. Il testo è tradotto in lingua napoletana soltanto nel 1854 da tale Mariano Paolella, creando la versione che tuttora conosciamo:

Fenesta ca lucive e mo nun luce,
segno è ca nenna mia stace malata:
s’affaccia la sorella e me lo dice:
«Nennella toia è morta e s’è atterrata,
chiagneva sempe ca durmeva sola,
mo dorme cu li muorte accumpagnata».

Se la composizione letteraria risale al Cinquecento, quella musicale è individuabile non prima degli inizi dell’Ottocento. Anche in questo caso, però, la questione d’attribuzione è abbastanza complessa, perché c’è chi l’attribuisce al Bellini, chi addirittura al Rossini. Molto più verosimile è la versione che vede Luigi Ricci fornire il testo al celebre Cottrau e realizzarne insieme a questi una riduzione, attingendo dal compositore di Pesaro e da quel di Catania. Fenesta ca lucive è, quindi, un lampante esempio di come la nostra musica sia un insieme di esperienze che camminano, si evolvono col trascorrere dei secoli, lontane dall’essere a sé stanti.
Un’evoluzione che, in fondo, c’è anche oggi. Basta soltanto guardare nella direzione giusta: orientandosi al bello e non solo al consumismo, allo pseudo “ben-essere” che ne deriva e che distrugge tutto, anche l’Arte. Anche l’essere.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.