Leonardo Bianchi, l’ex manicomio abbandonato di Napoli

Manicomio Leonardo Bianchi

A Capodichino, quartiere nella zona nord-est di Napoli, nascosto dietro alla fitta vegetazione e ad un alto muro, si scorge quel che resta dell’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi, uno dei più antichi e grandi manicomi d’Italia

L’ex Ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi, noto anche come Nuovo Manicomio Provinciale di Napoli, occupa una superficie di oltre ventidue ettari, di cui circa 8 coperti. L’istituto, stato fondato nel 1909 e aperto poi nel 1927, è stato intitolato allo psichiatra Leonardo Bianchi, tra i caposcuola della neuropsichiatria nel nostro paese e primo direttore sanitario della struttura.

Il dottor Leonardo Bianchi, proprio durante quel periodo, abolì l’uso della camicia di forza sui degenti ed utilizzò l’innovativa – per l’epoca – tecnica dell’elettroshock.

Nel 1978, però, in seguito all’entrata in vigore della Legge Basaglia fu avviato il processo di dismissione del manicomio di Capodichino e ci si occupò di ricollocare altrove i 750 internati ancora presenti nella struttura.

Nel 2002, venne “completata l’opera” e si arrivò alla chiusura definitiva di questa infrastruttura.

L’ultimo Direttore Sanitario è stato Fausto Rossano.

Il Regno di Napoli e l’attenzione per la cura della salute mentale

Sin dai primi anni del XVI secolo, nel Regno di Napoli, i soggetti con difficoltà mentale venivano ricoverati in un reparto apposito, la cosiddetta pazzeria, dell’Ospedale degli Incurabili, altra antichissima e nobilissima struttura partenopea, collocata in via dell’Anticaglia, a pochi passi dai Decumani.

Successivamente, una legge provinciale del 1865 stabilì l’obbligo di mantenimento dei mentecatti in condizioni di difficoltà economica. 

A causa del sovraffollamento delle altre strutture in Campania, tra cui la famosa Casa de’ matti di Aversa, considerato l’elevato numero di persone ricoverate, si dovettero individuare dei nuovi nosocomi in cui ospitare i pazienti e moltissimi furono tutti trasferiti nella nuova realtà di Capodichino.

Negli anni trenta, l’ospedale raggiunse la massima efficienza ed erano ospitati circa 1609 pazienti, 939 uomini e 670 donne.

Va evidenziato che il Leonardo Bianchi era dotato di macchinari medicalmente avanzati per la scienza del tempo: infatti, c’erano gabinetti per la ricerca bromatologica, apparecchi per la chimica clinica, venivano effettuate cure sperimentali su pazienti affetti da paralisi progressiva e somministrate terapie per la malaria. Inoltre, fu allestita nel corpo centrale una enorme biblioteca scientifica che raccoglie tutt’oggi tomi e documenti di inestimabile valore.

I metodi di cura e le terapie praticate

L’ex manicomio Leonardo Bianchi si contraddistinse anche per le peculiari metodologie sviluppate dal personale sanitario e dai medici della struttura.

I malati, infatti, oltre ad essere curati con le classiche terapie, erano impiegati come addetti in svariate attività che andavano dalla calzoleria, alla tipografia o alla falegnameria oppure lavoravano nelle officine meccaniche o nelle sartorie. In questi percorsi erano seguiti da un tecnico specializzato e retribuiti con denaro e tabacco.

La struttura del Leonardo Bianchi

Inaugurato nel 1909, il Leonardo Bianchi di Capodichino, almeno nelle intenzioni dell’architetto Giuseppe Tango, avrebbe dovuto rappresentare un nosocomio modello, strutturato in ben 33 padiglioni collegati l’uno all’altro, separati per sesso, divisi in cinque sezioni in base alla gravità della patologia psichiatrica.

Al suo interno, considerata l’enorme volume di metri quadrati a disposizione, vennero adibiti anche locali per la direzione sanitaria e la segreteria, una lavanderia, la cucina e delle sale idroterapiche. 

I lunghi corridoi di collegamento interrati erano dotati di piccole finestre, prive di sbarre, con affaccio sui maestosi giardini. Erano ambienti ampi e spazi per evitare il senso di claustrofobia agli ospiti. 

Tale concezione fu aspramente criticata dagli esperti e il Leonardo Bianchi venne modificato da una commissione ad hoc che eliminò i passaggi sotterranei.

I trattamenti inumani, lo scandalo mediatico e un futuro tutto da scrivere

Nel 1994, una troupe del Tg3 riuscì, nell’ambito di un’inchiesta giornalistica, ad entrare nell’ospedale, registrando le condizioni inaccettabili in cui si trovavano i pazienti, suscitando una sdegnata reazione dell’opinione pubblica e l’avvio di un’inchiesta giudiziaria che portò, tra le altre cose, all’insediamento di Fausto Rossano in qualità di direttore, il quale avrebbe supervisionato il processo di chiusura, completato, infine, nel novembre del 2002. 

La Regione Campania, proprietaria della struttura, ha deciso di mettere in vendita il complesso del Leonardo Bianchi per circa 200 milioni di euro. Di recente, si è ipotizzato anche di destinare parte dei terreni circostanti il nosocomio alla costruzione del nuovo centro sportivo della SSC Napoli.

Oltre all’edificio principale, che ospita la sede dellASL Napoli 1 centro, la biblioteca e l’ampio archivio dell’ex ospedale, veri e propri gioielli della storia della medicina psichiatrica italiana, gli altri padiglioni versano in un totale e vergognoso stato di abbandono.

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