L’Italia ripartirà senza Scuola?

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L’istruzione non è una priorità del Governo

L’Italia ripartirà senza Scuola?

Alla ripresa graduale delle attività dopo il lockdown di Marzo, la Scuola e l’Università non sarebbero ripartite. Erano rimaste chiuse per prime il 4 Marzo scorso e intanto riaprivano discoteche, bar, ristoranti, villaggi turistici. Qualcuno si chiedeva: “quando si ritorna a Scuola in Italia?” Intanto se avevi voglia di fare un bel viaggio in aereo, potevi finalmente farlo. Le fabbriche, le aziende, le strutture ricettive ripartivano.
Peccato che non c’era ancora un posto dove studiare che non fosse casa tua o quella di un tuo amico, ma tutto sommato l’Italia ripartiva, anche il Governo lo aveva più volte annunciato solennemente, a reti unificate.

Il ritorno alla “normalità”

In effetti era bello, sembrava che tutto stesse lentamente tornando alla tanto desiderata “normalità”. Ma di quale normalità parliamo?
Anche prima della grave crisi socioeconomica generata dalla pandemia da Covid-19, il mondo della formazione italiano versava in condizioni decisamente inadeguate per un paese che fa parte delle prime sette economie del pianeta.

L’Italia tra i paesi con la minore spesa per la pubblica istruzione

Secondo i dati Eurostat, l’Italia è tra i paesi europei che spendono di meno in pubblica istruzione in rapporto al PIL. Nel 2017 l’Italia era all’ultimo posto con una spesa del 3,8% del PIL. La media europea è del 5%, quota mai raggiunta dall’Italia. Dopo la crisi finanziaria del 2009, la spesa per la formazione è diminuita fino al 2017 di ben cinque miliardi di euro. A chiarire ulteriormente la situazione in cui versano i luoghi del
sapere, sono le disastrose condizioni strutturali, soprattutto nel sud del paese: aule insufficienti, crolli, locali inagibili e mancanza di adeguati servizi che vanno dai trasporti alla possibilità di avere spazi di aggregazione e confronto tra studenti.

Un ritorno tra i banchi incerto

Di fatto, il ritorno a scuola è stato per molti studenti parziale; continua la Didattica a Distanza parallelamente ad una ridotta e disorganizzata didattica in presenza, spesso impossibilitata dalla mancanza fisica di luoghi dove fare lezione. Il personale è insufficiente per organizzare delle turnazioni su più fasce orarie, le assunzioni di nuovi insegnanti tardano ad arrivare e così la scuola “riparte”, ma senza sicurezza, il suo ritorno alla “normalità” è allo stesso tempo la sua condanna.

Università taboo

Discorso a parte merita l’Università. Questa pare addirittura non essere un tema di dibattito. Se la Ministra Azzolina è stata più volte criticata per il suo operato ed è tornata al centro dell’attenzione quando si è parlato delle riaperture a Settembre, il Ministro Manfredi non ha fatto altro che dirsi preoccupato per un probabile calo delle immatricolazioni, impegnarsi vagamente per l’allargamento di una “no tax area” per poi ripiombare in un lungo e assordante silenzio. In mancanza di precise direttive, gli atenei procedono in totale autonomia nella definizione del tetto per l’esenzione dalle tasse, nell’assegnazione delle borse di studio, nel sussidio agli affitti per gli studenti fuorisede.

Mille sfumature di didattica

La didattica prosegue a distanza. Per la cara vecchia didattica in presenza, si può apprezzare una vasta gamma di varianti: dalla necessità di prenotarsi per seguire i corsi agli atenei che consentono di seguire in presenza solo alle matricole o solo agli studenti iscritti al corso di laurea magistrale, quelli che obbligano alla frequenza tutti coloro che non sono fuorisede e quelli che procedono a settimane alterne.

Non c’è più tempo per la scuola, dal lockdown di Marzo chiuse

Ne viene fuori un quadro allarmante che richiede una risposta immediata: come affronteremo le grandi sfide del cambiamento climatico, della grave crisi finanziaria alle porte e della pandemia se non avremo una generazione di giovani che hanno avuto modo di formarsi adeguatamente? Quando, se non ora, daremo finalmente centralità alla formazione?

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.