Luigi Pirandello: la follia come strumento di libertà

luigi pirandello

Il 10 Dicembre 1936 moriva Luigi Pirandello, lo scrittore che nelle sue opere interpretò a pieno le nuove teorie del Novecento. Se indossare una maschera è per l’uomo l’unico tentativo possibile di sentirsi accettato, è la follia l’unica strada verso la libertà

Il 10 Dicembre del 1936 muore Luigi Pirandello, uno dei più importanti scrittori, commediografi e poeti italiani.

Lo scrittore è tra i primi intellettuali europei a rappresentare, attraverso le sue opere, la crisi dell’uomo del Novecento, dovuta all‘affermarsi di nuove teorie filosofiche (Freud sostiene l’esistenza di una pluralità dell’io; Bergson parla di pluralità della realtà: Simmel di “relativismo conoscitivo”).

Non esiste dunque nell’uomo una sola identità e non esiste nemmeno un solo modo di vedere ed interpretare la realtà ( da qui nasce l’incomunicabilità tra gli esseri umani).

Per essere accettati, principalmente in società, gli uomini tendono quindi ad indossare una maschera (fingendo di avere una sola e ben definita identità) ma rinunciando così alla libertà. Per Pirandello, l’unico strumento per riappropriarsene è la follia.

Luigi Pirandello e le maschere che intrappolano gli uomini

Gli uomini quindi, per essere accettati nella società devono indossare delle maschere e interpretare dei ruoli. Questa identità costruita è però qualcosa di rigido che ci si autoimpone, sforzandosi di essere coerenti, e sopprimendo la propria vera natura.

Ciascuno si racconcia la maschera come può la maschera esteriore. Perché dentro poi c’è l’altra, che spesso non s’accorda con quella di fuori. E niente è vero!“. (Luigi Pirandello, L’umorismo).

Allo stesso modo, l’uomo dovrebbe accettare che non esiste una vera comunicazione tra gli esseri umani. Ognuno di noi, dunque, ha la sua verità, il suo punto di vista sulla realtà ed è chiuso nel proprio mondo con le proprie opinioni e non riesce a entrare in sintonia con gli altri. Ogni uomo finge di “comunicare”, ma in realtà i rapporti tra gli uomini (anche all’interno della famiglia) sono caratterizzati da ipocrisia e falsità.

Abbiamo tutti dentro un mondo di cose: ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo di intenderci; non ci intendiamo mai“. (Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore).

Così facendo, gli uomini si intrappolano in “prigioni” talvolta soffocanti, ma ciò è a loro avviso necessario per non essere allontanati dagli altri.

Il grande scrittore siciliano
Il grande scrittore siciliano

La follia come strumento di libertà in Pirandello

L’unica alternativa, secondo il grande scrittore siciliano, sarebbe abbandonarsi alla follia. Luigi Pirandello è infatti l’autore italiano che più si avvicina a questo tema e la propone anzi come strumento con cui ogni uomo potrebbe riuscire ad evadere dalla condizione alienante impostagli dalla società e salvarsi dal dolore.

Il folle infatti è libero, seppur condannato all’esclusione dalla società. Tutti i personaggi delle opere di Luigi Pirandello sono infatti apparentemente improbabili, ma nel loro disordine e marginalità, risiede una ricchezza soffocata dai pregiudizi della società e, cosa più importante: risiede la loro autenticità.

“Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa? Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto quanto avete costruito in voi, attorno a voi, la logica, la logica di tutte le vostre costruzioni! Eh! Che volete? Costruiscono senza logica, beati loro, i pazzi! O con una loro logica che vola come una piuma! Volubili! Volubili! Oggi così e domani chi sa come! Voi vi tenete forte, ed essi non si tengono più. Volubili! Volubili! Voi dite: << questo non può essere!>> e per loro può essere tutto.” ( Luigi Pirandello, Enrico IV atto II).

In fondo, la follia è solo una normalità che non riusciamo ad inquadrare ma che sogniamo di raggiungere.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.

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