L’insostenibile leggerezza dell’essere di Marco Simoncelli: 10 anni senza “Sic”

marco simoncelli

10 anni fa Marco Simoncelli correva l’ultima gara della sua vita

Cosa significa “insostenibile leggerezza dell’essere”? Significa che la vita è una sola e ciò che si verifica una sola volta è come se non fosse mai accaduto. I tedeschi dicono “Einmal ist Keinmal” ovvero, traducendo letteralmente “ciò che si verifica una sola volta (einmal) è come se non fosse accaduto mai (keinmal)”. Milan Kundera, nel suo romanzo, voleva dirci che l’esistenza e le scelte umane, per quanto complesse, sono del tutto irrilevanti, e in ciò risiede la loro leggerezza.

Esiste quindi un contrasto tra questa insostenibile leggerezza dell’esistenza e la necessità umana di trovare un significato, un senso a tutto ciò che ci circonda. Ecco il terribile paradosso insostenibile che accomuna gli esseri umani. Ed ecco il terribile paradosso che l’uomo si ritrova a dover affrontare dinanzi alla morte. Perché davanti alla morte tutto assume un senso, o lo perde.

Ed ecco perché, a distanza di 10 anni, ancora facciamo fatica ad accettare la scomparsa di Marco Simoncelli, accaduta in quel 23 Ottobre del 2011, a Sepang, su quel circuito maledetto che ci ha portato via per sempre il sorriso e la chioma di Marco, il nostro “Sic”.

Il 23 Ottobre del 2011 l’Italia si fermò

Esistono tragedie che non ti appartengono direttamente, o almeno non possono farlo. Quelle che non vuoi e che non puoi sentire tue, quelle alle quali ti fa comodo non pensare. Esistono, poi, quelle morti, quegli eventi tragici, che, in qualche modo, appartengono all’opinione pubblica. Quelle morti che hanno la capacità di smuovere dentro di te qualcosa. Non esistono morti più importanti ed altre meno, sia ben chiaro. Le morti cosiddette “pubbliche” hanno lo stesso grado di dignità di quelle per così dire “private”. La morte non guarda in faccia a nessuno, né disprezza né preferisce nessuno.

L’uomo, dal canto suo, non può convivere con l’idea della morte, con l’idea della fine. La nostra mente, il nostro animo, non sono predisposti alla consapevolezza continua della conclusione della vita terrena. È un concetto che resta lì, separato da tutto il resto. Sai che la morte esiste, ma non puoi permetterti di soffermarti a rifletterci ogni volta che la morte, insieme alla vita, accade intorno a noi. Non è egoismo, ma sopravvivenza.

C’è un momento in cui, però, questa cosa apparentemente lontana, ma forse più vicina di quanto si creda, ti coglie. Lo può fare in due modi: o colpendoti in prima persona, o colpendo la tua sensibilità in maniera tale da farti soffermare sulla cosa. Ed è proprio quello che successe agli Italiani in quella maledetta domenica di Ottobre di 10 anni fa, in una giornata uggiosa, che, insieme al suo cielo, già piangeva uno dei suoi figli. Un vuoto, causato da una vita spezzata improvvisamente, in un momento totalmente inaspettato, mentre tutto accadeva nella normale routine di una gara di MotoGp.

È così che Marco Simoncelli se n’è andato: come se nulla fosse accaduto, con una velocità inaudita, la stessa con la quale era abituato a vivere. La stessa che se l’è portato via a soli 24 anni.

Cosa accadde sul circuito di Sepang?

Quel 23 ottobre è un giorno che è straziante da rammentare, in quella dolorosa sequenza in pista a Sepang, tra lo sconcerto e le emozioni incontrollate. Nel corso del secondo giro del Gran Premio della Malesia, Marco Simoncelli, perse il controllo della sua Honda alla curva numero 11 e, nel tentativo di rimanere in sella, sterzò verso destra, rientrando improvvisamente verso il centro della pista, venendo così investito dai piloti che lo seguivano, Colin Edwards e Valentino Rossi, i quali non hanno ebbero modo di evitarlo. L’impatto fu talmente violento da sfilargli il casco. Sic, andò via dopo poco, in seguito ai traumi riportati alla testa, al collo e al torace.

Quel giorno lì è una fotografia vivida, nella memoria e nel racconto di papà Paolo. Seguiva sempre Marco, anche quando, farlo, voleva dire attraversare il mondo, controllare che avesse mangiato e bene e che ci fossero altre esigenze, o anche solo il bisogno di famiglia, di un riferimento per il suo ragazzo. Lo ha accompagnato sempre, anche quel 23 ottobre di dieci anni fa.

Attorno a lui, fu chiaro fin da principio che Marco avesse riportato delle ferite di una gravità indubbia, con l’aggravante del casco sfilato. Quel racconto nitido, ancora più presente riporta anche gli abbracci, il buio, lo sconforto: “Della vita di Marco? Ho troppi ricordi, troppo complicato e forse neppure intuitivo isolarli. Certo non scorderò mai la vittoria del primo motomondiale e la prima vittoria in minimoto”. Un dolore immenso, che i genitori del Sic, di Marco Simoncelli, più di chiunque altro hanno affrontato, passandoci nel mezzo, stordendosi e interrogandosi in un modo che solo chi conosce quella sofferenza può comprendere.

“Ricordo il momento in cui ho capito che non c’era nulla da fare almeno quanto la fatica profusa dal personale dell’infermeria che ancora mi colpisce, a distanza di tempo. In quel momento, quello della consapevolezza della fine di ogni speranza, entrai nella stanza e mi sedetti vicino a Marco. Gli presi la mano, quella destra che poi rimase morbida per tutto il tempo”.

Paolo Simoncelli

10 anni dopo

Dopo la sua morte, tifosi ed appassionati hanno portato avanti l’idea di intitolare la pista di Misano Adriatico alla memoria del pilota italiano, che viveva a pochi chilometri di distanza. Il cambio di denominazione è stato ufficializzato il 9 giugno 2012, in occasione del Gran Premio di Superbike di San Marino. E proprio lì, Valentino Rossi correrà domenica la sua ultima gara italiana prima del ritiro dalle corse.

Destini che si intrecciano ancora. Il ricordo del Sic, dopo dieci anni, è più vivo che mai.

Papà Paolo e mamma Rossella hanno portato avanti le passioni del figlio, dalla Fondazione che porta il suo nome al team SIC58 Squadra Corse, nato nel 2013 per lanciare giovani piloti nel mondo del motociclismo.

“Non ci rattrista parlare di lui, lo facciamo volentieri – ha recentemente dichiarato Paolo Simoncelli – Anche perché rifaremmo tutto: lui era felice e questa cosa, per un genitore, è la più importante”

“Es muss sein”, si dice in Germania. “Deve essere”, letteralmente, ed è ciò che l’uomo deve dire dell’esistenza, legarla alla necessità, riempirla di un senso che non si può trovare in nessun altro luogo. È quello che hanno dovuto fare i genitori di Marco Simoncelli in questi 10 anni. È quello che hanno dovuto fare tutti i suoi tifosi, i suoi amici, i suoi cari. Quello che tutti noi, ogni giorno, proviamo a fare: trovare un senso.

Perché se l’insostenibile leggerezza dell’essere significa che la vita è una sola, e ciò che si verifica una sola volta è come se non fosse mai accaduto, allora, caro Marco, non te ne sei mai andato.

stefano-popolo

A title

Image Box text

STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.