Miracolo nell’Appennino tosco-emiliano: Martin Adler e i bambini ritrovati

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In questo periodo di incertezza, la fiducia nelle cose belle stenta a riempire i nostri animi: l’appello di Martin Adler, soldato in pensione, ci insegna che la speranza è l’ultima a morire

La guerra, un soldato, tre bambini, una fotografia. Martin Adler, soldato in pensione, ha un sogno. Il suo appello per ritrovare i tre bambini che nel 1944 gli regalarono un momento di gioia contro le atrocità della guerra.

Ho un sogno. Quelle due bambine e il bambino sono ancora vivi? C’è qualcuno che si riconosce? Forse loro, o i loro figli. Mi piacerebbe parlare con loro e perché no, quando finirà questo virus incontrarci di nuovo e abbracciarci. Proviamoci, sarebbe una favola di Natale ritrovarci tutti insieme.

L’appello di Martin Adler 

Rachelle Shelley Adler Donley – figlia di Martin – e lo scrittore emiliano Matteo Incerti sfruttano al meglio la capacità dei social network per realizzare il sogno dell’ex-soldato americano.

Lui si chiama Martin Adler, è originario del Bronx, New York, figlio di un immigrato ungherese di religione ebraica. Oggi ha 96 anni e vive a Boca Raton in Florida. Appena ventenne, dal 1944 al 1945 combattè in Italia contro i nazifascisti. [..] “Tra settembre massimo ottobre 1944, scattai una foto con tre bambini in una casa da poco liberata, se sono ancora vivi vorrei ritrovarli”. [..] Nel settembre – ottobre del 1944 con la sua unità, Adler si trovava in prossimità della Linea Gotica nell’Appennino Tosco-Emiliano dove venne scattata questa foto che ha una storia incredibile.

La cesta dei miracoli

Martin Adler e John Bronsky entrarono con un mitra Thompson in pugno, in una casa di un paese. 

Non ricordo il nome del paese. C’era silenzio, non sapevamo se i tedeschi si fossero ritirati veramente o ci aspettassero nascosti per tenderci una trappola. Entrammo in quell’abitazione. C’era un grande cestino di legno dal quale uscivano strani rumori. Si muoveva qualcosa lì dentro.
Io e John avevamo già il dito sul grilletto pronti a sparare: potevano esserci dei tedeschi. Poi un urlo e una donna che corse incontro urlando “bambini, bambini!”. Era la loro mamma che urlava! Ci fermammo e da quel grandissimo cesto sbucarono tre splendidi fanciulli, due bimbe e un bimbo. Feci il più bel sorriso del Mondo ed io e John iniziammo a ridere, felici di non aver premuto quel grilletto. Non ce lo saremmo perdonati tutta la vita. Volevo scattare una fotografia così presi la mia macchina fotografica e chiesi alla mamma il permesso. Lei mi fece capire che i bambini non erano pronti: ancora pochi minuti e i bimbi tornarono con i migliori vestiti che avevano, tirati a lucido per scattare due foto con me e John. Fu il momento più bello che ricordi in quell’inferno chiamato guerra. 

Martin Adler

È l’appello che Martin Adler lancia dalla Florida con il cuore in mano.
Il suo amico John non c’è più, ma lui, ha atteso 76 anni per questo momento.

Il lieto fine 

Dopo quasi una settimana di ricerche, i tre bambini si sono riconosciuti in quello scatto. Bruno, Giuliana e Mafalda Naldi – rispettivamente 83, 81 e 79 anni – hanno trovato il loro padrino americano. 

Il signor Bruno ricorda come se fosse ieri la precisione della madre nello scegliere i vestiti adatti alla fotografia; e una delle due sorelle ha vivo negli occhi l’immagine di quel cestello di vimini a farle da scudo.

I tre anziani fratelli e Martin, sono finalmente riuniti in un abbraccio virtuale. Una delle emozioni più grandi della mia vita, ripete Martin dalla Florida.
L’istante catturato dalla foto, ha finalmente ricomposto lui e i tre fratelli Naldi che resteranno per sempre suoi bambini.

Nella loro voce, la gioia di aver portato a galla il ricordo di quel contatto umano nell’inferno della guerra. Un lieto fine ad una ricerca degna del favoloso mondo di Amélie Poulain, ma nell’era dei social.

Ancora una volta si dimostra il potere ambivalente della tecnologia, che talvolta alza sì barriere non necessarie, ma in compenso permette di accorciare distanze e fare miracoli.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.