Deciderà lui. Il figlio di Emily Ratajkowski nasce “gender free”

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Durante l’intervista per Vogue, la celebre modella dichiara di non voler conoscere (o forse rivelare) il sesso di suo figlio, accendendo una polemica. “Maschio o femmina? Deciderà lui”

Emily Ratajkowski, ha rilasciato un’intervista per Vogue America, che l’ha voluta protagonista del numero, girando anche un corto dal titolo “Who Will you be?”
Durante l’intervista ha deciso di annunciare la sua gravidanza ed insieme ad essa un’importante decisione.
“Maschio o femmina? deciderà lui”. Così risponde alle domande sul sesso del nascituro.
Da sempre va riconosciuto l’impegno della fotomodella nella lotta contro le discriminazioni di qualunque genere e contro il body shaming, ma questa volta ha voluto lanciare un’importante provocazione.

“Maschio o femmina? Ce lo comunicherà lui”

Quando arriva il momento di rispondere alle domande sul sesso del nascituro, Emily dichiara di aver deciso, insieme a suo marito, di non voler conoscere (o forse rivelare) il sesso di suo figlio, lasciandolo così libero di decidere da solo.

“Quando io e mio marito diciamo agli amici che sono incinta, dopo le congratulazioni la loro prima domanda è quasi sempre: ’Sapete se sarà maschio o femmina?’
A noi piace rispondere che non sapremo il sesso fino a quando nostro figlio non avrà compiuto 18 anni. Poi lo deciderà. Le persone sorridono, ma questo nasconde una verità importante: noi non abbiamo idea di chi stia crescendo nella mia pancia”.

Il sesso oggettivo: esiste?

La provocazione della modella mette immediatamente in moto una discussione. La maggiore attenzione per l’introspezione, propria di questa generazione, sta portando all’inevitabile frantumazione di una serie di stereotipi.
La strada è ancora lunga, ma la direzione è molto chiara: mettere da parte ogni tipo di etichetta, arrivando finalmente a considerare una persona nella sua interezza e senza classificazioni.
È chiaro che esista un sesso oggettivo dato dalle proprie connotazioni biologiche, ma non sempre è lo stesso a cui si sente di appartenere.

Il primo bambino “gender neutral”, deciderà lui a cosa appartenere

Quella di Emily potrebbe essere solo un’iperbole, ma non risulterebbe un caso isolato.
In Canada, nel 2016, nasce  Searyl Alti, il primo bambino “gender neutral”.
Il genitore, Kori Doty, dall’alto della sua esperienza da Gender queer (ossia una persona che non si riconosce in una distinzione di genere binaria), ha richiesto che suo figlio non fosse assegnato ad alcuna categoria di genere, riportando sul proprio documento una “U” che sta per “undetermined” o “unassigned”.
Si tratterebbe, quindi, di una tendenza che inizia a diffondersi velocemente.

“Maschio o femmina” è abbastanza?

La presa di posizione di Emrata dipende certamente dalla tendenza sempre più generalizzata all’eliminazione totale di qualsiasi categoria.
Il sesso biologico non determina né l’identità di genere né l’identità sessuale.
L’identità di genere, a sua volta, non determina l’identità sessuale.
E viceversa.
Non esiste più nulla che rientri in una distinzione binaria. Etero o gay risulta una ripartizione assai riduttiva rispetto alla quantità di definizioni che esistono, per parlare di orientamenti sessuali. Allo stesso modo “Maschio o femmina?” sarà sembrata una domanda assai banale alla neomamma.

Spazio all’autodeterminazione

Lasciare alle persone il diritto di autodeterminarsi, è di fondamentale importanza. Ammirevole anche la scelta di riservare a un bambino la possibilità di scegliere una volta raggiunta la maturità.
Sarebbero molti i campi in cui bisognerebbe lasciare più spazio all’autodeterminazione della persona, come per esempio quello religioso.
Stigmatizzare, però, questo concetto in un’intervista, sarà stato il giusto mezzo per farsi promotrice di una libertà così assoluta?
Non sarà proprio tutta questa smania di categorizzarsi a inasprire le differenze?
Abbracciare il diverso, non dovrebbe tradursi in uno sforzo a non evidenziarlo di continuo?

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.