Mensa del Carmine, accolti sempre di più i nuovi poveri

Mensa del Carmine, accolti sempre di più i nuovi poveri

Donarsi agli altri è sicuramente la forma d’amore più bella che un uomo possa vivere. Lo è per i tanti volontari della Mensa del Carmine

Intitolata a padre Padre Elia Alleva, con sede nella Basilica Santuario di Santa Maria del Carmine Maggiore a Napoli, la mensa ogni giorno dal 1986 è l’unica garanzia di ricevere un pasto caldo nella giornata per tanti bisognosi. 

Da oltre trent’anni, la Mensa del Carmine è diventata un punto di riferimento per tutta la zona orientale della città di Napoli. Ogni giorno, grazie all’aiuto di volontari e persone in affidamento, Padre Francesco Sorrentino riesce a servire più di 300 pasti al giorno per clochard, migranti, rom e cittadini napoletani che versano in povertà.

Molti i pensionati, i padri di famiglia separati che a stento riescono a provvedere ai propri figli e che per bisogno si recano alla mensa, le mamme che da sole crescono i figli e molti che hanno perso il lavoro o sono stati demansionati economicamente. Nel pieno dell’emergenza Covid-19, la mensa era riuscita a garantire addirittura oltre 700 pasti giornalieri, con picchi che sfioravano i 1200. Cifre che danno un’idea dell’impegno, del lavoro, del sacrificio, e dell’immensa solidarietà che muove tutto questo.

Pasta e fagioli, pasta e piselli, salsiccia, insalata, patate, frutta e a volte, nelle occasioni speciali, anche il dolce, magari un panettone o una torta con la panna da degustare. Sono questi i pasti cucinati con tanto amore e offerti a chi ne ha bisogno. Prima i poveri erano quelli definiti senza tetto che avevano difficoltà anche nel farsi una doccia, oggi la soglia di povertà si è allargata a macchia d’olio a tutti coloro che non riescono ad arrivare alla seconda settimana del mese.

A conti fatti tra il fitto da pagare, le utenze e la benzina per spostarsi necessariamente per raggiungere il posto di lavoro rimane ben poco per mettere il piatto a tavola. Troppa differenza tra i ricchi e i nuovi poveri, quelli che per ricordare una famosa scena di un film di Ferzan Ozpetek mangiano alla Caritas portando con sé le forchette d’argento, quelle del famoso corredo della nonna, mai più riutilizzate.

Solo il buon cuore di qualche benefattore rende la mensa del Carmine un luogo di accoglienza e amore dove un piatto a tavola colmo di cibo riesce a riscaldare i cuori dei più deboli ma anche a riempire la pancia. Una stima attesta che sono aumentate le persone che si rivolgono ai volontari del Carmine, persone di buon cuore che cercano di regalare un sorriso a tutti i bisognosi. Napoli è la città della solidarietà, la città dove il vicino di casa divide con te il caffè e il tozzo di pane se necessario ma anche la metropoli delle divergenze sociali mai riempite.

Da un lato i percorsi culinari particolari, i ristoranti stellati che impazzano sulle guide di ristorazione più famose, dall’altro chi mangia solo attraverso la solidarietà altrui. Chissà se l’arte di arrangiarsi rende Napoli schermata da un’analisi attenta della politica su questo problema. Il napoletano mangia con poco, degusta con piacere il pranzo poverello quei piatti tipici della cucina partenopea che con pochi ingredienti e soldi riesce a creare una pietanza unica.

Una fila interminabile quella all’esterno della mensa del Carmine, uomini e donne di ogni nazionalità che poi per l’occasione si spostano alla Galleria Principe Umberto per il pranzo di Natale o presso qualche associazione per essere aiutati. Importante il pacco con beni di prima necessità, riso, pasta, olio, sale, zucchero, latte, uova e biscotti. Intanto il lavoro sommerso emerge sempre più, il lavoro nero diventa quasi l’unica fonte di guadagno su cui fare affidamento, aumenta la microcriminalità, mai giustificata neanche in momenti di sconforto economico ma che dilaga sempre più, non per garantire il lusso ma l’essenziale.

Ne il Piccolo Principe una delle frasi più famose è: “L’essenziale è invisibile agli occhi“. Bisognerebbe spiegarlo a chi invece delle farfalle nello stomaco che spuntano nella fase dell’innamoramento le ha per fame e l’essenziale deve necessariamente vedersi, a tavola, per poter andare avanti, per potersi sostentare, per un diritto che non dovrebbe essere negato a nessuno ma che molto spesso diventa un lusso.

Un plauso ai volontari che accanto ai fornelli roventi stazionano ore per cucinare, per sfamare migliaia di persone così lontane da quella cucina di ricerca e da quei piatti innovativi che solo poche tasche possono permettersi.

Print Friendly, PDF & Email
Ambasciator