I mestieri insoliti di Napoli, dall’acquaiolo al capillaro

Acquaiolo

Tanti i mestieri insoliti inventati dalla mente geniale e fantasiosa dei napoletani come l’acquaiolo, il posteggiatore e la scapillata

Napoli è una città conosciuta nel mondo anche per i suoi abitanti a cui spesso viene attribuita metaforicamente “una marcia in più”.

La capacità di trovare sempre il lato bello delle cose, di ironizzare sulle sventure, di empatizzare facilmente con gli altri li ha resi famosi nel mondo e molto apprezzati.

Un’altra caratteristica dei napoletani è senza dubbio l’arte di arrangiarsi. La miseria che ha spesso afflitto questa città, la difficoltà nel trovare un lavoro, hanno fatto in modo che all’ombra del Vesuvio nascessero mestieri insoliti ed originali che sono poi entrati nella cultura e nella storia della città, tanto da essere riproposti nella musica e nel cinema quali icone di un popolo che non si arrende mai e che, pure nelle avversità, riesce ad andare avanti.

L’acquaiolo, venditore ambulante per eccellenza

Uno dei mestieri più antichi di Napoli è quello dell’Acquaiolo, una figura nata nel XVIII secolo quando, per sbarcare il lunario, alcuni uomini misero su dei chioschetti improvvisati per vendere l’acqua ai passanti accaldati per il sole che, per gran parte dell’anno, baciava la città.

Questi venditori ambulanti giravano per le strade con delle grosse anfore di creta sigillate da tappi di sughero. I recipienti, chiamati mummare, riuscivano a tenere l’acqua in fresco per più di dodici ore. L’acqua veniva servita aromatizzata con limone e bicarbonato.

Di lì a poco la vendita dell’acqua divenne un mestiere accreditato e remunerativo e i chioschetti ambulanti divennero veri e propri punti di ritrovo in cui sono nate alcune delle bevande più famose di Napoli tra cui il Sarchiapone, acqua con granita di limone e ghiaccio, e la limonata A cosce aperte, acqua con limone e bicarbonato che va bevuta allargando le gambe per evitare che la schiuma prodotta dal bicarbonato che fuoriesce copiosa dal bicchiere, possa sporcare i vestiti.

Le scapillate

Un altro mestiere bizzarro nato a Napoli è quello delle scapillate, donne che si prendevano in affitto quando in una famiglia veniva a mancare qualcuno che non aveva molti amici o una parentela folta. Le scapillate partecipavano alla veglia ed al corteo funebre mostrando dolore e disperazione, piangendo e pregando e decantando le buone qualità di chi era passato a miglior vita.

Da questa antica arte di piangere disperatamente, che a Napoli si dice chiagnere nasce il termine chiagnazzaro, riferito a persone che si lamentano in maniera spropositata e senza un motivo reale.

O pusteggiatore

‘O pusteggiatore’ era invece una figura che passeggiando tra le strade in luoghi affollati, o entrando nei ristoranti, improvvisava uno spettacolo con chitarra, mandolino e voce, cantando i classici della canzone napoletana e ricevendo in cambio mance in denaro.

Nel 1900 questa figura divenne un’istituzione per la città ed alcuni posteggiatori iniziarono ad esibirsi nei salotti buoni in occasione di feste e ricevimenti.

Ancora oggi in alcuni ristoranti è possibile ascoltare questi artisti e spesso alle feste nunziali viene richiesta la ‘pusteggia’, cioè un gruppo di persone che si esibisce nel repertorio classico napoletano.

Il sanzaro, Cupido partenopeo

Chi a Napoli si sente un po’ Cupido e ha la passione per far nascere l’amore tra amici e conoscenti si sarà sentito dire che indossa “’e cazette rosse”, le calze rosse, segno distintivo del sanzaro.

Il sanzaro, che per farsi riconoscere indossava delle calze rosse, era infatti il punto di riferimento per coloro che volevano trovare l’anima gemella ma anche per i genitori che volevano informazioni sul ragazzo o la ragazza con cui i figli si erano fidanzati.

Siccome questa figura era ben radicata sul territorio, la sua attività era rivolta anche alla ricerca di immobili da comprare o affittare e a mediazioni di vario genere nella compravendita tra privati.

La parola sanzaro deriverebbe addirittura dall’arabo. Il sismar era infatti una persona che metteva in contatto chi voleva vendere e comprare mercanzia di vario tipo ai mercati.

Questo mestiere è andato ormai scomparendo ma a Napoli, quando si vuole indicare qualcuno che ricava un’opportunità da ogni situazione si fa riferimento al sanzaro o al senzale.

Il capillaro

Capillò, Capillò, chi me chiamma…” Sicuramente i nostri nonni ricorderanno il capillaro, uomini e donne che, approfittando della disperazione economica degli altri, hanno costruito con la loro attività un business internazionale.

Molto curati nell’aspetto e nel modo di abbigliarsi, i capillari giravano per le strade e, in cambio di poche monete, si facevano dare lunghe trecce tagliate al momento a donne che con i soldi ricavati riuscivano a sfamare i propri figli.

Spesso il capillaro faceva vere e proprie opere di persuasione con le donne che incontrava, salvo poi dover scappare in fretta e furia se, durante l’operazione del taglio, arrivava il marito della donna che stava vendendo i suoi lunghi capelli.

Questo mestiere veniva tramandato di generazione in generazione e dopo il taglio e l’acquisizione delle chiome, tutta la famiglia lavorava alla preparazione dei capelli da rivendere.

I capelli comprati venivano infatti sottoposti ad una lavorazione molto articolata. Prima erano lavati e divisi per colore, lunghezza e tipologia, poi venivano asciugati. Quando erano pronti venivano raggruppati ed inviati ai grossisti che li vendevano in tutto il mondo.

Succedeva così che i capelli delle donne napoletane finivano nelle parrucche di dame dell’aristocrazia, dei Lord inglesi e di altri personaggi molto facoltosi.

Questo curioso mestiere si è estinto nel dopoguerra, quando l’introduzione delle fibre sintetiche sostituì i capelli veri nella lavorazione delle parrucche.

Print Friendly, PDF & Email
Ambasciator