Il Muro Finanziere, la Grande Muraglia napoletana per fermare il contrabbando

Muro Finanziere - nell'immagine il Dazio di Secondigliano

I Borbone hanno dotato la città di un perimetro di alte e spesse mura di cinta, intervallato da torri di guardia e porte monumentali, per garantire l’efficace controllo del territorio e per vigilare su chiunque entrasse e uscisse dalla Capitale

Questo sistema assunse la denominazione di “Muro Finanziere” e fu adoperato per fronteggiare il dilagante contrabbando delle merci.

Il Muro Finanziere, edificato ad inizio Ottocento dall’architetto urbanista Stefano Gasse per ordine del re Francesco I di Borbone, il sovrano che ebbe il merito di ridisegnare il “volto” di Partenope, fu interamente realizzato nel caratteristico tufo giallo napoletano.

Tale costruzione andava a regolare il commercio e il passaggio in entrata ed uscita delle merci a Napoli, fungendo da vera e propria frontiera doganale e consentendo ai funzionari del Regno di incassare le imposte previste. Oggi solo pochi tratti del muro e alcuni sparuti edifici doganali sopravvivono come testimonianza di questo ambizioso ma irrealizzato progetto. 

Alcune tra le quattro barriere rimaste, tra cui quelle di Poggioreale e Capodichino, si trovano in pessimo stato di conservazione, alcuni edifici sono ormai dei ruderi e altri, invece, sono stati riconvertiti ad usi alternativi. Restano ancora visibili pezzi di questo muro al Vomero e ai Colli Aminei, precisamente in via Gabriele Jannelli n. 21.

Una cinta muraria per fronteggiare il contrabbando

La città di Napoli, da sempre al centro dei traffici commerciali del Mar Mediterraneo, ha dovuto affrontare, in ogni epoca della sua storia, il grave problema del contrabbando delle merci e la nascita della relativa borsa nera, un mercato parallelo ed illegale nel quale venivano smerciati i prodotti sottratti ai controlli doganali.

Invero, i Borbone si occuparono di tale annosa problematica e decisero di costruire una monumentale cinta muraria, lunga più di 20 chilometri, che “avvolgeva” interamente la Capitale. Napoli arrivò a disporre di ben ventinove torri di guardia e ventisei porte monumentali, molte delle quali demolite nel corso dei secoli successivi.

Questo sistema difensivo trasformò Napoli in una fortezza, dissuadendo gli attacchi nemici sia da terra che da mare. Durante il governo di Gioacchino Murat prima e con il ritorno al potere dei Borbone poi, venne innalzato il Muro Finanziere, una barriera sorta prettamente per ragioni economiche e doganali.

Il blocco continentale delle merci imposto da Napoleone Bonaparte, impedendo ogni transazione commerciale con le navi mercantili inglesi, in buona sostanza, fece fiorire il mercato nero e costrinse il governo della città ad assumere decisioni drastiche per affrontare la piaga del contrabbando. 

Il Muro Finanziere venne ultimato nel 1830 e comportò una spesa di oltre trecentomila ducati per le casse del Regno di Napoli.

La Grande Muraglia napoletana e l’espansione urbana

Il Muro Finanziere ha permesso l’ampliamento del perimetro urbano di Napoli, andando a toccare zone come Poggioreale, i Ponti Rossi e Capodichino, all’epoca aree agresti al di fuori dei confini cittadini. Gli studiosi riportano che questa cinta muraria partiva a est dalla cosiddetta dogana dei Granili, attualmente ridotta ad un relitto e situata all’altezza del ponte alla Maddalena al Rione Sanità, fino al posto di Sementina a ovest, adattando la propria conformazione al profilo del territorio.

La più importante testimonianza del passaggio del Muro Finanziere si può ammirare ancora oggi in via Antiniana, nel quartiere Arenella. Proprio qui, nella zona delle Case Puntellate, è ancora visibile una targa recante la scritta “Qui si paga per gli regj censali“, a indicare la presenza di un checkpoint presso il quale i commercianti in transito avrebbero dovuto pagare la gabella necessaria per entrare e uscire da Napoli.

Il Fascismo abbatte il Muro Finanziere: verso lo sviluppo delle metropoli italiane

Con l’avvento del Regime Fascista, poi, venne ripensato completamente il concetto di città e i consessi urbani più popolosi, tra cui, per l’appunto, Napoli, iniziarono ad assumere la dimensione di vere e proprie metropoli, ampliando il proprio perimetro e inglobando aree come Soccavo o Ponticelli, all’epoca comuni autonomi, per fare in modo che si superasse la soglia del milione di abitanti

Questa progressiva espansione dei confini urbani segnò “l’inizio della fine” per il Muro Finanziere e i confini che, un tempo, tracciava vennero definitivamente cancellati: nel 1930, per l’appunto, Benito Mussolini abolì le cinte daziarie in tutta Italia con proprio irrevocabile decreto.

Il Muro Finanziere resta una preziosa testimonianza della lotta di Napoli al contrabbando, un fenomeno socio-culturale complesso e che non si può sommariamente ricondurre soltanto alla criminalità, ed è anche segno di un’epoca di profonda modernizzazione urbana per la nostra città.

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