Il Museo Lombroso di Torino: tra antropologia e pregiudizi

Il Museo Lombroso di Torino

Quando le teste dei meridionali furono messe in mostra nel Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso”

Napoli è stata descritta e raccontata in tantissimi modi diversi e molto spesso la narrazione di questa città è stata negativa in un gioco al massacro che ha cercato di cucirle addosso stereotipi che l’hanno resa simbolo negativo di ogni male, dal malcostume al malaffare, dalla corruzione alla criminalità.

Troppo spesso verso la città è stata messa in moto una vera e propria macchina del fango che ha visto i napoletani descritti come indolenti, nullafacenti pronti a piangersi addosso, protagonisti di una sceneggiata in cui essi sono costantemente vittime di un sistema che li ha abbandonati e che dovrebbe prenderli in carico senza che loro muovano un dito, sulle spalle di un’altra Italia che invece produrrebbe e che porterebbe il peso di questa zavorra, di questo pezzo di Paese che vegeta.

Chi non conosce la gloriosa storia di questa città, o ha bisogno di strumentalizzare i fatti raccontati in mala fede, si accanisce contro Napoli ed i napoletani divenuti negli anni, ingiustamente, bersaglio di critiche che si riassumono nel cliché di “Pizza, mandolino e mafia”.

Pillole di Storia Meridionale

Da qualche tempo però sono tanti quelli che stanno cercando di raccontare la verità su Napoli e sul Meridione semplicemente mettendo in fila gli eventi per come sono accaduti. E da questo racconto emerge che Napoli è da sempre una città coraggiosa, gloriosa, che non ha mai piegato la testa, umiliata e offesa ma sempre capace di uno scatto di orgoglio e di genio che ha saputo tirare fuori dalla cenere una magia fatta di mare e cielo, di storia e tradizione, di avanguardia e genialità.

Napoli ha sempre resistito e combattuto contro chi voleva schiacciarla e sempre ne è uscita vincente. Chi è nato a Napoli ne ha intimamente consapevolezza e vive di un orgoglio che affonda le sue radici nel passato.

Indiscutibilmente infatti questa è stata la città dei primati sin da tempi antichi.

Nel 1861 un censimento effettuato dal neonato Regno d’Italia dimostrò che il Regno delle Due Sicilie, di cui Napoli era capitale, era lo Stato preunitario più industrializzato in assoluto, con il 51% di lavoratori occupati in questo settore.

Il Regno poteva vantare il maggior complesso industriale metalmeccanico d’Italia, Napoli e Castellamare avevano la maggiore industria navalmeccanica d’Italia.

Il primo telegrafo elettrico d’Italia entrò in funzione a Napoli dove fu inaugurata la prima ferrovia e la prima stazione d’Italia, la Napoli – Portici, istituita nel 1839.

Il settore tessile produceva ed esportava in tutto il mondo manufatti di lusso. Da San Leucio partivano stoffe pregiate lavorate con i bachi da seta allevati nella zona circostante l’opificio. A Napoli si producevano i guanti per tutta l’aristocrazia e l’alta borghesia europea.

La più alta percentuale di medici era concentrata a Napoli dove operava anche a servizio delle persone più indigenti.

A Napoli, dove era presente una delle più importanti e potenti flotte navali d’Europa, fu stilato il primo Codice Marittimo Italiano, il Codice De Jorio, redatto nel 1781.

Sempre all’ombra del Vesuvio fu ideato ed adottato il primo sistema pensionistico.

Nel centro della città fu costruito il primo Albergo dei Poveri, una delle più grandi edificazioni settecentesche, commissionato all’architetto Ferdinando Fuga da Carlo di Borbone.  In questa struttura furono accolte 8.000 anime, tra indigenti e diseredati, al fine di debellare l’accattonaggio e la prostituzione. Nei laboratori creati in questo luogo si rieducavano i giovani insegnandogli un mestiere secondo un preciso programma di recupero sociale.

L’esperienza e le competenze dei soldati che componevano il potente esercito napoletano portarono alla creazione di diverse scuole militari che divennero famose in tutta Europa. La Nunziatella, fondata nel 1787, ancora oggi è attiva.

In 270 giorni di lavoro nacque uno dei più importanti teatri d’Europa: il Real Teatro di San Carlo, il più antico teatro d’opera tutt’ora attivo.

Sempre a Napoli furono fondate quattro università dove studiava il maggior numero di studenti universitari della penisola che avrebbero rappresentato la classe dirigente del futuro.

In quell’epoca il 55% dei libri pubblicati in Italia era stampato da case editrici napoletane e vi era un fermento culturale che aveva trasformato la città in un luogo di ritrovo per i maggiori letterati, poeti, scrittori e uomini di cultura che, in arrivo da tutta Europa, venivano a Napoli per confrontarsi.

Sempre a Napoli nacque l’Osservatorio Sismologico Vesuviano, il primo al mondo, realizzato dal fisico Macedonio Melloni e sviluppato da Luigi Palmieri con l’annessa stazione meteorologica.

In quel periodo a carico dei meridionali c’era il peso fiscale più basso della penisola e il Regno delle Due Sicilie era il primo Stato Italiano per ricchezza.

Nelle casse del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli c’era più oro di quanto ne avrebbero avuto, mettendolo insieme, i regnanti di tutta Europa. La rendita statale era quotata nella Borsa di Parigi al 120%.

L’arrivo di Garibaldi

Napoli era questo, capitale del Sud, prima che l’arrivo di Garibaldi e dei suoi mille soldati riscrivesse la geografia, l’economia e la storia della città e dei suoi abitanti e prima che si creassero gli stereotipi che da sempre accompagnano i napoletani e li imbrigliano in cliché negativi.

La storia reale racconta che Napoli era una vera e propria metropoli, prima che prendesse il via la conquista violenta del Sud da parte dei regnanti piemontesi.

Conquista violenta perché l’unità politica di due popoli è reale quando questi decidono di formare un unico stato e non quando uno stato aggredisce l’altro a colpi di cannone, occupandolo, massacrando civili inermi, saccheggiando e stuprando con la connivenza di chi avrebbe potuto muovere un decimo della sua potente difesa militare per schiacciare il nemico e invece non fece nulla perché aveva già venduto il Meridione a tavolino.

Le ricerche di Cesare Lombroso

A difendersi, come sempre, provò invece il popolo che presto fu etichettato con il nome di briganti a cui l’esercito piemontese tagliava le teste che venivano infilzate su pali e messe in mostra per scoraggiare le popolazioni a combattere. Più o meno come facevano i barbari con i loro nemici.

Questa tragica pratica è stata documentata da fotografie, che mostrano le teste ancora grondanti sangue poste in teche di vetro.

Quelle teste furono poi mandate a Torino dove lo scienziato Cesare Lombroso, medico militare piemontese, le sezionò e le utilizzò per dimostrare la sua tesi secondo cui i briganti meridionali, ed in generale gli uomini del Sud, erano atavicamente delinquenti e recavano nella loro fisiognomica, nella misura e nelle caratteristiche del cranio, sia nella parte interna che in quella esterna, i segni di questa inferiorità rispetto agli uomini normali.

Per dimostrare la sua personalissima teoria denominata “Avatismo”, Lombroso scorticò cadaveri, sezionò teste, effettuò esperimenti sulle spoglie di uomini e donne del Sud che avevano combattuto nella resistenza contro Garibaldi.

Un po’ come fecero gli scienziati nazisti con gli ebrei con la differenza che molti di loro furono processati a Norimberga per crimini di guerra e le loro azioni ricordate come atti aberranti e per esse furono condannati senza appello e giustamente dal mondo intero.

La raccapricciante raccolta di orrori di Lombroso invece è ancora presente a Torino in una sezione a lui dedicata presso il Museo di Antropologia Criminale.

Sembrerebbe uno scherzo ma nelle teche di questo museo sono ancora esposte le teste dei “briganti” imbalsamate, con la targa originale su cui lo scienziato annotò nome e cognome affiancati al titolo di brigante, con l’elenco dei presunti atti criminali di cui si erano macchiati.

Per anni le famiglie di quegli uomini e di quelle donne hanno reclamato invano la restituzione delle loro membra o, almeno, che non fossero esposti in maniera così irrispettosa.

Se è possibile una cosa del genere allora non stupisce che su Napoli si continui indisturbati ad offendere, travisare, costruire realtà parallele che raccontano bugie e stereotipi.

Fortunatamente però il napoletano non ha tempo per soffermarsi su questo. Lui, “atavicamente” guarda avanti, sorride e va oltre. 

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