Obi-Wan Kenobi: recensione e analisi del 4° episodio della miniserie su Disney+

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Nuovo mercoledì, nuova puntata: arriva il 4° episodio di Obi-Wan Kenobi, la miniserie ambientata nell’universo di Star Wars disponibile in streaming su Disney+

Obi-Wan Kenobi, la miniserie sul cavaliere Jedi disponibile su Disney+, ha già raggiunto quota quattro episodi. Come passa il tempo in giro per la galassia. La serie su Obi-Wan Kenobi è il prodotto originale più visto sulla piattaforma streaming di Disney, al punto che delle voci di corridoio sussurrano di una certa seconda stagione.

Ma c’è questa prima stagione da portare a termine, e bisogna farlo nel migliore dei modi; si spera, non è mica detto. Ormai mancano soltanto i due episodi finali, e la storia è ormai ben consolidata. Tutto ciò che funziona e tutto ciò che, invece, non funziona è ben indirizzato. Come è indirizzata la storia e come indirizzati sono i personaggi. Ma andiamo per gradi e analizziamo l’episodio “Parte IV” di Obi-Wan Kenobi.

Episodio 4: Parte IV

La narrazione riprende dal discutibile finale del terzo episodio, in cui Darth Vader lascia andare Obi-Wan con Tala, dopo che il Sith l’ha malmenato in una delle peggiori sequenze action che la TV ricordi, e dopo averlo usato come uno spiedino sul fuoco. Il perché lo abbia lasciato andare, non ci è dato saperlo; le malelingue suggeriscono che il motivo sia da ricercare nel minutaggio: stava finendo la puntata, e non è che potesse inseguirlo. Si fa per ridere, oh.

In ogni caso, ritroviamo un malconcio Obi-Wan accompagnato da Tala verso lidi migliori. Viene riproposta la sequenza d’apertura che vede Obi-Wan e Darth Vader alternarsi sulla scena, entrambi in una vasca di bacta, ma con il Sith che se la passa indubbiamente meglio. Una soluzione originale e, tecnicamente ben fatta; ma il senso di déjà vù si avverte.

La prima parte della puntata è quella debole in un’ideale ripartizione dell’episodio: i dubbi dei compagni di Tala sulla presenza di Obi-Wan (e il rischio che ne consegue) vengono liquidati con estrema facilità. Come viene facilmente superata la diffidenza nei confronti di quella che appare una vera e propria missione suicida: l’assalto alla Fortezza dell’Inquisitorio dove la piccola Leia è tenuta prigioniera; la fortezza si trova su Nur, una bella Luna oceanica che fa dimenticare la polvere di Tatooine e Mapuzo.

Il primo spezzone di puntata vede alternarsi il rapido convincimento dei compagni di Tala, l’arrivo di quest’ultima insieme a Obi-Wan su Nur e l’interrogatorio a Leia della Terza Sorella. E sull’Inquisitrice va aperta una parentesi. Moses Ingram, a cui va tutto il supporto morale per le angherie subite sul tossico mondo social, ahimé non si può considerare l’attrice giusta per il ruolo.

La sua capacità attoriale non è sufficiente; per citare Boris, fa delle faccette che rasentano il ridicolo. Il che rende sterile il suo personaggio. L’interrogatorio è un filler: non porta a nulla (se non per un colpo di coda nel finale), non trasmette nulla e scade nel comedy involontario per via di un maldestro tentativo di dare profondità al personaggio.

Discorso che, purtroppo, deve allargarsi anche ai suoi sodali: gli Inquisitori finora sono un manipolo di cretini a cui il potere ha dato alla testa e a cui gliela si fa sotto il naso con estrema facilità. Scritti male e recitati peggio. Come è rivedibile il furtivo ingresso di Obi-Wan Kenobi nella fortezza. Da Rogue One sappiamo che la falla sistemica nella Morte Nera di Episodio IV ha un suo perché; ma che una fortezza marina non abbia scudi di difesa e che con due bracciate in mare si possa accedervi, è francamente risibile. Ma vabbè. Dettagli.

Tutto ciò rende la prima parte di questo 4° episodio decisamente dimenticabile. La seconda parte migliora. Con Obi-Wan Kenobi che inizia a convincersi che la Forza scorra ancora nelle sue vene, l’intrattenimento aumenta e la dinamicità della puntata diventa più frenetica. Oltre al fatto che il graduale “risveglio” della Forza rende sicuramente giustizia al personaggio e alla caratterizzazione imbastita finora.

L’ottima interpretazione di Ellaria Sand come Tala fa il paio con quella di Vivien Blair e di Ewan McGregor. E rappresentano gli aspetti più positivi della serie. Le scene che vedono Tala infiltrarsi nella Fortezza sono tra le migliori: il terrore al cospetto della Terza Sorella è palpabile, come l’ansia nello sguardo che ha all’ingresso della sede centrale degli Inquisitori.

Qualche timido passo in avanti lo compie anche la regia: le scene action sono le migliori avute fin qui nella serie. Debora Chow non viene certamente aiutata dallo stagecraft: le riprese sul corridoio tipico di questa tecnologia appaiono eccessivamente statiche e non si ravvisa nessun guizzo in grado di smuoverle dal centro della passerella, come si nota soprattutto nella scena della fuga finale.

Alla quarta puntata ormai si deve dire anche qualcosa sugli strumenti a disposizione di cast e regia. Il budget a disposizione deve essere stato destinato per gran parte agli attori; altrimenti non si spiega come mai le location appaiano così spoglie e povere di qualsiasi materiale di scena, consegnando delle riprese che, esteticamente, sono a limite del rabberciato. Che termine altisonante, rabberciato.

Infine, un piccolo appunto sulla scrittura e sullo schema narrativo che si è ormai consolidato: tutti gli episodi seguono una linea precisa e concisa. Ed è la seguente: Obi-Wan Kenobi che cerca Leia, che incappa in imprevisti, che trova aiutanti, che salva Leia, che viene braccato dalla Terza Sorella e che scappa. And repeat.

Tutto sommato credo sia l’episodio migliore dei quattro. Anche se è mancata la parte introspettiva che si era fatta preferire nei primi tre. La serie alla quarta puntata danza su un labile equilibrio di mediocrità che, con un finale all’altezza, può ambire a giudizi migliori – ma che può anche crollare sotto il peso delle aspettative. Vedremo.

A mercoledì prossimo su Disney+, che la Forza sia con voi.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.

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