Orban non cede sulla legge anti-lgbt e l’Ungheria rischia di uscire dall’Europa

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Il primo ministro ungherese Viktor Orban sempre più isolato in Europa a seguito del polverone dovuto alla controversa legge che limita fortemente la libertà di espressione e informazione su tematiche legate al mondo LGBT

È un affondo coordinato quello dei leader dei paesi membri nei confronti di Orban, dovuto alle recenti disposizioni che limitano la diffusione di informazioni che riguardino tematiche legate a questioni di genere e orientamento sessuale in Ungheria. Verranno applicate in diversi ambiti, dalla scuola all’offerta televisiva.

La risposta di Draghi

C’è anche il primo ministro Mario Draghi tra i 17 rappresentanti europei che hanno indirizzato una lettera alle presidenze di Consiglio europeo e Commissione per rimarcare l’impegno del vecchio continente nel rispetto dei valori fondamentali di libertà e garanzia di espressione.

Non è mancato quindi l’appoggio italiano alle accuse nei confronti della deriva anti-libertaria ungherese. Durante il suo intervento al vertice UE, Mario Draghi ha voluto ricordare a Orban che anche la sua nazione ha accettato di condividere i fondamentali valori europei espressi dall’articolo 2 del Trattato, aggiungendo che – in ogni caso – spetta alla Commissione Europea “stabilire se l’Ungheria lo sta violando o no”.

Il duro affondo di Rutte a Orban

Ma le parole più forti arrivano dal premier olandese Mark Rutte. Uno dei massimi fautori delle politiche di austerity (spesso in polemica con le scelte italiane in ambito economico-comunitario), ha partecipato al vertice UE, dove ha dichiarato– senza mezzi termini – che dopo quella legge “Non c’è più posto nell’UE per l’Ungheria”. Per il leader dei Paesi Bassi non ci sono alternative: abrogare la legge o lasciare l’Unione Europea. Salvo poi concludere su posizioni più moderate, specificando che “non è lui l’unico a deciderlo, ci sono altri 26 leader”.

A queste si aggiungono le ferme prese di posizione, come quella del premier portoghese e di quello lussemburghese, Xavier Bettel. Quest’ultimo, apertamente omosessuale e sposato con un uomo, ha rivolto a Orban un toccante discorso:

Ci conosciamo da anni, ma questo mi tocca. Non sono diventato gay. Lo sono, non è una scelta. Guarda quante persone LGBT si suicidano. Tutto ciò è molto brutto.

E continua:

È stigmatizzante. Ora abbiamo manifesti anti-gay in Francia, così rendi le persone una minoranza. È davvero terribile in un Paese europeo. Mia madre odia che io sia gay, ci convivo. E ora lo metti in una legge. Ti rispetto, ma questa è una linea rossa. Riguarda i diritti fondamentali, il diritto di essere diversi”.

La risposta di Orban

La risposta ungherese non si è fatta attendere. Da Budapest, rassicurano che: “Questa legge non riguarda l’omosessualità, ma le famiglie e i minori”. Sarebbero quindi questi ultimi i destinatari di una riforma che – senza dubbio – va ad inserirsi nella più ampia discussione internazionale che vede al centro i diritti dei soggetti LGBT e la loro sicurezza.

Presente al vertice e incalzato dai giornalisti, ha accusato i suoi omologhi di non aver letto attentamente la legge, aggiungendo che questa “è già in vigore”. Ha concluso poi ricordando il suo passato da attivista per i diritti, a suo dire, per aver “combattuto durante il regime comunista, per la libertà”.

L’ultimatum dell’Europa

La Commissione Europea ha comunque deciso di muoversi per vie legali, inviando una lettera alla ministra della Giustizia ungherese. La missiva precisa come – con la nuova legge  – l’omosessualità e divergenza dall’identità personale rispetto al sesso alla nascita “sono equiparate alla pornografia e sono considerate in grado di esercitare un’influenza negativa sullo sviluppo fisico o morale dei minori”. Tutto in aperta violazione dell’Articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

L’Europa chiede quindi all’Ungheria di fornire chiarimenti, spiegazioni e informazioni sulle nuove disposizioni oggetto di polemica. E Orban dovrà fornire una risposta soddisfacente entro e non oltre il 30 giugno.

Altrimenti, potrebbe aprirsi un nuovo e interessante capitolo per gli equilibri sovranazionali dell’Unione.

via Adnkronos

Link all’Agenzia Ue per i diritti fondamentali: https://fra.europa.eu/it/about-fra

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.