15 anni dalla morte di Oriana Fallaci: perché i suoi scritti sono più che mai attuali?

Oriana Fallaci

Quindici anni dalla morte di Oriana Fallaci. Il 15 settembre 2006 moriva la giornalista italiana più conosciuta al mondo

Controversa e scomoda, Oriana Fallaci è, al di là di tutto, una delle protagoniste della storia del giornalismo e della letteratura contemporanea italiana.

Come corrispondente di guerra una parte del suo lavoro, tra libri, articoli e reportage, ha interrogato, esplorato, studiato e criticato, in maniera anche feroce e tagliente, gli accadimenti storici che hanno segnato la contemporaneità: Guerra del Vietnam, crisi del Medio Oriente e rivoluzione iraniana.

Si è scritto tanto, si è detto troppo e forse tutto sulla sua carriera e sulla sua persona.

A vent’anni di distanza dall’11 settembre 2001 con il ritiro degli Stati Uniti e degli alleati europei dall’Afghanistan e la conseguente avanzata e ritorno al potere dei Talebani a Kabul, gli scritti della Fallaci ritornano nuovamente ad essere oggetto di interesse.

Per tanto ci si chiede quanto dell’analisi di Oriana Fallaci sia stata disattesa dagli ultimi eventi e quanto invece ci sia stato di “profetico”.

Ci si affanna ad esplorare ancora una volta le parole di Oriana Fallaci, scritte o rilasciate tramite interviste, quasi a volerle contrapporre la Storia stessa perché “ha visto tutte le guerre del nostro tempo”.

Il giornalismo come una “giacca stretta”

Fiorentina, classe 1929, Oriana Fallaci si muove tra giornalismo e letteratura e, là dove sente il giornalismo una “giacca stretta” contrappone il potere della letteratura inteso come quello di “universalizzare la verità”.

…quando dicevo che il giornalismo per me è una giacca stretta, qualcosa in cui non mi sentivo a mio agio, intendevo dire che quando scrivi un articolo o un reportage devi rimanere nei limiti di ciò che è accaduto, di cosa è stato detto; devi essere molto rigoroso nel riportare: senza inventare, distorcere o manipolare- ed ero molto brava in questo- tuttavia più miglioravo nel mantenermi fedele agli eventi più mi sentivo costretta, come se avessi avuto delle manette.

Oriana Fallaci intervistata da Charlie Rose nel 1992 circa il suo libro Insciallah

Insciallah: un romanzo sui “bambini che la guerra uccide, i lenoni che la guerra favorisce, i banditi che la guerra protegge”

1990, Oriana Fallaci “calca” ancora una volta la soglia della letteratura mondiale con il suo romanzo Insciallah.

Oriana Fallaci ripercorre, all’interno del suo romanzo corale, i sanguinosi eventi del 1982 e la successiva missione di pace promossa dall’Occidente a Beirut. Protagonista principale del romanzo è il Professore, un militare insegnante di matematica ed appassionato di letteratura intento nella stesura di un romanzo.

Il lettore viene trascinato istantaneamente nel vivo dei combattimenti in una Beirut caotica, sporca e che odora di sangue, metallo e morte. La trama si dipana in un arco narrativo che copre tre mesi e, nonostante si tratti di Beirut, la Fallaci non nasconde di essersi servita della sua indimenticabile quanto traumatica esperienza di corrispondente in Vietnam (moltissime sono le descrizioni ed i passaggi resi possibili grazie ai ricordi della scrittrice sui campi di battaglia in Vietnam).

Al suo interno moltissimi sono poi i dialoghi che riguardano il rapporto con la scrittura, interi passaggi nei quali sembra quasi che la voce del Professore si fonda con quella dell’Oriana autrice.

È la paura del foglio bianco che ti scruta vuoto, beffardo. È il supplizio del vocabolo che non trovi e se lo trovi fa rima col vocabolo accanto, è il martirio della frase che zoppica, della metrica che non tiene, della struttura che non regge, della pagina che non funziona, del capitolo che devi smantellare e rifare rifare rifare finché le parole ti sembrano cibo che sfugge alla bocca affamata di Tantalo. È la rinuncia al sole, all’azzurro, al piacere di camminare, viaggiare, di usare tutto il tuo corpo: non solo la testa e le mani. È una disciplina da monaci, un sacrificio da eroi, e Colette sosteneva che è un masochismo: un crimine contro sé stessi, un delitto che dovrebb’esser punito per legge e alla pari degli altri delitti. Colonnello, c’è gente che è finita o finisce nelle cliniche psichiatriche o al cimitero per via dello scrivere. Alcoolizzata, drogata, impazzita, suicida. Scrivere ammala, signor mio, rovina. Uccide più delle bombe.

Insciallah

Oriana Fallaci riflette sulla perenne dicotomia tra la vita e la morte e lo fa utilizzando il concetto stesso di guerra come miglior catalizzatore d’attenzione.

Niente rivela la bellezza e la turpitudine degli uomini, la loro stupidità e la loro intelligenza, la loro codardia e il loro coraggio, il loro mistero come la guerra. È un fatto.

Perché leggere questa parte di produzione letteraria e giornalistica della Fallaci oggi?

Romanzi come “Insciallah” o “Le radici dell’odio. La mia verità sull’Islam” possono essere letti o riletti mettendo da parte il pericoloso atteggiamento di eccessiva riverenza o di eccessivo disprezzo che ha quasi sempre circondato la personalità dell’autrice.

Può essere occasione di maggiore lucidità critica la lettura del lungo articolo “La rabbia e l’orgoglio” pubblicato dal Corriere della Sera il 29 settembre del 2001, all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, nel quale Oriana Fallaci ritorna sul romanzo Insciallah a dieci anni di distanza dalla sua pubblicazione.

L’auspicio è che si realizzi quello che è l’augurio di Gianni Riotta contenuto nella prefazione all’edizione del 2014 dello stesso e cioè quello si essere diventati lettori e lettrici con la capacità di “leggere Oriana senza la Fallaci”, generazione emancipata dal chiacchiericcio legato alla figura della Fallaci per raccogliere la “sfida” di Oriana.

Sfida che può essere ulteriormente rintracciata nell’autobiografia, pubblicata postuma nel 2008 da Rizzoli, “Un cappello pieno di ciliegie”.

Ora che il futuro s’era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire. Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituiva il mio Io.

Un cappello pieno di ciliegie

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.