Le origini del Presepe Napoletano

Da San Francesco di Assisi alla passione dei Borbone: il sogno di Benino e di Luca Cupiello nelle origini del presepe napoletano

Origini presepe napoletano. Se quest’anno il Natale sarà “insolito” per le restrizioni dovute alla pandemia in atto; la situazione singolare che stiamo vivendo può rappresentare, nel contempo, un momento di straordinaria riscoperta delle nostre radici culturali. Nonostante l’incedere della globalizzazione e il tentativo di “massificare” tutto indiscriminatamente, il presepe rappresenta, ancora oggi, una componente indispensabile delle festività natalizie. Siamo seri: ma veramente qualche napoletano può immaginare di festeggiare il Natale senza aver accuratamente realizzato, pastore dopo pastore, il presepe? In caso contrario, sarebbe un “Natale senza Natale” e, certamente, non napoletano. È giusto, quindi, ricostruire brevemente la storia del presepe tout court e di come nasce ’o presebbio napulitano.

Le origini del presepe napoletano

Prima di tracciare i punti chiave nella ricostruzione delle origini del presepe, è d’uopo ricordare che la commemorazione della Nascita di Gesù il 25 dicembre è fissata, in accordo con i dottori della Chiesa, da Papa Giulio I. Una primissima rappresentazione scenica della Natività, è ascrivibile già all’antica arte cristiana delle catacombe ed ai sarcofagi, dove sono riprodotte scene raffiguranti Gesù Bambino, la Vergine e i due animali che lo riscaldano. In un primo momento, la figura di San Giuseppe è accantonata, per poi essere introdotta successivamente.
Nel Medioevo, è San Francesco d’Assisi a riprodurre il presepe a Greccio, probabilmente per accontentare un tale Giovanni Velita che, gravemente malato, non può recarsi da Greccio fino ad Assisi. Già nel 1292, l’arcivescovo di Amalfi fa allestire nel duomo un presepe grandioso.

La scena tradizionale va progressivamente evolvendosi e arricchendosi di altri personaggi in quel Presepe Napoletano che, già a partire dal XIV secolo, comincia a definirsi un’arte propria: vengono inseriti nuovi personaggi all’esterno della grotta, estranei alla scena sublime. Scrive Vittorio Gleijeses nel suo Feste, Farina e Forca:

I nuovi personaggi […] portano al presepe calore e movimento con vivacità e col colore degli usi popolari. Il popolo, che si riconosce nella folla adorante, dà nella poesia di quest’arte una testimonianza del suo amore per il Bambino Divino.

Ne consegue, quindi, la “nascita” di un presepe napoletano “festaiolo“.
Oltre la grotta sacra, i re Magi, vi si aggiungono il gregge, i pastori, gli zampognari e le taverne; in una mescolanza di sacro e profano – specchio dell’essere napoletano – che confonde epoche e costumi. Ci troviamo, quindi, davanti ad una vera e propria scultura minore dell’epoca barocca, ad un’arte che dà vita anche al fiorente artigianato del vestiarista, che si occupa dell’abbigliamento dei pastori.

Il presepe e i Re Borbone

Il presepe, dunque, diventa a Napoli arte sublime, appassionando dapprima i viceré e poi i reali; Carlo e Ferdinando II di Borbone creano, autonomamente, quel microcosmo fatto di sughero e pastori, senza risparmiarsi le critiche di qualche intenditore per errori più o meno evidenti. Lo stesso Ferdinando II, è così affascinato dal presepe che in occasione dell’inaugurazione della Ferrovia Napoli-Caserta del 1840, fa trasportare quello di casa reale da Caserta al Palazzo di Napoli.

Benino, il pastore che dorme

A Napoli, Natale comincia presto. Subito dopo il 2 novembre – giorno in cui si celebrano i defunti – l’ineffabile San Gregorio Armeno si popola progressivamente di turisti e di appassionati alla ricerca di quegli inimitabili pastori. Tra i protagonisti assoluti del presepe, un posto di primaria importanza è attribuito a Benino, il dormiente, che richiama il Dio Pan, il Dio dei Pastori dell’Antica Grecia, che sogna un nuovo ordine per il mondo.

A tal proposito, è corretto ricordare che a Napoli il tema pastorale è strettamente legato alla Natività; dall’Arcadia di Sannazaro al Settecento, epoca in cui il presepe napoletano raggiunge il suo acme.
Il sonno di Benino, poi, è riferibile altresì ad un passo evangelico: «E gli angeli diedero l’annunzio ai pastori dormienti». Non è da considerarsi affatto come raffigurazione dell’ozio di un giovane pastore; ma il momento in cui l’uomo abbandona ogni forma di razionalità e materialismo. Per immergersi in una dimensione Alta, lontana da qualsivoglia classificazione “umana” e “terrestre”. Una dimensione in cui si immerge anche Luca Cupiello – il protagonista di Natale in casa Cupiello di Eduardo -; che si ostina a creare la magia del presepe in un contesto che lo accantona aspramente. E che, alla fine, spezzerà la sua anacronistica, inarrivabile poesia.