‘E panni americani, dalle truppe alleate ai mercati di Napoli

Panni americani

In molte zone di Napoli, ci si può imbattere nei caratteristici mercati rionali con degli stand di abiti vintage, i cosiddetti “panni americani”

L’arte di arrangiarsi partenopea durante la Seconda Guerra Mondiale ha trasformato i vecchi indumenti dei militari statunitensi in una fonte di sostentamento per intere famiglie. Ma non è tutto oro quel che luccica.

La Seconda Guerra Mondiale ha dilaniato l’Europa e quando, alla fine dell’aprile 1945, le truppe naziste e fasciste furono sconfitte e iniziarono a battere in ritirata, l’Italia era un paese ridotto in un cumulo di macerie ma che respirava l’agognata libertà, cercando al contempo di rimettersi in sesto.

La liberazione delle città italiane fu un processo graduale e spesso difficile, come la strenua resistenza del popolo napoletano nelle proverbiali “Quattro Giornate” insegna, caratterizzato da feroci combattimenti urbani e orgogliosa lotta. L’arrivo degli Alleati in Italia, poi, ha rappresentato un momento cruciale nella storia del nostro paese, uno spartiacque che determinò il tramonto del regime fascista, aprendo la strada alla rinascita e al rilancio dell’economia del Belpaese dopo il lungo conflitto.

‘A malatia ‘e l’America, l’impronta a stelle e strisce su Napoli

Le truppe americane, durante il loro soggiorno a Napoli, hanno lasciato un segno indelebile nella cultura di questa città. Anche il linguaggio ha subito l’influenza forte dell‘inglese americano, con parole e modi di dire che sono diventati parte integrante del dialetto napoletano. Impossibile non menzionare, a tal proposito, la canzone “Tu vuò ffà l’americano” di Renato Carosone, un brano che è sempre popolarissimo ed è stato remixato dai più importanti dj del mondo.

Dal punto di vista economico, invece, l’arrivo delle truppe alleate ha contribuito a rimettere in moto il sistema produttivo della nostra città con nuove “opportunità” commerciali, talvolta illegali, che il popolo partenopeo ha saputo sfruttare grazie alla consueta arguzia.

‘E panni americani, un business tutto napoletano 

Nell’immediato dopoguerra, di fatti, sulle bancarelle dei mercati rionali di Napoli e provincia iniziarono a  comparire beni ed abiti sottratti ai convogli americani in transito nel nostro territorio, un’attività redditizia che è divenuta poi un fenomeno radicato nella cultura popolare, i cosiddetti “panni americani“. 

I panni americani (o pezze) erano prodotti di seconda mano (second hands in inglese, in napoletano “sechenenza”), indumenti, pellami di ogni tipo e scarpe ma anche cioccolato, sigarette, medicinali o calze di nylon, insomma, articoli che arrivavano alle falde del Vesuvio direttamente dagli Stati Uniti nell’ambito del Piano Marshall, l’ingente programma varato, nel 1947, dal segretario di Stato George Marshall a sostegno della ripresa economica europea postbellica.

Questo nuovo indotto consentì a molti napoletani di improvvisarsi commercianti, barattando o vendendo ciò di cui si poteva fare a meno per ottenere quel che era indispensabile per il sostentamento delle proprie famiglie.

Il “fiorente” mercato nero di Napoli

Le difficoltà della ricostruzione nell’immediato secondo dopoguerra, la povertà sempre più diffusa e la necessità di sbarcare in qualche modo il lunario portarono, nella nostra città ma non solo, alla genesi di una florida “borsa nera”, un vero e proprio mercato parallelo (ed illegale) nel quale venivano smerciati i panni americani ed articoli di tutti i tipi a prezzi fuori da ogni logica, consentendo ai borsisti, affaristi subdoli e dai modi solo apparentemente cortesi, di sfruttare la fame e la miseria che attanagliavano il popolo.

Anche i più giovani dovettero industriarsi per aiutare le proprie famiglie e, nelle principali vie del centro cittadino, iniziarono a proliferare i cosiddetti “sciuscià”, termine napoletano che storpia quello inglese di “shoeshiners”, orde di ragazzini che si chinavano a pulire e lustrare i boots, i tipici stivali anfibi dei militari Alleati di stanza a Napoli, per pochi ma preziosissimi soldi. 

Ad ogni modo, questo commercio “alternativo” era interamente nelle mani dei vari capozona e delle organizzazioni camorristiche che si accordavano con i conniventi sottufficiali americani, i quali cedevano merci altrimenti introvabili, sottratte illecitamente ai depositi militari.

Una fetta del popolo napoletano, purtroppo, ha sempre creduto di essere più furba degli altri ma così non è. Certi meccanismi non hanno lasciato nulla al tessuto economico-sociale della città, anzi, si è permesso alle truppe alleate e ai malintenzionati di arricchirsi sulle spalle della povera gente.

I mercati divennero, quindi, delle vere e proprie roccaforti del crimine organizzato, luoghi in cui le forze dell’ordine difficilmente si avventurarono, dei bazar dell’illegalità a cielo aperto.

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