Che vuol dire “Pe n’aceno ‘e sale se perde ‘a menesta”?

La tradizione della minestra maritata sulle tavole dei napoletani a Natale. A menesta non può mai mancare

Sta arrivando Natale, iniziano i preparativi, le tradizioni sbucano tutte fuori dall’enorme baule dei ricordi di famiglia. Ogni casa napoletana, poi, le plasma per sé ma ce n’è una che qualsiasi napoletano non scampa: la minestra, anzi “a menesta!”.

Pe’ n’aceno ‘e sale se perde ‘a menesta

Che sia di accompagnamento ad un secondo piatto, che sia la portata principale, non c’è casa tradizionale che non abbia a che fare con questa verdura che in questi “giorni santi” – come li chiamava Eduardo de Filippo – diventa un alimento che raggiunge anche prezzi stellari.

Ma ai napoletani non basta portarla a tavola, eh no. Per quanta fantasia utilizziamo, soprattutto nella lingua e nei detti, abbiamo fatto diventare questo piatto anche protagonista di un proverbio: “Pe’ n’aceno ‘e sale se perde ‘a menesta”. Quante volte lo abbiamo sentito? Ma che significa?

Anche un granello di sale può fare la differenza

Letteralmente si traduce: per un granello di sale si rovina la minestra. Ma perché ne abbiamo fatto un detto? Perché i napoletani sono un popolo che conosce la fatica e soprattutto conosce la delusione di perdere, per piccoli errori, grandi risultati.

La minestra che si rovina a causa di un solo acino di sale spiega come anche un piccolo errore o una dimenticanza possano portare alla perdita di tutto il lavoro fatto in precedenza.

A quanti sarà capitato? Lottare per un obiettivo, impiegare tutte le forze, lavorare costantemente e con impegno per poi essere sopraffatti da un velocissimo e fatale momento che distrugge tutto.

Il granello di sale, inoltre, riferimento ai danari: “Per pochi soldi di sale si perde la minestra”. Come riporta il manuale “Proverbi. Semi della tradizione” di Vittorio Pupilio, la locuzione si utilizza quando si vuol commentare, quindi, la sventatezza di qualcuno che per aver voluto usare una piccola diligenza nel condurre al termine un’operazione, ha prodotto danni incalcolabili, tali da nuocere alla stessa conclusione dell’operazione.

Questo modo di dire napoletano può avere anche la sua interpretazione inversa però. Oltre alla negligenza, può essere nociva anche la troppa premura: a menesta salata in maniera eccessiva è comunque di cattivo sapore, ad indicare, quindi, che anche il troppo storpia (per usare un altro proverbio!).

Antiche monete

Ma vi svelerò di più: c’è una versione ancora più antica di questo detto, quello che le nostre nonne conosceranno di sicuro, che è “Pe’ nu callo ‘e sale se perde ‘a menesta”. Ma che cos’è il callo?

Anche qui restiamo nella sfera del denaro. Il callo si riferisce al trecalle, la più piccola moneta divisionale napoletana pari al mezzo tornese. Aveva un limitatissimo potere d’acquisto, per cui era da stupidi rischiare di rovinare un’intera minestra e lesinare sull’impiego di trecalli per acquistare il necessario sale.

Il trecalle fa riferimento all’immagine della testa di cavallo incisa sulla moneta. Il termine cavallo talvolta contratto in callo, come nel famoso tre calle in rame, moneta valida dal 1472 al 1815; era in pratica la dodicesima parte di un grano napoletano sostituita poi dal tornese questo assunse il valore di 5 cavalli.

Una ricetta antica

A menesta continua ad essere piatto forte delle tavole dei napoletani a Natale, addirittura ne scriveva il Marchese del Tufo:

“Deh, se provaste mai, donne mie care, certo altro buon mangiare che noi con studio assai lo solem fare d’un dolce pignate, d’un pezzo riposata da poi che è cucinata detta a Napoli tra noi la maritata, fatti di torzi, d’ossa mastre e carne, lascereste faggian, pernici e starne, dove entra un pezzo di presciutto vecchio per far meglio apparecchio, salcizon, sopressata e boccolaro, col suo finocchio e buon formaggio dentro, che il sapor vada a penetrar nel centro“.

La ricetta di Gennaro Esposito

Noi vi riproponiamo la ricetta di questo piatto cult della cucina partenopea, tipicamente invernale, ricco, grasso e succulento, dello chef Gennaro Esposito:

Preparare un brodo di carne con tutte le carni elencate tra gli ingredienti, aggiungendo anche la carota, la costa di sedano, la cipolla e grani di pepe nero. Nel primo bollore cercare di eliminare il più possibile la schiuma scura che sale a galla.

Una volta ben cotta la carne salare q.b. Dopo un’ora toglierla dal brodo e filtrare quest’ultimo molto bene. Lasciare freddare bene il brodo in modo che il grasso si solidifichi ed eliminarlo.

Lavare bene le verdure e farle cuocere per un paio di minuti in acqua bollente, scolarle bene ed immergerle nel brodo bollente per un paio di minuti, spegnere il fuoco e lasciare riposare la minestra almeno un’ora. Al momento di servirla disporre un po’ di verdura in una fondina, versarvi del brodo bollente ed adagiarvi sopra un misto di carni lesse sfilacciate, grattugiarvi del formaggio a vostra scelta.

Print Friendly, PDF & Email
Ambasciator