Pino Daniele, resta quel che resta

…e tu Pino resterai nel nostro cuore, per sempre

Nero a metà, mascalzone latino, lazzaro felice, uomo in blues, musicante, sono solo alcuni dei suoi soprannomi ma, a Napoli, nella sua città, lui è semplicemente Pino o anche Pinuccio per connotarne meglio la familiarità. Perché per i napoletani Pino Daniele non è stato solo un cantante ma un fratello, un padre, un figlio, l’amore grande, che quando viene a mancare non puoi crederci e ti porti il malanimo dentro per sempre. A compensazione di tutto il dolore provocato dalla sua scomparsa a soli 59 anni resta però la sua opera, sconfinata e meravigliosa.

Le sue canzoni sono gemme preziose che oltrepassano il tempo e hanno fatto la storia, non solo quella della musica napoletana. Un genio indiscusso del blues e poi di tutti i generi che ha inventato, rivisitato e suonato, un mago della chitarra, una voce unica, un poeta che ha saputo accarezzare melodie con parole struggenti su Napoli, sull’amore, sulla vita.

Nato nel cuore di Napoli, al quartiere Porto, era il primogenito di sei figli. Il padre era un portuale e le condizioni economiche della famiglia erano modeste tanto che Pino, dopo i primi anni trascorsi nel basso dov’era nato, andò ad abitare in Piazza Santa Maria La Nova a casa di due sorelle benestanti, Lia e Bianca, che lui chiamava zie. Frequentò le scuole elementari presso l’istituto Oberdan, dove ebbe come compagno di classe Enzo Gragnaniello e dove si distinse per la cura che aveva di sé stesso e delle sue cose. Fin da bambino mostrò una passione particolare per la musica ma si diplomò in ragioneria all’Istituto Armando Diaz di Napoli, nel cuore dei Decumani.

Intanto imparò a suonare la chitarra da autodidatta e fondò, insieme ad un compagno di classe, il suo primo gruppo, i ‘New Jet’, in cui rimase per breve tempo. Entrò a far parte del complesso ‘Batracomiomachia’, insieme a Paolo Raffone, Rosario Jermano, Rino Zurzolo, Enzo Avitabile ed Enzo Ciervo ed iniziò a comporre i primi brani.  Il gruppo faceva le prove in Vico Fontanelle alla Sanità, da lì in quegli anni passarono molti dei futuri protagonisti della musica napoletana, tra cui Corrado Rustici ed Edoardo Bennato. Erano gli anni ’70 e Pino iniziò l’attività di sessionman, collaborando a vari dischi e partecipando come bassista ai tour di alcuni cantanti tra cui Bobby Solo.

Come bassista entrò nel gruppo dei ‘Napoli Centrale’, ensemble partenopeo di primissimo piano in cui venne a contatto con diversi strumentisti fra i quali James Senese che contribuì in maniera decisiva alla sua crescita musicale e alla realizzazione di alcuni dei primi album tra cui ‘Pino Daniele’ nel 1979, ‘Nero a metà nel 1980, e ‘Vai mo’’ nel 1981. Farsi notare fu facilissimo, era una novità assoluta nel panorama musicale italiano ed il suo blues stregò la EMI che lo contrattualizzò facendogli incidere due singoli, Che calore e Fortunato.

Arrivò così l’album di esordio ‘Terra mia’ e Pino si fece conoscere in tutta Italia benché il suo lavoro fosse impregnato di napoletanità, espressione di un legame profondo e intimo con la tradizione partenopea, con i testi che raccontavano Napoli nelle sue contraddizioni, usanze, difficoltà nei suoi mille colori. Brani che negli anni successivi sono diventati iconici e lo hanno caratterizzato come artista e, ancora di più, come cantore della città, beniamino, eroe, il figlio di cui essere orgogliosi. Terra mia, Suonno d’ajere, ‘Na tazzulella ‘e cafè, Libertà e ovviamente Napule è.

Fu poi la volta dell’album ‘Pino Daniele’, nel quale lasciò esplodere il suo blues producendo altri classici della sua produzione, come Je so ‘pazzo, Je sto vicino a te, Chi tene ‘o mare con uno struggente assolo al sax di James Senese, Putesse essere allero, Basta na jurnata ‘e sole e Donna Cuncetta.

Gli anni ottanta segnarono la sua consacrazione come artista di primo piano apprezzato anche all’estero. Il 27 giugno del 1980 suonò in apertura al concerto milanese di Bob Marley, allo Stadio San Siro, davanti a 80.000 persone. Nello stesso anno pubblicò ‘Nero a metà’, nel quale definì l’unicità del suo stile, il nuovo sound napoletano, un latin blues con sonorità mediterranee. Non è un caso se questo disco è presente nella classifica stilata dalla rivista Rolling Stone dei 100 album italiani più belli di ogni tempo.

Il 19 settembre del 1981 Pino tenne un concerto in Piazza del Plebiscito a Napoli accompagnato sul palco da Tullio De Piscopo, Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Tony Esposito e James Senese. La piazza si riempì di oltre duecentomila persone, lo stesso Pino appariva stupito per quella folla che lo acclamava, che cantava, ballava e saltava al ritmo della sua musica. La Rai, che era in piazza per una diretta, ebbe difficoltà tecniche enormi perché la folla presente, con il suo movimento, creava quasi un’onda sismica. E quel concerto, forse il primo mega evento musicale della storia italiana, fu davvero un terremoto per il panorama musicale. In questo contesto esplose il “Neapolitan Power”, un’innovazione artistica senza precedenti, con richiami a blues, jazz, funk e rock.

Ebbe inizio una nuova epoca prolifica in cui Pino scrisse Yes I Know My Way, Viento ‘e terra, Have You Seen My Shoes e Notte che se ne va.

Nel 1982 le prime grandi collaborazioni con musicisti di fama internazionale. L’album di quell’anno, Bella ‘mbriana, vide il contributo di Alphonso Johnson al basso e di Wayne Shorter al sassofono soprano, entrambi provenienti dallo storico gruppo Weather Report. Nel 1983 incise e produsse l’album Common Ground, in collaborazione con Richie Havens, e partecipò, con due brani, all’album Apasionado di Gato Barbieri. Nel 1984 aprì l’esibizione milanese di Carlos Santana e Bob Dylan.

Con Pino hanno collaborato tutti i grandi nomi della musica mondiale. Il percussionista Naná Vasconcelos, Chick Corea, George Benson. Nel 1985 pubblicò ‘Ferryboat’ nel quale suonarono Steve Gadd e Mino Cinelu. Poi arrivarono Pat Metheny ed Eric Clapton. Schivo e modesto, ad ogni esibizione insieme Pino ringraziava i suoi colleghi con le parole e l’espressione di chi aveva ricevuto un regalo ma era chiaro che le note suonate insieme erano l’incontro della produzione di miti della musica, unici, irripetibili. Mostri sacri, e lui era oramai lì insieme a loro, patrimonio della musica mondiale. E non c’era umiltà che tenesse perché Pino Daniele era amato ed apprezzato in ogni angolo del globo.

Il resto è storia, Bonne soirée, Schizzechea with Love, Mascalzone latino, Un uomo in blues, E sona mo’ indimenticabile live registrato durante un concerto a Cava de’ Tirreni, Che Dio ti benedica, Non calpestare i fiori nel deserto e Dimmi cosa succede sulla terra, Come un gelato all’equatore, Il mio nome è Pino Daniele e vivo qui. Una discografia che gli valse due premi Tenco, riconoscimenti ai maggiori festival mondiali, innumerevoli dischi d’oro e di platino, la stima ed il rispetto di colleghi italiani e internazionali. Un successo che non lo cambiò, Pino restò umile e schivo, lontano dal gossip anche quando la vita privata lo faceva finire sotto i riflettori. Eppure il suo carattere aperto e giocoso era apprezzato da tutti quelli che entravano in contatto con lui.

Questa sua essenza venne fuori nel 1992 quando Pino fece una delle sue rare apparizioni televisive, partecipando insieme a Massimo Troisi al programma Alta classe condotto da Gianni Minà. Daniele e Troisi, amici fraterni ed entrambi da tempo sofferenti di cuore, cuori grandi ma tanto fragili, davanti alle telecamere senza filtri. I due diedero luogo ad una serie di gag e raccontarono il loro modo di collaborare durante la produzione delle colonne sonore che Pino produceva per i film di Massimo. Gianni Minà fece fatica a condurre l’intervista, piegato in due dalle risate e con le lacrime agli occhi, Pino non si sottraeva agli assist lanciati dal suo amico ribattendo alle battute in modo pacato ma esilarante, rivelando una parte di sé sconosciuta al grande pubblico.

Quello che invece era noto a tutti era la sua generosità di uomo e di artista. Pino era l’uomo delle collaborazioni. Irene Grandi, Giorgia, Noa, Fiorella Mannoia, Ron, Jovanotti, Emma Marrone, Ramazzotti, Mina, Battiato, Biondi, De Gregori, Pavarotti, J Ax, Raiz e tanti altri, alcuni dei quali divenuti suoi grandi amici. Era soprannominato “zio Pino” e come tale dispensava consigli preziosi pur dichiarando di avere imparato lui qualcosa di nuovo in ogni duetto realizzato.

Nell’ambiente tutti parlavano bene di lui, nessuno lo invidiava e come potrebbe essere stato altrimenti? Pino non era una “star” della musica ma piuttosto una “stella polare”, una guida, un’ispirazione. Pino era nella musica come Maradona nel calcio e infatti Diego, dopo poco tempo a Napoli, volle conoscerlo e danno i brividi le foto e i video di Maradona a casa dei calciatori del Napoli che canta Napul’ e’ accompagnato da Pino alla chitarra. Quanta vita, quanta passione, amore e musica con Napoli da sfondo! Pino Daniele resta una di quelle cose che se non sei di Napoli puoi intuire ma non capire fino in fondo.

Oggi sono nove anni che Pino è andato via e a scrivere di lui bruciano ancora le mani e sanguina il petto. Zio Pino, fratello, amico, figlio, manca e mancherà sempre. A chi lo ama manca la sua produzione e i gioielli che avrebbe ancora potuto regalare anche se, come ad ogni nuova uscita, i più avrebbero risposto con il solito cliché “Eh ma il primo Pino Daniele però resta il più bello”, per poi adorare tutte le nuove canzoni facendole entrare nella mente, nel cuore e nell’anima perché “Pinuccio è sempre Pinuccio!”, come quando nostra madre impazzisce a improvvisamente cambia la ricetta della pastiera con una variante sentita alla tv o da un’amica e noi ci “incazziamo” ma poi la mangiamo tutta perché ci piace lo stesso e perché “a mamm’ e’ semp’ a’ mamm’!”.

Di lui ci resta l’essenza, ci resta quella canzone speciale che ci fa sobbalzare quando la sentiamo all’improvviso o quando la mettiamo su perché solo Pino può aiutarci in quel momento particolare. Di Pino restano i ricordi dell’adolescenza scandita dalla sua musica, i suoi concerti in cui lui si rivolgeva al pubblico con un “Guagliu’” e il suo popolo si infiammava. Di Pino restano i suoi amici e colleghi Enzo Gragnaniello, Tony Esposito, Tullio De Piscopo e James Senese, reliquie viventi di un tempo che è stato, con Pino e grazie a Pino, dei loro concerti insieme, dal primo di piazza del Plebiscito agli ultimi al Palapartenope in cui si assistiva inconsapevoli alle sue ultime apparizioni, ai suoi arpeggi, alle melodie accarezzate dalla sua voce.

Nove anni da quella tragica sera del 4 gennaio 2015 e un dolore ancora vivo che ci fa chiedere “perché così presto?” Eppure Pino, che era anche padre affezionato e amorevole, forse ha provato ad indicarci la strada per continuare a sentirlo presente. Lo ha fatto nel modo in cui meglio era riuscito a comunicare anche in vita, con la musica. Così, a pochi anni dalla sua scomparsa è stata ritrovata una canzone inedita che suona un po’ come un saluto, forse una premonizione che il suo tempo terreno fosse ormai al termine, un incoraggiamento a rimanere forti anche quando qualcuno che amiamo ci lascia, un invito a credere ancora in noi stessi e nella forza di chi ci ha amato e che resta, per sempre…

“Quando qualcuno se ne va

Resta l’amore intorno

I baci non hanno più

Quel sapore eterno

Resta quel che resta

E se qualcosa poi non va

Senti quel vuoto dentro

Le strade non hanno un nome

E non sei contento

Non sei più contento di te

Eh, che cerchi me

Eh, in questo tempo che passa

Mi accorgo che mi manchi

I miss you

I miss you

E se qualcuno ti dirà

Che si può anche impazzire

Senza discutere

Spiegare al tuo cuore

Resta quel che resta

E se qualcosa ci sarà

Oltre quegli occhi chiusi

Devi pretendere

Una vita migliore

Essere contento di te

Eh, che ami me

Eh, in questo tempo che passa

Mi accorgo che mi manchi

I miss you

I miss you

I miss you

I miss you

Essere contento di te

Eh, che ami me

Eh, in questo tempo che passa

Mi accorgo che mi manchi

I miss you

I miss you”

We miss you Pino, ti cercheremo ancora e ti troveremo sempre nelle tue canzoni, perché tu Pino resterai nel nostro cuore, per sempre.

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