Pinocchio per adulti: la vera storia raccontata da Carlo Collodi

carlo collodi

Oggi ricorre l’anniversario della morte di Carlo Collodi, uno degli scrittori italiani più influenti della letteratura per l’infanzia, ricordato soprattutto per il suo capolavoro Pinocchio, il burattino di legno tanto amato dai bambini. Ma la storia che conosciamo è davvero l’unica versione esistente? 

Chi è stato Carlo Collodi

Carlo Collodi non si chiamava veramente così. Il suo vero nome era Carlo Lorenzini e nacque a Firenze nel 1826. Fu prima giornalista e poi scrittore; negli anni che precedettero la prima guerra d’Indipendenza del 1848, infatti, cominciò a collaborare con un giornale milanese di nome L’Italia musicale e successivamente, dopo aver partecipato ai moti risorgimentali a sostegno delle idee mazziniane, fondò un giornale umoristico-politico che esaltò le sue capacità di scrittura. In seguito, collaborò con altre testate umoristiche, come La Lente, per la quale firmò il suo primo articolo sotto lo pseudonimo di Collodi, che altro non era che il nome del paese d’origine di sua madre. 
Alla scrittura delle fiabe per bambini si dedicò solo a partire dagli anni ’70, prima traducendo le fiabe di Perrault dal francese all’italiano, e poi lavorando ai libri pedagogici per la scuola. Pinocchio vedrà la sua nascita nel 1881, dopo i libri di Giannettino (1875) Minuzzolo (1877). 

Pinocchio per adulti: la vera storia che ci fa rabbrividire

Quando nel 1881 venne pubblicato Pinocchio, esso portava ancora come titolo La storia di un burattino, e non era nemmeno ancora un romanzo, bensì una storia a puntate divisa in quindici capitoli, che venne pubblicata sul Giornale dei bambini.  
Collodi riprese la storia pochi mesi dopo, dandogli il titolo che tutto il mondo oggi conosce, e lo pubblicò nel 1883 sotto forma di romanzo pedagogico. 
Sullo spazio e sul tempo della fiaba sappiamo poco: essa probabilmente è ambientata a Firenze nell’epoca che precede l’Unità di Italia. 
Ancora oggi, però, facciamo confusione tra la vera storia di Pinocchio raccontata da Collodi e quella rappresentata dalla pellicola Disney, uscita nel 1940. Tra le due, infatti, ci sono enormi differenze, soprattutto se prendiamo in considerazione il fatto che il film modificò tutti le scene considerate inquietanti che invece ritroviamo nel romanzo e che riportiamo qui sotto: 

Innanzitutto, Pinocchio ci viene descritto come un bambino molto disubbidiente, che possiede un’anima già prima che Geppetto fabbricasse quella marionetta (o burattino) e che, soprattutto, è irrispettoso nei confronti del falegname, dal quale scapperà più volte, facendolo finire anche in prigione. 
La presenza educativa del grillo parlante, invece, che compare durante le disavventure di Pinocchio all’interno del film, non ha un destino positivo nel romanzo, anzi, il simbolo della coscienza del bambino verrà ammazzato dal lui stesso con un martello, per averlo rimproverato di essere scappato di casa. 
Tra le strane e inquietanti peripezie, ricordiamo la famosa scena di quando decide di marinare la scuola, non perché persuaso ingenuamente dalle figure negative del gatto e della volpe (come, invece, vediamo nel film), ma anzi perché volontariamente decide di farlo.

Giungiamo poi al finale della storia, che è tutt’altro che lieta come i bambini si aspetterebbero: Pinocchio muore impiccato dal gatto e dalla volpe e “chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e […] rimase lì come intirizzito”, ci racconta Collodi nella prima edizione del Pinocchio, che poi modifica, visto lo sconvolgimento dei bambini, concludendo la fiaba così come la ricordiamo tutti: Pinocchio diventa finalmente un bambino in carne ed ossa.

Ma perché la fiaba di Pinocchio si tinge di tinte così forti nella versione originale del romanzo?

È probabile che, oltre alla lettura con scopi educativi, la fiaba di Pinocchio possa essere letta anche in una chiave a cui non avevamo mai pensato prima
Tutti i personaggi della fiaba, infatti, hanno un ruolo che rimanda ad un messaggio esoterico di fondo, legato alla Massoneria. Partendo proprio dal nome Pinocchio, esso significherebbe “terzo occhio” o “occhio pineale” e rappresenterebbe la formazione dell’uomo illuminato; Geppetto, invece, secondo alcuni, assomiglierebbe al Demiurgo platonico, l’artigiano che crea il burattino, ma che ha bisogno del Dio maggiore per conferirgli quel soffio vitale, per farlo diventare cioè, un uomo illuminato. Pinocchio, però, non sarà umano fino alla fine della fiaba e questo perché, secondo il pensiero massonico, bisogna compiere prima un lungo processo interiore per diventare illuminati. Ed ecco spiegate tutte le (dis)avventure del nostro Pinocchio fino al (secondo) lieto fine.  
Il gatto e la volpe, rispettando questa possibile interpretazione, sarebbero la tentazione negativa a perseguire la via del successo senza passare per l’istruzione scolastica, che invece è il simbolo della conoscenza per la Massoneria, e lo stesso paese dei Balocchi non è il mondo idillico nel quale i bambini possono vivere senza regole, bensì quello dell’ignoranza e della sregolatezza, che trasforma tutti in asini per farli lavorare in miniera. 
Pinocchio diventerà un illuminato solo quando riuscirà -finalmente- a sfuggire a tutte le strade che lo allontanano dall’obiettivo finale, e così risorgerà dalla buia pancia della balena (l’ignoranza) con il padre Geppetto, che ha appena salvato. 

Si tratterà soltanto di una iper-interpretazione del famosissimo romanzo di Collodi? Questo non possiamo saperlo, perché l’autore morì a soli 64 anni il 26 ottobre 1890 -esattamente 131 anni fa– senza spiegarci le possibili chiavi di lettura della fiaba e, soprattutto, senza godere del grande successo che, di lì a poco, il suo capolavoro avrebbe avuto. 


Tradotto in oltre 100 lingue nel mondo, Pinocchio rimane, seppure con le sue contorte interpretazioni, la storia più amata da tutti. 

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.