Podere Cafasso, il progetto di Pierpaolo e Max

Podere Cafasso: un progetto che va avanti nonostante la pandemia, anche grazie al crowdfunding.

Pierpaolo e Massimo, due storie diverse, che si sono incrociate per realizzare un desiderio comune: ristrutturare un antico rudere e avere un pezzetto di terra.

Pierpaolo Mandetta è nato a Paestum, anche se ha vissuto per anni a Milano, per la sua carriera da scrittore (è un affermato scrittore di romanzi per il gruppo Mondadori e ha una pagina Facebook che conta quasi 100mila fan).

Massimo Terreni, invece, vive a Milano, è dirigente d’azienda e sviluppa le sue capacità amministrative in molteplici settori commerciali. Il lavoro lo ha condotto fino al Cilento, terra di cui si è innamorato e in cui spera di trasferirsi.

Tra mille ricerche, è arrivato il posto perfetto che cercavano: il Podere Cafasso,  un casale anni ’50 sito nelle campagne di Capaccio Paestum (Sa), nella località Cafasso, un’oasi di pace tra i campi di granturco, in stato d’abbandono da circa quindici anni. La tenuta prende il nome di “Podere Cafasso” per omaggiare il borgo e i suoi abitanti.

A gennaio 2020 hanno acquistato il Podere, e, quando tutto sembrava andare per il meglio, la pandemia ha messo a dura prova il progetto. Così hanno pensato di attivare due campagne di crowdfunding: la prima, per la restaurazione del Podere, è andata a buon fine. A coloro che hanno donato è stato offerto un picnic, quando la struttura verrà ultimata.

La seconda campagna, ancora in atto, ha lo scopo di raccogliere i fondi per la costruzione di una fattoria al Podere Cafasso.

Seguo il progetto giorno dopo giorno, passo dopo passo, grazie a Pierpaolo, che posta ogni aggiornamento sui social. Ha accettato volentieri la mia richiesta di fargli qualche domanda, con la speranza che in questo modo il Podere venga conosciuto sempre di più.

Pierpaolo cosa ti ha fatto capire che la vita da scrittore non ti bastava più?

Forse l’aver superato i trent’anni. Non avrei mai immaginato di fare discorsi simili, che sono proprio quelli che detestavo quando a farli erano i miei genitori. Una specie di “mettere la testa a posto e pensare al futuro”, ecco. L’essere entrato in una fase della vita in cui c’è bisogno di avere qualcosa che ci appartenga davvero, che sia frutto delle nostre mani stanche. Lavorare con la mente è appagante, ma viviamo in una società in cui i prodotti dell’arte non ripagano di una vera dignità i loro autori. In tutti i campi. I libri, le canzoni, i fumetti, l’arte in generale, non ci appartengono. Li affidiamo alle grosse aziende del settore, che decidono ogni dettaglio.

C’è una grande gioia quando si è giovani e si viene pubblicati e finalmente il lavoro di anni e anni viene riconosciuto, ma col tempo si realizza che forse il gioco non vale la candela. Gli autori fanno quasi tutto il lavoro e guadagnano una miseria. Devono gestire pubblicità, mezzi di comunicazione, sognare di essere influencer prima ancora di essere artisti, ma non hanno uno stipendio per coprire le ore che occorrono. È come essere in un ingiusto e perenne tirocinio, e arrivati a una certa età non basta più. Ora sono felice nel sapere che sto coltivando la terra con le mie forze e che i suoi frutti nessuno può portarmeli via. La natura è profondamente riconoscente con chi se ne prende cura.

Quando è arrivata l’idea di ristrutturare il Podere Cafasso?

Sia io che Max avevamo un forte bisogno di cambiare le nostre vite frenetiche e così virtuali. Entrambi i nostri lavori ci inchiodavano ad un pc per quasi tutto il giorno, o al cellulare, ed eravamo esausti. Ci ritrovavamo alla sera incazzati senza motivo, con la testa scarica e il corpo pieno di adrenalina non sfogata. Dato che io sono tornato a vivere in campagna dai miei, mi sono guardato intorno e ho pensato: “a tutti e due piace la natura, perché non farla diventare la nostra casa?”. E così abbiamo rivoluzionato il nostro modo di pensare al futuro, iniziando a cercare vecchi poderi in rovina. Dopo un anno abbiamo trovato un casolare nel borgo in cui mia madre ha trascorso l’infanzia umile e bellissima di cui spesso mi ha raccontato. Abbiamo capito subito che quello era il posto giusto.

Cosa vorresti rappresentasse il Podere Cafasso per le persone?

Un ritorno alla semplicità, che la nostra cultura occidentale presto dovrà decidersi ad adottare per curare i suoi mali. L’inquinamento, il capitalismo sfrenato, le risorse naturali esaurite, i cambiamenti climatici, i rapporti umani virtualizzati, la sovrappopolazione, i disturbi mentali che la tecnologia troppo presente sta scatenando. Vorrei che il Podere Cafasso diventasse un luogo in cui rifugiarsi per staccare la spina, ascoltare gli uccelli, raccogliere la frutta, sporcarsi le mani. Fermarsi un attimo e riscoprire il piacere di stare in compagnia del verde e degli animali.

Come lo immagini il Podere tra dieci anni?

Spero che diventerà un posto bellissimo e pieno di vita, un punto di riferimento per gli appassionati del verde, ma anche un’oasi in cui non esistano forme di discriminazioni, aperto a tutti. Mi immagino seduto su una sedia, sfinito ma contento, a guardare le persone che stanno bene nel nostro parco. Amici, famiglie, coppie.

Qual è il ruolo di Massimo in tutto questo? È stata un’idea di entrambi quella di cercare una location come quella del Podere?

Io e Max siamo soci, abbiamo preso insieme la decisione di cambiare vita. Lui è l’amministratore di questo progetto enorme e ambizioso, mentre io mi occupo più spesso della gestione del verde. Lui aveva il potere economico per poter acquistare il Podere e l’esperienza aziendale che Milano gli ha regalato negli ultimi anni, mentre io contavo sulla creatività sviluppata grazie al mio lavoro sui social, e le competenze nel giardinaggio per i miei studi agrari. Solo uniti avremmo potuto dar vita al Podere Cafasso

La pandemia ha messo a dura prova la vostra buona volontà, mettendo in stand by il progetto: avete deciso, dunque, di avviare delle campagne di crowdfunding. Cosa siete riusciti ad ottenere grazie alle donazioni?

Come tante persone che hanno fatto investimenti poco prima dello scoppio della pandemia, questo virus ci ha travolti in pieno e ha distrutto i nostri piani. Abbiamo acquistato il Podere a gennaio, ma la struttura è degli anni ’50 e necessita di importanti lavori di recupero, quindi avevamo cercato degli investitori che si occupassero della ristrutturazione, per trasformarla in una country house con camere per l’accoglienza.

Un mese dopo, il virus è arrivato e ha bloccato l’intera economia. Abbiamo perso gli investitori, le risorse economiche, e la possibilità di aprire il cantiere. Ogni nostro piano è stato cancellato. Ma non potevamo perderci d’animo. Avevamo ancora un ettaro di terra a disposizione, e così, con i risparmi rimasti, abbiamo pensato di trasformarlo in un giardino didattico con azienda agricola, per non darla vinta al Covid e dare a noi la possibilità di iniziare a lavorare.

La campagna di crowdfunding di luglio ci ha aiutato moltissimo con le spese burocratiche che servono ad avviare il cantiere per mettere almeno in sicurezza il casale, in attesa di capire se potremo usufruire degli ecobonus. La nuova campagna di crowdfunding, ancora in corso, è invece destinata alla costruzione della fattoria, con stalle e pollai, così da completare i lavori del parco ed essere pronti all’apertura al pubblico in primavera.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.