5 classici del cinema da non perdere su Prime Video

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La piattaforma streaming di Amazon offre un ricco catalogo tutto da scoprire; tra i circa 17.000 film su Prime Video, c’è un ottimo comparto riservato ai classici di ogni tempo

Prime Video, secondo i calcoli di Movieplayer offre 17.461 film, cinque volte in più del pur ottimo catalogo di Netflix, ad un prezzo davvero contenuto, sia in relazione alla ciclopica mole di titoli, sia in relazione alla qualità dei contenuti e dello streaming cinematografico.

Facilissimo perdersi, dunque, nel ciclopico catalogo della piattaforma di Amazon. Dopo aver proposto una rapida guida sui migliori titoli asiatici presenti su Prime Video, è arrivato il momento di rendere più celere anche la ricerca per chi sente il bisogno di conoscere i film che hanno reso grande il cinema: i classici d’autore.

Sulla definizione di classico, ci sono un sacco di saggi di menti migliori della mia a cui lascio l’onore e l’onere di disquisire a riguardo. Con della sana magnanimità, ci faremo bastare l’idea che può rendere la parola “classico” affiancata a “cinematografico”: qualcosa di enorme, lontano, quasi inaccessibile ma – al contempo – dal fascino irresistibile.

Nel catalogo di Prime Video ce n’è per tutti i palati, di tutti i tempi e di tanti registi diversi. Non mancano classici contemporanei, ma ho deciso – senza che nessuno me l’abbia chiesto – di selezionarne i 5 migliori, un po’ lontani dalle produzioni del 2000 in poi.

Bande à part, Jean-Luc Godard (1964)

Uno dei capolavori di uno dei movimenti cinematografici più importanti della storia del grande schermo: la Nouvelle Vague. Il termine, coniato alla fine degli anni ’50 in Francia, sta a significare “nuova onda”, riferendosi ai registi “nuovi” che si affacciavano nel mondo del cinema con nuovi codici artistici e diversi effetti visivi.

Durante gli anni ’50 in Francia, in piena Guerra Fredda, il cinema aveva assunto dei toni documentaristici volti a discernere la crisi sociale che attanagliava il popolo francese. I contenuti moralizzanti, idealizzati e poco aderenti alla conversazione realistica del quotidiano, hanno portato questa nouvelle vague ad emergere.

Infatti, in questo nuovo modo di far cinema, troviamo la “politica dell’autore” per la quale la produzione filmica è diretta conseguenza dell’uomo dietro la macchina da presa: il regista. Per strada, in appartamento, prodotto con mezzi sgangherati: ecco il nuovo modo di far film, più vicino alla realtà, un filo più scanzonato ma, soprattutto, più autoriale, più intimo. A differenza dei distaccati toni documentaristici idealizzati del tempo.

E l’opera di Godard è una delle migliori realizzazioni di questo nuovo intento: abbiamo Arthur e Franz, con tanta voglia di non far nulla, che scorrazzano per Parigi che tentano di circonvenire Odile, una loro compagna di un corso di inglese, per svaligiare la casa della zia della ragazza.

Vuoi immergerti in una narrazione scanzonata che offre spunti interessanti? Sei curioso di capire perché è considerata un’opera di culto? Prenditi un’oretta e mezza e vai su Prime.

L’iconico ballo. Immagine presa da Wikipedia

La notte, Michelangelo Antonioni (1961)

Monica Vitti, Jeanne Moreau e Marcello Mastroianni. Già questo trio dovrebbe far venire l’acquolina in bocca ad ogni cinefilo. E, infatti, stiamo parlando di uno delle produzioni cinematografiche più importanti della storia del cinema. Oltre all’appena citato cast eccezionale e una regia magistrale di Antonioni, l’opera si pregia della sceneggiatura di Ennio Flaiano e Tonino Guerra.

Parte centrale – e fondamentale – di una delle trilogie meglio riuscite della storia del cinema (la Trilogia dell’incomunicabilità) rientra nella cerchia delle opere che – per linguaggio, tematiche e stile – più hanno rivoluzionato il cinema, lasciando un’impronta marcata e indelebile. Un esempio cristallino di autorialità cinematografica.

In un contesto culturale in cui il neorealismo la faceva da padrone, Antonioni esalta la sua sensibilità artistica offrendo un ritratto dell’Italia durante il boom economico degli anni ’60, offrendo in un ampio respiro poetico tutto ciò che guarda con occhio inquieto: un disagio esistenziale, una solitudine incorruttibile, un’incomunicabilità inflessibile.

Sei alla ricerca di una narrazione impegnata? Il tuo mood tende all’alienazione sociale e ad una depressione cosmica? Oddio, non so se fa per te, non vorrei averti sulla coscienza, ma… vabbè, tu guardalo, nel caso. Magari ti fa bene, oh.

Sono piena di vizi. Ma senza praticarne nessuno.

Valentina (Monica Vitti), La notte
Immagine presa da Wikipedia

Ro. Go. Pa. G., Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini e Ugo Gregoretti (1963)

Ambizioso lungometraggio diviso in quattro episodi diretti rispettivamente da quattro intellettuali di speciale rilievo: Rossellini (Ro.), Godard (Go.), Pasolini (Pa.) e Gregoretti (G.). Ogni episodio ha un titolo e tutti e quattro si muovono sul sottile filo che divide il dramma dalla comicità, avendo in comune un’irriverenza desolante contro la nascente cultura di massa.

Il primo episodio, intitolato Illibatezza, vede un’avvenente ma semplice assistente di volo, lontana dal suo fidanzato, subire le moleste avances di un passeggero molto invadente. Con un’impronta comico-dissacrante, è un episodio molto leggero ma fortemente simbolico, visto il capovolgimento totale che avviene nel finale.

Il secondo episodio, intitolato Il nuovo mondo, ha un taglio fantascientifico, in cui c’è una “felice fine del mondo”. Per il senso distopico e di inadeguatezza che trasmette, sembra un episodio antesignano di Black Mirror.

“Ora so che il nuovo mondo è cominciato. Qual era il miracolo che mi aveva risparmiato? Ma so bene che da un momento all’altro anch’io posso essere contaminato dalla meccanicità orrenda, la morte della logica. Ecco perché mi sono deciso a scrivere queste parole su un quaderno di scuola. Forse nei tempi che verranno qualcuno le leggerà con curiosità, come ultima testimonianza del mondo della libertà”

Il narratore da Il nuovo mondo

Il terzo episodio, intitolato La ricotta, siamo nelle campagne romane in cui una troupe tenta un’improbabile ripresa della passione di Cristo. Episodio definito da Alberto Moravia: “geniale!”

Il quarto e ultimo episodio, intitolato Il pollo ruspante, rappresenta la critica irriverente più diretta alla civiltà dei consumi, raccontando una pessima giornata avuta dalla classica famiglia italiana spiccatamente consumista.

Vuoi uno spaccato di vita degli anni ’60? Vuoi conoscere le insospettabili virtù della satira intellettuale? C’è tutto quello di cui hai bisogno.

Poster preso da Wikipedia

Anatomia di un rapimento, Akira Kurosawa (1963)

Il cineasta del paese del Sol Levante, si cimenta in un genere nuovo con stilemi diversi dai canoni estetici giapponesi: un noir elegante e intrigante che strizza l’occhio ai modelli statunitensi e, per l’appunto, diventa facilmente paradigma di riferimento per molti registi americani che hanno profondamente apprezzato il lungometraggio di Kurosawa.

Il titolo originale che, tradotto letteralmente, renderebbe “Paradiso e Inferno”, prende spunto dal romanzo di Ed Mcbain Due colpi. Troviamo un Toshiro Mifune, oramai già consacrato come uno dei migliori attori giapponesi d’ogni tempo (che aveva già collaborato con Kurosawa ne I sette samurai), molto a suo agio nelle vesti di un ricco imprenditore.

Trama lineare che – come detto, sarà di riferimento per molti dei noir successivi – vede il protagonista in procinto di compiere il passo decisivo chiedendo un prestito per rilevare una fabbrica di scarpe, ma riceve una telefonata che gli fa sapere del rapimento di suo figlio.

Senza dubbio, l’opera più “d’occidente” del regista nipponico.

Vuoi avviarti a piccoli passi nell’imponente produzione artistica di Kurosawa? Sei un appassionato del genere noir/crime? Hai sempre trovato intrigante la suspense generata dalle trattative con un rapitore? Il film di Akira Kurosawa è di riferimento per tutti i noir, ergo, fa assolutamente per te!

Immagine presa da WIkipedia

Per un pugno di dollari, Sergio Leone (1964)

Più classico di quest’iconica opera di Sergio Leone, non ce n’è. Primo capitolo della cosiddetta Trilogia del dollaro (completata da Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto e il cattivo anch’essi presenti sul catalogo), rappresenta un cult del genere spaghetti western.

Con un cast stellare con protagonista Clint Eastwood accompagnato da Marianne Coch e Gian Maria Volonté, esaltato dall’iconica colonna sonora curata dal maestro Ennio Morricone, entra facilmente – e di diritto – nei migliori film della storia del cinema, risultando un classico assolutamente da non perdere.

Sei stanco dell’eccessivo intellettualismo dei titoli precedenti? Non vedi l’ora di calarti in una narrazione intrigante e coinvolgente? Hai sempre avuto qualche dubbio sul cinema western? Beh, il primo western di Sergio Leone è fatto su misura per te!

Immagine presa da la Repubblica

Menzioni necessarie più che d’onore

Fare una selezione di soli cinque titoli è stato arduo e, devo dire, anche doloroso. Non citare Ingmar Bergman nel catalogo sa veramente di eresia blasfema. Infatti, la piattaforma di Amazon offre ottimi contenuti della lunga, grandiosa e storica filmografia del maestro di Uppsala; vale la pena citare Sussurri e grida, Fanny e Alexander, Il settimo sigillo e Sinfonia d’autunno.

Quattro opere che meriterebbero un articolo a parte e che, per grandezza e spessore artistico, necessitano di essere trattate singolarmente. Ma come non citare anche gli altri due capitoli della Trilogia dell’incomunicabilità? Oltre alla succitata La notte, ci sono anche L’avventura e L’eclissi.

E, ovviamente, non poteva mancare il riferimento all’opera che l’American Film Institute ritiene il miglior film d’ogni tempo: Quarto potere (Citizen Kane) con quel mostro sacro che è Orson Welles.

Insomma, il catalogo a disposizione è ricco ed è facile perdersi, ma avere l’opportunità di guardare questa dozzina di titoli è davvero un’occasione da non farsi sfuggire.

Ambasciator tornerà con nuovi consigli affinché non vi perdiate nei meandri dei vari cataloghi, saltellando da un titolo all’altro senza mai scegliere!

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.