O Purtuallo: ‘’il frutto’’ (dell’immaginazione) dei Napoletani

Purtuallo

L’arancia, o’ purtuallo in dialetto, è molto più di un frutto a Napoli

Nel dialetto napoletano, l’arancia viene chiamata purtuallo, e questa denominazione non è casuale. Le leggende e le storie che circondano le arance sono così numerose e affascinanti che sembrano non avere fine: si parla dei presunti poteri magici e afrodisiaci dei fiori d’arancio, delle innumerevoli virtù benefiche della scorza e persino del succo d’arancia, consigliato in ogni regime alimentare.

Come nasce o’ Purtuallo?

Il purtuallo rappresenta con orgoglio le fertili terre del Sud Italia, dove viene coltivato con amore e passione. Riguardo all’origine della parola “purtuallo”, il napoletano mostra la sua ecletticità linguistica, poiché diverse lingue sembrano aver contribuito alla sua formazione.

Il dialetto napoletano, infatti, è permeato da influenze latine, francesi, spagnole, arabe e greche, testimoniando la ricca storia e le molteplici culture che hanno lasciato il loro segno sulla città.

Questa mescolanza linguistica è un tesoro che continua a intrigare e affascinare, alimentando la nostra curiosità nell’etimologia di ogni singola parola. Il napoletano, una lingua antica e affascinante, ha assorbito nel corso dei secoli una miriade di termini provenienti da culture diverse, eredità dei popoli che hanno dominato la regione intorno al Vesuvio. Ma chi può rivendicare il merito di aver dato vita al termine “purtuallo“? Questo è un mistero che si perde nei meandri della storia e dell’evoluzione linguistica, un’enigma che aggiunge ulteriore fascino alla ricca cultura del dialetto napoletano.

Le leggende del ‘purtuallo

La prima leggenda, avvolta da un’aura di fantasia e mistero, ci porta indietro nel tempo durante il periodo della dominazione francese. Si racconta che i soldati francesi, con gesto generoso e simbolico, distribuissero periodicamente arance gratuitamente alla popolazione napoletana. Ogni volta che facevano questo gesto, esclamavano in francese “Pour toi!“, che significa “Per te!“. Questa esclamazione aveva un effetto magnetico sui napoletani, che affascinati dall’idea di ricevere qualcosa gratuitamente, accorrevano in massa per prendere “e purtuà“, come ancora oggi viene comunemente chiamato l’agrume.

La seconda leggenda ci trasporta lungo le rotte commerciali che legavano Napoli al Regno del Portogallo. Si dice che gli aranceti portoghesi produssero frutti succosi e profumati che venivano poi venduti agli spagnoli. Questi ultimi, a loro volta, trasportavano le arance attraverso il Mediterraneo fino a Napoli, dove il loro arrivo era sempre accolto con entusiasmo. Questo commercio prospero potrebbe aver contribuito alla diffusione del termine “purtuallo” nel dialetto napoletano, come simbolo di un legame commerciale che univa terre lontane attraverso il profumo e il sapore degli agrumi.

Infine, la terza leggenda ci trasporta nel mondo antico, fino ai tempi dei Greci e degli Arabi. Si ipotizza che il termine “purtuallo” derivi dal Greco “portokalia” (o portokalòs), una parola che potrebbe essere stata importata nell’area del Mediterraneo dall’Oriente o dall’Africa del Nord. In arabo, infatti, la parola per arancia è “burtuqal“. Questo collegamento linguistico suggerisce una storia millenaria che lega l’arancia e il suo nome attraverso le rotte commerciali e culturali che hanno caratterizzato il Mediterraneo antico. La diffusione del termine “purtuallo” in molte lingue orientali potrebbe essere un’eco di questo antico legame, testimoniando la persistenza della memoria storica attraverso il linguaggio e il gusto degli agrumi.

Il Legame dei Napoletani con il “Purtuallo”

Nella ricca cultura culinaria della Campania, il migliaccio napoletano si distingue come un’autentica delizia di Carnevale. Questo dolce, perfetto per il Martedì Grasso insieme alle celebri chiacchiere, graffe e altri piaceri zuccherini carnevaleschi, è un simbolo della tradizione e della creatività culinaria partenopea.

Il migliaccio è una torta di semolino soffice e vellutata, arricchita dal profumo irresistibile della scorza di arancia e limone. La sua ricetta, tramandata da generazioni, è un testamento alla cucina contadina napoletana fin dal Medioevo. In origine, si utilizzava il miglio, un cereale umile e abbondante, mentre oggi il semolino è il protagonista indiscusso, conferendo al dolce una consistenza cremosa e avvolgente.

Le antiche usanze contadine prevedevano addirittura l’impiego del sangue di maiale, una pratica che nel corso del tempo è stata sostituita da ingredienti più dolci come zucchero e uova. Tuttavia, la tradizione e il gusto autentico del migliaccio hanno resistito al trascorrere dei secoli, mantenendo vivo il legame con le radici e la storia della terra partenopea.

Il nome stesso del dolce, derivante dal latino “miliaccium“, richiama il suo antico ingrediente principale, mentre in alcune zone della Campania è conosciuto anche come “sfogliata“, in riferimento alla somiglianza degli ingredienti con il ripieno delle celebri sfogliatelle napoletane, sia ricce che frolle.

Così, il purtuallo, come affettuosamente chiamato dagli abitanti di Napoli, si insinua nelle pieghe della storia culinaria, unendo passato e presente in un abbraccio di gusto e tradizione che continua a deliziare i palati di chiunque si avventuri nei vicoli incantati della città partenopea.

Dunque, mentre gustiamo il nostro migliaccio, siamo invitati a riflettere sul legame speciale che lega i napoletani al loro amato “purtuallo”, un legame che continua a crescere e ad arricchirsi, proprio come la cultura e la cucina di questa meravigliosa città.

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