Retorica delle mele marce

Retorica mele marce

E se l’albero stesse marcendo?

I militari arrestati a Piacenza ne sarebbero un sintomo, questo dice la retorica delle mele marce

Dietro l’inchiesta sulla caserma di Piacenza Levante c’è una questione sociologica (Retorica mele marce) che riguarda il rapporto complicato tra l’autorità, i cittadini e il ruolo dell’opinione pubblica. 

Il criminologo di origine ungherese Denis Szabo così scriveva in merito al suo saggio più conosciuto: “la polizia la si approva o la si critica; non la si studia”. Con questa affermazione intrinsecamente dualistica, l’autore riassume efficacemente l’universo complicato di relazioni ed emozioni che scaturiscono nel confronto tra società civile e forze dell’ordine, tra controllati e controllori. Una relazione che può assumere molteplici forme, ma che nella sua essenza è rimasta immutata nel corso dei secoli: un misto di riverenza e disprezzo, fiducia e scetticismo, accondiscendenza e ostinazione. Funziona così dal momento in cui abbiamo iniziato ad organizzarci in comunità stabili, che necessitavano quindi di individui preposti al mantenimento di quell’indispensabile ordine pubblico che è fondamento stesso del vivere in una società. 

Tale ambivalenza, si manifesta ancora oggi in forme spesso estremizzate: amplificata dalla potente ed onnipresente lente dei media, capaci di indirizzare e aizzare l’opinione pubblica contro questo o quell’altro schieramento, spesso tradendo una malcelata appartenenza politica di fondo. 

Le ricerche in Italia

Per quanto riguarda la situazione specifica italiana, uno dei pionieri di questa branca di studi – Salvatore Palidda – in uno dei suoi saggi fa notare come “in Italia la Polizia è sempre stata oggetto particolarmente trascurato dalle ricerche di scienze politiche e sociali” (Polizia postmoderna: etnografia del nuovo controllo sociale- Feltrinelli, 2000). Questo non dovrebbe sorprendere particolarmente considerando le forti contraddizioni menzionate prima, che nel Bel Paese assumono proporzioni ideologiche palpabili, separando in modo netto coloro i quali assumono a prescindere giudizi sempre giustificatori nei confronti dell’operato delle forze dell’ordine e coloro che invece ne stigmatizzano sempre e comunque le azioni. Alla luce di questa considerazione appare evidente come una ricerca di carattere sociale possa rischiare di non essere considerata scientificamente valida, essendo l’avalutatività – intesa come la capacità di non basare la ricerca e l’analisi dei risultati sui valori propri del ricercatore stesso – “indispensabile per la disciplina sociologica”, come avrebbe tuonato Max Weber, uno dei sistematizzatori delle metodologie di ricerca in ambito socio-economico; si rischia così di ricadere in una facile retorica delle mele marce. 

Ma se da noi non si è mai analizzato adeguatamente questo rapporto di potere (perché di questo si tratta), tra chi chiede sicurezza e chi è preposto ad assicurarla, la ragione va ricercata anche nell’intrinseca contrapposizione ideologica che vede una parte della politica prendere posizioni che avvallano un modus operandi basato sulla repressione ad ogni costo, in modo da garantire sempre e comunque un livello accettabile di ordine e di pubblico decoro; mentre dall’altra parte ci sono coloro i quali opterebbero per un approccio differenziato ai problemi di sicurezza, con un minore impiego di poliziotti e carabinieri.

Quantomeno un loro dispiegamento più razionale, che non trasformi la necessità di sicurezza in paura dello Stato.

L’arma del potere: la violenza

È una paura atavica e giustificata anche se parrebbe irrazionale, che come detto è frutto della ambivalenza di fondo che regola i nostri rapporti con chi incarna l’Autorità e il rispetto della legge. Questo timore di fondo, è avvalorato dalla constatazione che le forze dell’ordine – e loro soltanto – possono maneggiare uno strumento tanto indispensabile per la coesione sociale: la violenza legittima. Con questo termine, in sociologia, si intende la possibilità di usare la violenza e la forza fisica, se questo va nell’interesse della comunità o della nazione.

Pensateci un attimo: nella moderna giurisprudenza, non esiste situazione nella quale un individuo è legalmente autorizzato ad usare violenza e coercizione nei confronti di qualcun altro. Sarebbe, in ogni caso, un illecito civile o penale.

Diversa è però la funzione degli agenti di polizia: dovendo scontrarsi con individui potenzialmente violenti o armati, si rende indispensabile che possano usare anche loro la violenza fisica – quando necessario – senza subirne particolari conseguenze, quantomeno in ambito penale. 

Ora, è facile immaginare come uno strumento tanto prezioso e ricercato vada utilizzato nel modo più rigoroso possibile e la motivazione è semplice: il concetto di violenza legittima, presuppone un rapporto asimmetrico tra cittadini e Stato, pesantemente a favore di quest’ultimo.

E sono altrettanto noti i casi – tra quelli che hanno raggiunto rilevanza mediatica – di appartenenti alle forze dell’ordine che non hanno saputo rispettare quel limite morale che li dovrebbe contraddistinguere dal cittadino qualunque. 

Sono ben conosciuti i casi di morti di Stato , avvenute in passato e che spesso si sono riversate in indagini e processi inconcludenti, che anche agli occhi dei non addetti ai lavori paiono falsati da una tendenza delle più alte cariche della pubblica sicurezza a ridimensionare – quando non addirittura insabbiare – le vicende che riguardano la loro compagnia o i loro sottoposti, per proteggere ad ogni costo – ai limiti del cameratismo – le azioni e l’integrità del corpo armato di appartenenza.

Questa tendenza, è ben conosciuta e studiata dalle varie branche della ricerca sociale e psicologica e si attiene chiaramente alla logica dell’agire sociale di gruppo, dove le proprie azioni e quelle degli altri vengono indirizzate e valutate nell’ottica della salvaguardia del gruppo stesso prima di tutto il resto: è da questo che deriva la fondamentale difficoltà di scalfire questi sistemi chiusi e dalle caratteristiche totalizzanti, come possono essere una caserma o un commissariato.

Altrettanto paradossale, è la difficoltà di indagare contesti che dovrebbero essere parte integrante dello Stato stesso, a causa delle tendenze citate in precedenza e della forza polarizzante dell’opinione pubblica, mai come oggi attenta ed interessata a tematiche inerenti la salvaguardia dei diritti civili. 

Giustificazioni sociali

L’affermazione più comune che si sente pronunciare quando un caso simile assume carattere mediatico, è quella che riporta in vita la retorica delle cosiddette mele marce, scaricando la responsabilità degli illeciti sui soggetti che le hanno commesse. Il ché parrebbe sensato nella società civile, ma in contesti come quelli -ad esempio- delle caserme, dove l’individualità viene sistematicamente scoraggiata a favore dell’appartenenza al gruppo, non sarà forse lecito rivolgere le colpe all’intero sistema quando questo produce simili atrocità? Non sarà forse il clima all’interno di queste organizzazioni, a favorire comportamenti che superano il limite morale e legale che tutti, in quanto esseri umani, siamo tenuti a rispettare? 

Non sarebbe il caso, come suggerito da più parti, di educare maggiormente gli agenti all’utilizzo di uno strumento tanto prezioso come quello della violenza legittima? Non sarebbe opportuno istruire gli agenti al modo migliore di approcciare e di relazionarsi con chi, momentaneamente, è sottoposto alla custodia dello Stato, in modo da alleviare quei condizionamenti sociali ben studiati già in passato (lo studio più conosciuto è quello di P. Zimbardo “The Lucifer effect”) e che riguardano i rapporti tra chi può esercitare un potere coercitivo e chi deve subirlo?

Ma soprattutto: lo Stato può fare qualcosa affinché situazioni simili non si ripresentino con cadenza pericolosamente regolare? 

Piccole soluzioni alla retorica delle mele marce

Qualcosa è stato fatto, come dimostrano l’aggiunta -dal 2018- delle 60 ore dedicate allo studio dell’etica e del comportamento nei mesi di formazione che precedono l’entrata in servizio dei nuovi carabinieri, in modo da indirizzarli verso un atteggiamento che non sia ingiustamente lesivo nei confronti dei civili, con i quali avranno a che fare nello svolgimento delle loro mansioni. Questa, purtroppo, è solo una goccia nel mare di problemi organizzativi che attanaglia le forze dell’ordine italiane: dalla mancanza di personale giovane e ben formato, dovuta alla italica difficoltà di bandire concorsi pubblici ben strutturati e soprattutto controllati (sono migliaia i ricorsi per presunte irregolarità), fino alle difficoltà di approvvigionamento di uniformi e strumenti di lavoro, passando per ore di straordinari non pagate e mancanza di coordinazione tra i vari reparti. 

Sicurezza pubblica nelle retorica delle mele marce

Pare chiaro come in un clima tanto frammentato e incerto, sia difficile imporre una serie di cambiamenti che vadano nella direzione di garantire a tutti, forze dell’ordine e civili, il giusto rapporto con la legge e la comunità: ogni iniziativa che vada a ridimensionare i margini di azione degli agenti, viene vista come un inutile azione vessatoria nei confronti della categoria.

Mentre dall’altra parte, c’è chi ritiene ormai indispensabile aggiornare le dotazioni di poliziotti e carabinieri per salvaguardare sia questi ultimi che la collettività, installando webcam o dashcam sulle auto di servizio o dotando gli agenti di numeri identificativi con i quale è possibile risalire all’identità dei soggetti. 

In ogni caso, si tratta di temi di estrema complessità, che solo una presa di coscienza e di posizione da parte dei ministeri preposti, può trasformare in un’opportunità di cambiamento per un sistema delicato come quello della pubblica sicurezza, della quale sempre meno persone hanno fiducia, anche alla luce dei comportamenti inquisitori a cui (a torto o a ragione) sono stati costretti durante i mesi di lockdown

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.