Revenge Porn: i mostri del 2020 sono su Telegram

Revenge Porn: chi ti priva della dignità. La tua foto finita nelle mani sbagliate, tantissime ragazze diventano vittime di un circolo vizioso da cui sembra proprio impossibile uscirne

Di Revenge Porn ne abbiamo già parlato. Ne abbiamo spiegato il significato, le modalità di diffusione e il modo per combatterlo legalmente. Ma quali sono le conseguenze su chi subisce questa vendetta? 

Le conseguenze del Revenge Porn sulle vittime

Il Revenge Porn ha un effetto gravissimo sulla psiche della parte lesa: si diventa ossessivi verso i propri contenuti condivisi sui social, ci si sente impotenti nel controllare la vita privata, si diventa depressi, sfiduciati verso se stessi e verso gli altri, fino a voler scomparire dal mondo, togliendosi la vita

Non esiste solo la “vendetta degli ex”

Ma Revenge Porn non è solo la “vendetta degli ex“. Ormai è diventata sempre più comune la circolazione di foto prese da qualsiasi profilo social di ragazze che non si conoscono. Che siano in costume o vestite, che abbiano un abito aderente o meno, che siano semplici selfie in cui ridono o sono serie non ha importanza, perché una malattia come questa non ha preferenze: per stimolare la loro macabra e frustrata fantasia, basta che tu abbia un profilo pubblico.

Mostri senza identità

Ma loro chi? Chi c’è dietro tutto questo? Non lo sappiamo. Ma può essere davvero chiunque: padri amorevoli, mariti, vicini di casa gentili, passanti anonimi, che riescono ad avere una vita parallela nascondendola a quella di tutti i giorni e che sono realmente se stessi, solo nei contesti più bui come questi. 

Quello che appare più terrorizzante è che, davvero, potrebbe succedere a chiunque di diventarne vittima. Può quindi accadere che ti scrivano un pomeriggio qualsiasi e ti dicano di averti riconosciuta per una foto circolata su Telegram, l’app principale dello scambio di materiale pornografico e pedopornografico. E da lì è fatta. Non c’è soluzione per una dignità già consumata dagli sguardi e dai pensieri di questi mostri senza identità.
Ce lo ha raccontato qualche giorno fa su Facebook Francesca Nocera, una ragazza contattata da uno sconosciuto perché sua sorella minorenne è finita in uno di quei gruppi dal nome “Instacagne“, che ha migliaia di membri: 

Succede che una domenica pomeriggio un ragazzo ti contatta su Instagram mentre stai vedendo un film con mamma e papà. Fa i soliti commenti maliziosi, lo ignori. Ma poi ti chiede “sei tu quella del gruppo, vero?” E qualcosa non ti torna. 
“Quale gruppo?” Chiedi. “Non lo sai? Ti hanno messa in un gruppo su Telegram”. 

Allora la ragazza vuole subito far cancellare la foto, ma ecco il problema: 

C’è un link nello stesso canale che rimanda alla rimozione dei contenuti indesiderati: basta chiedere l’eliminazione di una foto per ottenerne la cancellazione. Contattiamo allora l’account anonimo che si occupa della faccenda, che ci risponde con un’affermazione tanto chiara quanto terrificante: se vuoi rimuovere la tua foto dalla tana dei lupi, devi pagare. 
Questa è una storia di mercificazione, di violenza: è la storia di come ancora una volta il corpo di una donna, non importa di quale età, diventi poco più che una merce di scambio, il materiale per sfogare i propri impulsi. 

Questa è la nauseante verità che ne traiamo: sei libera di pubblicare quello che vuoi sui tuoi social? Sicuramente, ma devi altrettanto aspettarti di finire tra i commenti di chi vorrebbe davvero farti quello che dice, solo perché ha visto quell’espressione che fai quando sorridi, quello sguardo serio e interessante che hai, perché ha visto quel vestito che indossi e che alimenta la sua malata tentazione. Le tue foto finiscono tra gli sguardi di questi sconosciuti e, con esse, tutta la tua spensieratezza. 

Come porre fine a questa macabra realtà

E lo sappiamo: un rimedio effettivo non c’è. Nel momento in cui si prova a far chiudere un gruppo legalmente, ne nascono tanti altri, sotto nomi diversi, ma con gli stessi membri affamati, con quelle foto di donne che da semplici scatti, diventano fonte di un’eccitazione malata. No, quelle foto non scompaiono. Devi pagare, come ci ha dimostrato Francesca. Piuttosto fanno sì che quelle che debbano scomparire siamo noi, con la nostra dignità perduta e con la quella vergogna che ci fa tenere lo sguardo basso.
Ma la soluzione non è nascondersi, non è mai tacere. È parlare, è denunciare.  

Questo è un grido di denuncia, in soccorso di tutte quelle ragazze che non hanno avuto il coraggio di Francesca. Spogliatevi della visione contorta che hanno creato delle vostre foto per farvi apparire provocanti, peccaminose e colpevoli. Chiedetevi piuttosto se sia giusto prendere in prestito qualcosa che non vi verrà più restituita: la dignità

Noi siamo stanchi di vivere così, è vero, ma non ci arrendiamo mica. E voi? 

stefano-popolo

A title

Image Box text

STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.