Riforma del reclutamento docenti: non bastano più i 24 CFU

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Nuova riforma della scuola: l’abilitazione all’insegnamento vede il conseguimento di un numero di crediti formativi universitari più che doppio

La nuova riforma scolastica raddoppia il numero di CFU necessari per l’abilitazione all’insegnamento. Gli aspiranti docenti, dopo aver seguito il corso, dati poi i dovuti esami, dovranno affrontare una prova finale obbligatoria. Quest’ultima sarà scritta, poi orale con la simulazione di una lezione. Se superata, si potrà poi richiedere l’abilitazione, con un concorso pubblico su base regionale o interregionale, con altre due prove (sempre scritta e orale), con valutazione dei titoli, un periodo di prova di durata annuale, con test finale per l’abilitazione all’insegnamento.

I vincitori del concorso saranno sottoposti a una valutazione tesa ad accertare le competenze didattiche. In caso di esito positivo, ci sarà l’immissione in ruolo.

Oneri dei corsi e natura di questi

L’obiettivo è quello di aumentare i docenti qualificati, garantendo un continuo sviluppo professionale e carriera personale attraverso un’alta formazione. Sicuramente far fronte a questa nuova riforma, non sarà semplice, soprattutto date le spese che porterà chi già in possesso dei famosi 24. Naturalmente tali CFU sono da considerare mettendo da parte quelli già conseguiti con una normale laurea triennale più una magistrale (o a ciclo unico). I corsi saranno erogati da centri universitari o accademici e vi si potrà accedere anche durante il percorso universitario. I costi saranno a carico dei partecipanti, ma i posti resi disponibili saranno in relazione a quelli del Ministero per la classe di concorso del triennio successivo.

Nuovo decreto legge

L’iniziativa del nuovo decreto legge è datata 30 Aprile. Sarà il Senato, come sempre, ad apportare modifiche, la camera probabilmente accetterà senza alcuna sottoscrizione. Il testo sarà poi convertito in legge il prossimo 30 Giugno, ma la riforma sarà valida a partire dal 2024. Però fino al 31 Dicembre 2024, potranno partecipare al concorso anche coloro che non hanno conseguito i 60 CFU, a patto che ne abbiano almeno 30 e parte di tirocinio diretto.
Oltre all’alternanza di prove scritte, orali e soprattutto un’adeguata formazione riguardo l’utilizzo di strumenti informatici, l’articolo 5 della proposta, riguarda l’equilibrio di genere. Infatti è importante evidenziare tale iniziativa, per evitare di compensare svantaggi nelle carriere al genere meno rappresentato.  

Cosa succede ai docenti già abilitati: fase transitoria per l’accesso al concorso

Mentre diverso è il discorso per i docenti già abilitati, coloro che hanno servizio presso le istituzioni scolastiche da almeno 3 anni, nei 5 anni precedenti, sarà possibile accedervi senza abilitazione. Basterà integrare ben 30 CFU del percorso di formazione iniziale, saranno sempre sottoposti al periodo di prova, test finale e valutazione da parte del dirigente, che comporterà l’avvenuta immissione nel ruolo. Per i precari non abilitati, saranno assunti, solo se risultano posti disponibili, dovranno inoltre conseguire prima i 30 crediti, per accedere al concorso, i vincitori poi potranno completare gli altri 30 crediti, per passare di ruolo.

Un sistema non esente da criticità

Sebbene la riforma abbia in principio diverse buone ragioni, presenta alcune criticità. In particolare i precari saranno quasi dal tutto esenti all’abilitazione, dato che saranno ammessi solo il 30% e in coda agli abilitati. Inoltre le prove sono molteplici, e spesso ridondanti. Infine l’accesso ai percorsi, durante il conseguimento della laurea triennale o magistrale, non farà altro che spingere gli studenti a iscriversi a tali abilitazioni mediante università telematiche. Naturalmente ciò sarà fatto per velocizzare il processo per conseguirli in maniera facile e veloce, un metodo che darà luogo a un vero e proprio mercato, dal quale probabilmente (come spesso purtroppo accade) i reali meritevoli saranno esenti. L’ideale sarebbe semplificare i percorsi abilitanti, ma soprattutto tale conseguimento crediti, dovrebbe essere a carico dello stato, con risorse specifiche, mirate a sanare lacune, spesso presenti nel personale scolastico.