Salvatore Di Giacomo: da giornalista a “sommo poeta”

Funiculì Funiculà e la gelosia del direttore all’origine del suo avvicinamento alla poesia e alla canzone

Non si scopre nulla di nuovo nell’individuare in Salvatore Di Giacomo il più grande ed “ispirato” poeta napoletano, il primo ad inaugurare la stagione della grande Canzone Napoletana d’Arte e d’Autore – che molti definiscono sommariamente classica – a partire dagli anni Ottanta del XIX secolo.

Di Giacomo è, appunto, il poeta che, rifacendosi nostalgicamente al grande Settecento napoletano, intraprende una costante attività poetica che confluirà nella creazioni di capolavori anche nell’ambito della canzone, grazie alla collaborazione con musicisti del calibro di Mario Costa, Francesco Paolo Tosti, Salvatore Gambardella ed altri.

Il sommo poeta nostrano, che interrompe gli studi alla facoltà di medicina dopo un “incidente macabro” – assiste atterrito alla fuoriscita di resti umani da un recipiente, dovuta alla caduta di un inserviente – si avvicina alla poesia e, quindi, alla canzone per mera casualità.

Funiculì Funiculà e la gelosia del direttore…

Siamo all’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento. Funiculì Funiculà, dopo la celebre Te voglio bene assaje composta quasi cinquant’anni prima, rappresenta un fulgido ed antesignano esempio di tormentone musicale che imperversa nelle strade, nei ristoranti, nei vicoli di Napoli.

Di Giacomo è un giovanissimo giornalista e collabora con il Corriere del Mattino. Il direttore del quotidiano, Martino Cafiero, mal sopporta il successo di Funiculì Funiculà, scritta proprio da un collega, Peppino Turco. Affida al Di Giacomo e Roberto Bracco – percependo il grande talento che li caratterizza – il compito di scrivere, separamente, i versi di due canzoni; arrogandosi poi la facoltà di individuare il compositore e l’editore per la pubblicazione.

Nascono così Nannì, scritta da don Salvatore e la dimenticata Salamelic di Bracco. Cafiero, dopo il rifiuto di Denza (compositore proprio di Funiculì Funiculà) e di Luigi Caracciolo di musicare il testo digiacomiano; affida i versi di Nannì ad un eccellente musicista dell’epoca, Mario Costa, che resta fulmineamente affascinato dal lirismo della poesia. Nannì, con la musica di Costa, diventa l’immortale Napulitanata.

Nonostante il clamoroso fiasco della prima esecuzione in pubblico, nella villa comunale, la canzone, grazie all’apporto dei posteggiatori; diventa subito popolare, tanto da essere cantata da tutti.

Comincia così l’avventura di Salvatore Di Giacomo, poeta ed autore di canzoni che hanno consegnato alla storia della musica capolavori immortali come Era de maggio, Marechiaro e Luna nova che, già nel lontanissimo 1887, a meno di trent’anni dalla (pseudo) unificazione nazionale, esprimeva i dolori di un popolo bersagliato, vessato e di una ex Capitale, a cui si augurava di risorgere:

Duorme, ma nzuonno lacreme amare
tu chiagne, Napule!… Scétate, sce’!…
Puozze na vota resuscità!
Scétate, scétate, Napule, Na’!…

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.