Sanremo – Napoli. No, non è calcio

Quando gli scugnizzi incontrano l’Ariston di Sanremo

Scusate, nuovamente, l’autocitazione. In questo pezzo vi ho parlato di come la musica possa salvare dalla strada facendo alcuni esempi di cantanti napoletani cresciuti in ambienti ostili, cosa che li ha portati ad agire contro quel mondo, andando oltre e salvandosi dalla strada. Esempio preso in considerazione, tra gli altri, Geolier. Ecco, qualche giorno dopo la pubblicazione arriva Amadeus ed annuncia, il 3 dicembre, i partecipanti alla prossima edizione del Festival di Sanremo (Amadé, non ti potevi anticipare di qualche giorno?). Chi c’è fra i concorrenti? Geolier. Caos.

Il rapper avrebbe dovuto partecipare già qualche edizione fa, andandoci vicinissimo lo scorso anno, insieme a Lazza, con il brano “Chiagne”, ma fu scartato. Ancora. Perché? Perché più di un minuto di cantato napoletano non rispettava quelle che erano le caratteristiche di un brano partecipante al Festival della canzone italiana. Il dialetto napoletano non può essere capito a Bergamo, Perugia, Torino, etc., non è italiano. Beh in effetti…

Cosa fa Geolier quest’anno? Si presenta con una canzone, in solitaria, totalmente in napoletano. Il regolamento c’è ed è chiaro, le espressioni dialettali sono considerate come espressione della lingua italiana, di conseguenza è accettabile anche una canzone che di italiano non avrà neanche una virgola. Una presa di posizione la sua, portata avanti con criterio, dato che la regola di cui sopra è presente fin dal 2010. Vogliamo dare, allora, la colpa alla poca mediaticità del cantante fino a poco tempo fa? Va bene, anche se a pensar male si fa peccato ma spesso ci si becca.

Ci saranno altri due rappresentanti campani quest’anno. I The Colors e BigMama. I primi canteranno sicuramente in italiano, la seconda, scusatemi, non la conoscevo e non so con cosa si presenterà. L’ho studiata un po’ su Spotify, di certo non è il mio genere ma ha un bel flow. Potrebbe essere una sorpresa.

Il passato di Sanremo parla chiaro

È la prima volta che un napoletano si presenta all’Ariston? No di certo. Non dimentichiamoci che negli anni quel palco è stato calcato da gente del calibro di Peppino di Capri, che ha vinto nel lontano 1976 con Non lo faccio più, canzone che riesce a parlare di un argomento piuttosto particolare, da ascoltare perché non vi dirò di cosa tratta, con una delicatezza che solo ai grandi è concessa. Anche se la mia preferita resta E mò e mò (poco fa ho aperto Instagram e la storia di un’amica, con questa canzone in sottofondo, citava divertita “Portiamo un po’ di trash al nord”.

Cara amica, dovresti rivedere un po’ i tuoi gusti). Sapete una cosa? Totalmente in napoletano! Amici ed amiche care, che perle vi faccio scoprire. Paradossalmente, la canzone che più lo ha reso famoso nel mondo (si, nel mondo, perché lo so che qualcuno di voi sottovaluta questo immenso cantautore riducendolo ad un solo pezzo), “Champagne”, non è mai stata a Sanremo, anche se nel 2023 gli è valsa il Premio alla Carriera.

Andiamo avanti. Vogliamo per caso dimenticarci di Massimo Ranieri? Totalmente diversa l’interpretazione rispetto al buon Peppino, più intimo, “Perdere l’amore” la conoscevano anche prima che fosse scritta data l’immensità del pezzo. Canzone forte, di impatto, arrabbiata, nell’intimità della solitudine che un amore finito crea, sbattuta in faccia a chi ti sta di fronte. Chi non l’ha mai ascoltata con questo stato d’animo può ritenersi fortunato. O troppo giovane.

Nino d’Angelo. Parliamone. Nel 1999 con “Senza giacca e cravatta” crea un precedente. Dovreste affrontare un esame per ottenere la cittadinanza onoraria napoletana se non la conosceste, perché l’avreste persa. Con un’immensa Brunella Selo ad accompagnare il ritornello, la canzone è una sorta di autobiografia spiegando di come, attraverso i sacrifici, sia riuscito ad uscire dall’ombra del neomelodico racchiuso dai pregiudizi al grande artista che, in realtà, è.

Gli Avion Travel con “Sentimento”, Gigi d’Alessio con “Non dirgli mai”, Sal da Vinci che arrivò secondo con “Non riesco a farti innamorare”.

Tempi moderni

In tempi più recenti il tutto si evolve. Il rap comincia a farsi strada ed i vari Clementino, Rocco Hunt, Aka7even portano il napoletano sotto un’altra forma, più “moderna”.

Insomma, il Festival di Sanremo potrà non piacere, ma seguire i nostri ragazzi non può fare altro che bene alla musica napoletana. Ammetto, il Fantasanremo è un motivo in più per guardarlo, ma l’ho sempre fatto. Mi piace, c’aggià fa?

Nessuno se la prenda, io personalmente quest’anno spero in Geolier, sul palco con la nostra lingua, perché ricordatevelo, il napoletano non è un dialetto ma un vero derivato del latino, proprio come l’italiano. Sapete qual è il problema? Che è in via di estinzione, come definito dall’Unesco.

Questo cosa c’entra con Sanremo? C’entra eccome. Questo ragazzo è riuscito, con caparbietà, ad arrivare dove voleva, dove altri prima di lui sono arrivati ma che da un po’ di tempo a questa parte stava venendo a mancare e continuo a chiedermi il perché. Poco coraggio degli artisti? Mancanza d’orgoglio partenopeo? Politica? Non so rispondervi, ma andiamone fieri quest’anno che siamo presenti realmente, prescindendo dai gusti musicali.

Lasciatemi un piccolo spazio per menzionare un autore poco, troppo poco capito. Federico Salvatore, spentosi nell’aprile di quest’anno, nel 1996 scandalizzò l’Italia con la sua “Sulla porta”, fregandosene della censura e andando oltre. Ne parleremo alla prossima, c’è tanto da scrivere del comico, del cantante, dell’uomo e, soprattutto, dei temi trattati.

Che dire, Sanremo – Napoli, non giocheremo al Maradona, quindi speriamo in una vittoria esterna…

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