Schwa, un segno neutro che divide gli studiosi

Schwa

Nelle ultime settimane è salita alla ribalta la petizione promossa dal linguista Massimo Arcangeli, per contrastare l’introduzione dello schwa nel linguaggio comune

Lo schwa è una vocale centrale neutra, senza accento né tono che fa parte dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA). La pronuncia è “shuàa” o anche scevà in italiano, senza comprimere i muscoli della bocca.

È un segno fonetico conosciuto perlopiù tra i movimenti transgender e femministi, da cui è partita la proposta di inserimento nella lingua italiana, in chiave inclusiva, per chi è non binario. Anche in ambienti accademici è stato preso in considerazione, essendo stato inserito in 6 verbali redatti da una Commissione per l’abilitazione scientifica nazionale alle funzioni di professore universitario di prima e seconda fascia (fonte Change.org).

Che cosa ne pensano gli esperti?

La petizione, promossa dal linguista Massimo Arcangeli (con oltre 22.000 firme), per contrastare l’introduzione dello schwa nel linguaggio comune, è stata firmata da esponenti noti, come lo storico e docente Alessandro Barbero, il filosofo Massimo Cacciari, il professore emerito della Sapienza Luca Serianni e l’attrice Barbara De Rossi.

L’Accademia della Crusca si è mostrata nettamente contraria a questa proposta sia sul piano formale, affermando che lo schwa non presenta la versione corrispondente in maiuscolo, sia sul piano della comprensibilità, sostenendo che comporterebbe difficoltà per chi è dislessico. Inoltre l’Accademia sostiene che il genere grammaticale e quello naturale non hanno una stretta coincidenza.

Non si tratta, però, neanche di un cambiamento linguistico, bensì di una convenzione ortografica così come la “e con l’accento”, spiega Roberta D’Alessandro, professoressa di Sintassi e Variazione linguistica presso l’Università di Utrecht.

“La lingua è parlata e decisa dall’uso dei parlanti, non può mai essere imposta, e soprattutto deve essere acquisibile dai bambini che imparano”.

Si ribadisce così che l’uso della lingua è l’elemento che determina il cambiamento convenzionale dei termini, delle espressioni e dei modi di dire.

D’altro canto, il filosofo Federico Zappino sostiene altre idee. Egli ritiene che l’introduzione dello schwa sia una sperimentazione destabilizzante, da considerare come se fosse una questione di potere, dal momento che “il linguaggio è alla base del contratto sociale“, come afferma sul Fatto Quotidiano. Egli sostiene che questo è un tentativo sovversivo improntato ad una maggiore rappresentanza delle fasce minoritarie, come ad esempio le persone non binarie. Il filosofo ammette, però, come lo schwa presenti dei problemi di comunicazione.

Il dibattito sull’inclusività

La lingua si nutre di cambiamenti sin dalla sua antichità, cambiamenti funzionali a renderla più adatta alle trasformazioni del parlato. In questo caso, si tratta di un tentativo sperimentale forzato, perché la lingua italiana consente di riferirsi, attraverso il plurale sovraesteso, ad un numero ampio di persone, non solo di genere maschile.

La proposta dello schwa è sicuramente eversiva, perché punta a scardinare l’uso comune della lingua, introducendo una novità in ottica transgender. Ciò nonostante, l’intento di inclusività dovrebbe allargarsi ad una più ampia discussione. Qui, il problema è insito nella elevata specificità dell’argomento, di non facile comprensione per un pubblico di massa.

L’inclusività passa attraverso una maggiore conoscenza del movimento LGBTQIA+ e grazie ad occasioni di confronto con gli esponenti della comunità. Tale dibattito non sempre trova spazio in televisione. Perciò, piuttosto che sostenere qualsiasi pseudo rivoluzione, sarebbe opportuno parlare di inclusività cercando di capire quali sono i reali problemi dei movimenti transgender.

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