Simonetta Cesaroni – Cronaca di un delitto senza giustizia

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Continua il racconto di Mr. O sul delitto di Simonetta Cesaroni, meglio conosciuto come il delitto di via Poma. Sicuramente uno dei casi più complicati degli ultimi venti anni

4° Capitolo

Antonello è davanti alla stanza buia. A terra una massa nera.
Entra, non trova l’interruttore, e per cercarlo usa l’accendino. Accesa la luce vede il corpo di Simonetta a terra “con dei buchi all’altezza del torace e sangue sul pavimento“.

Il ragazzo, sconvolto, grida di chiamare la polizia; visto il telefono nella stanza chiuda la porta per evitare che Paola possa entrare e chiama le forze dell’ordine. Poi esce, abbraccia la fidanzata e la porta fuori dall’appartamento.
Sulla porta ci sono macchie di sangue: in particolare Antonello ne nota una fresca nella parte interna.

Nessuno tocca nulla. La portiera fa uscire tutti e chiude la porta dell’ufficio della A.I.A.G. come l’aveva trovata, con quattro mandate, poi sale al quinto piano per informare il marito, Pietrino Vanacore portiere dello stabile, dell’accaduto. Paola urla disperata, chiama la sorella e a fatica riescono a portarla giù per aspettare arrivo della polizia.

Volponi, padre e figlio, Antonello, Paola e il figliastro della portiera Mario Vanacore restano in cortile all’altezza della vasca. La polizia è stata chiamata sia da Antonello, usando il telefono che si trova nella stanza dove giace il corpo di Simonetta Cesaroni, che da Mario Vanacore che telefona dall’abitazione dei portinai al piano terra.

Alle 23.40 arrivano le prime volanti della polizia in via Poma

I Primi ad arrivare sono gli agenti Piccinini, Santangelo e Umena, i quali vengono informati dal gruppo che c’è stato un omicidio entrano nel palazzo e,  senza prendere in considerazione l’ascensore, puntano dritti alle scale e salgono.

Sguardi rapidi leggono le targhe e i campanelli. La porta dell’A.I.A.G. è chiusa. L’agente Umena sceglie di restare sul pianerottolo, non si sa mai, mentre gli altri due scendono velocemente le scale. Umena guarda verso l’alto e il suo sguardo incrocia quello di Giuseppa che scende.
Nella relazione di servizio dell’11 agosto si legge:
Durante la breve sosta sul pianerottolo, notavo una donna di mezza età che scendeva dal quarto piano, appena giunta sul pianerottolo dove si trovava lo scrivente, lo stesso, domandava alla signora chi era; la risposta che riceveva era la seguente: “io sono la portiera”. Appreso che la donna era una responsabile dello stabile, chiedeva alla donna se sapeva cosa fosse successo nell’ufficio e se conosceva la ragazza che era all’interno; “ Io non so niente e non conosco nessuna ragazza”. Dopo tale risposta la donna continuava la discesa delle scale”.

I due agenti, che nel frattempo era scesi, avvicinandosi al gruppo della vasca, chiedono chi di loro abbia le chiavi. Antonello, vedendo arrivare la portiera, consiglia di chiederle a lei, perché proprio con lei che prima sono saliti e lei ha aperto.

L’Agente Santangelo le si avvicina per farsele dare, ma come lui stesso dichiarerà al processo la donna invece di consegnargliele immediatamente, come sarebbe stato logico, pare nasconderle dietro la schiena, al punto tale che l’agente, spazientito da questo atteggiamento, gliele toglie di mano e assieme al suo collega risalgono i tre piani raggiungendo l’agente che li stava aspettando.

La notte viene ancora una volta illuminata dalla luce di altre volanti che arrivano in via Poma, la mezzanotte è ormai passata, è l’8 agosto 1990.
Ad arrivare è l’ispettore Pitzalis che prende subito in mano la situazione e dispone il divieto d’accesso all’appartamento mettendo una guardia a piantonare l’ingresso. Assieme a lui c’è anche il Capo della V sezione, Antonio del Greco.

La scena del crimine

Gli agenti sono davanti alla porta dell’ufficio dell’ A.I.A.G., tre serrature, nessun segno si scasso o d’infrazione. Per aprirla devono dare quattro giri di chiave. Ad accoglierli solo buio e silenzio, appena percettibile il ronzio di un ventilatore acceso.

Non conoscono l’ambiente, non sanno cosa aspettarsi. Gli agenti si separano, Santangelo a sinistra, Umena e Piccinini a destra. L’agente che va a sinistra ispeziona le stanze ordinate e vuote, niente fa pensare a un delitto violento. I due a destra procedono lungo il corridoio. Tutto è molto ordinato e pulito.

Sono davanti a quella che impareremo a conoscere come la stanza numero 1.
Una scrivania con tre cassetti chiusi, un blocco notes, una biro, un posacenere vuoto, un telefono con citofono, un calendario, un cassetto porta carte e pratiche d’ufficio.

Dietro la scrivania una poltrona, a destra un mobiletto a ripiani, di fronte alla scrivania altre due poltroncine. Alla parete sinistra un mobile a cinque ante chiuso, la chiave inserita, sul pavimento, ai lati dell’armadio, due piante.

In fondo c’è un altro tavolo con delle carte, altre tre sedie, su una delle quali delle scatole di cartone con la scritta “ Italia 90”.
A terra, morta, Simonetta Cesaroni, 20 anni. 
Il cadavere, integro, giace supino sul pavimento a 178 cm dalla parete anteriore e 251 dalla parete destra, con la testa in direzione dell’angolo posteriore sinistro e i piedi in direzione della finestra. La testa è ruotata a destra e poggia sul pavimento con la regione parietale destra; gli occhi e la bocca sono chiusi. L’arto superiore destro è abdotto ed esteso e l’avambraccio è ruotato a destra; la mano ha le dita unite e poggia con il dorso sul pavimento.
L’arto superiore sinistro, esteso e leggermente abdotto, poggia con il lato esterno sul pavimento; la mano ha le dita unite e poggia sul pavimento con la regione anulare. Il tronco è intermedio, gli arti superiori sono divaricati. Quello destro, esteso e leggermente ruotato verso l’esterno, aderisce naturalmente al pavimento; quello sinistro, ruotato verso l’esterno è flesso, aderisce al pavimento con lato esterno.
Il cadavere presenta numerose evidenti ferite presumibilmente da punta e taglio, interessanti le regioni inter orbitali, giugulare, toracica, addominale e pubica, da alcune delle quali fuoriesce sangue che, secondo la linea di gravità, forma una pozza sul sottostante pavimento. Vistose ecchimosi si osservano alla regione orbitale sinistra ed in corrispondenza delle anche. 
Il cadavere indossa un reggiseno color rosa pallido, abbassato in modo da far fuoruscire la parte superiore dei seni e i relativi capezzoli,  mentre la spallina destra è arrotolata e scende all’altezza dell’omero. L’indumento è macchiato di sangue all’altezza delle bretelline e del seno sinistro, nonché nella parte posteriore”.

Messo aperto, forse per pietà sul corpo della giovane, a coprire parzialmente l’addome c’è il corpetto bianco di Simonetta, che incredibilmente non presenta macchie di sangue pur se poggiato sul corpo mortalmente ferito. Questo significa una sola cosa, è stato appoggiato sulla ragazza molto tempo dopo che il suo cuore ha cessato di battere perché il sangue ha avuto il tempo di coagularsi così bene da non lasciar neanche un minimo segno.

Scientificamente non possono essere passati meno di quaranta minuti dalla morte alla deposizione del corpetto.

L’assassino è quindi rimasto con la vittima per tutto quel tempo? Oppure è tornato in un secondo momento? E in entrambi i casi come poteva essere sicuro che nessuno sarebbe venuto negli uffici di via Poma?

Sul pavimento, un po’ più in la, in contrasto con la violenza della scena, un paio di scarpe da ginnastica, riposte con cura una a fianco dell’altra. I lacci regolarmente sciolti. Sono le scarpe di Simonetta.  
Neanche qui tracce di sangue.

Il silenzio della morte è coperto dal suono dei passi degli agenti della squadra scientifica che iniziano il loro triste lavoro, ispezionando gli ambienti a caccia di tracce dell’assassino.

Dettaglio molto interessante, su cui vale la pena spendere due righe, è che assieme all’ispettore di polizia Pitzalis  sulla scena del crimine la notte del 7 agosto c’è l’agente Costa. Figura interessante in relazione ai suoi ruoli e legami: l’uomo dal 1982 al 1996 ha lavorato per il SISDE, è genero di Vincenzo Parisi, all’epoca Capo della Polizia . Nel 1990 Costa risulta in servizio presso la Questura di Roma.       

Riportiamo parte dell’intervista che pochi anni fa rilasciò al settimanale OGGI.
La sera del 7 agosto 1990 feci io il primo sopralluogo nell’appartamento di via Poma 2, dove venne assassinata Simonetta Cesaroni. Ricordo benissimo lo stato penoso in cui versava il corpo della ragazza, la ferita alla testa e il resto. All’epoca non ero al SISDE perché ero stato trasferito alla Questura di Roma.Per cui quando andai in via Poma non vestivo le funzioni di agente dei servizi, ma quelle, più modeste, di responsabile di una centrale operativa. Io ero il poliziotto che ricevette la chiamata del 113 e mi attivai precipitandomi da un collega, l’ispettore Gianni Pitzalis, sul luogo dell’omicidio”.  

Questa è la prima volta che nominiamo il SISDE nell’oscura storia di via Poma, ma non sarà l’ultima……    

       


Manca sempre qualcosa…continua

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.