Squid Game: una gara estrema, come la vita. “Cosa possiamo fare per divertirci?”

Squid Game

SQUID GAME: Tutto ha un costo. Qual è quello della tua misera vita?

Dal giorno del suo debutto, Squid Game ha scalato, passo dopo passo, la classifica della top 10 di Netflix, arrivando al primo posto in ben 83 paesi, tra cui l’Italia. Ma questa nuova sanguinosa fiaba dark ha fatto molto più che essere la serie sudcoreana più vista al momento, Squid Game è ora un vero e proprio fenomeno globale inarrestabile.

Qual è la storia che si cela dietro questo progetto? Qual è lo spunto di riflessione che la serie lancia prepotentemente al pubblico? E soprattutto… ci sarà una seconda stagione?

“Signore, le va di fare un gioco con me? Restano pochi posti disponibili.”

Seong Gi-hun (Lee Jung-jae) è un disgraziato ed irresponsabile padre divorziato – sommerso dai debiti e con la dipendenza da gioco d’azzardo – che vive passivamente ed arrancando sulle spalle della madre oramai anziana. Proprio dopo l’ennesima scommessa ippica persa, Gi-hun riceve un’opportunità: un misterioso invito ad un reality show con un montepremi di 45,6 miliardi di won (circa 40 milioni di dollari).

Gi-hun sarà l’ultimo giocatore di 456 concorrenti – reietti sociali con un disperato bisogno di denaro – che solo dopo aver accettato di partecipare al gioco, esser stati rapiti e portati in un luogo dimenticato dal Paese – comprendono realmente in cosa consiste il gioco ed il prezzo da pagare: sei giochi d’infanzia ed un’unica regola universale, vinci o muori.

SquidGame_Unit_101_001.jpg | Foto dal set

Un lungo e complicato percorso di creazione

Squid Game ha raggiunto in pochissimo tempo un successo mondiale, diventando un trend virale anche su qualsiasi social media. Ma il percorso della sua creazione è stato di tutt’altro conto: infatti, il regista Hwang Dong-hyuk (The Fortress , Miss Granny, Silenced) concepì per la prima volta l’idea nel lontano 2008. Lui stesso ha affermato:

“Nel 2008 avevo debuttato da poco. Era un periodo in cui frequentavo negozi di fumetti e leggendone molti, pensavo di scrivere una storia simile a quelle dei fumetti in Corea e nel 2009 ho completato la sceneggiatura. In quel momento sembrava molto insolita e violenta. Alcuni pensavano che fosse troppo complicata e per niente commerciale. Non sono riuscito a ottenere abbastanza finanziamenti e il casting non è stato facile. Dopo averci lavorato per circa un anno, l’ho accantonata”.

Da regista cinematografico, Hwang Dong-hyuk aveva inizialmente concepito Squid Game come un film e, solo quasi dieci anni dopo, Netflix ha accolto con entusiasmo il progetto, concedendo piena libertà creativa. Proprio grazie a questa opportunità, il regista ha poi espanso la sua storia in una serie che adesso cattura l’attenzione del pubblico di tutto il mondo.

SquidGame_BTS_101_795.jpg | Dietro le quinte

Tra colorata fantasia e buia realtà: l’ossimorica dualità di Squid Game

Non è la prima volta che il cinema sudcoreano si diverte a porre sotto i riflettori, con sguardo cinico e amaro, le tragiche e tossiche falle di un sistema in precario equilibrio in cui l’uomo ne è l’unica vittima. Il Sud Corea è una nazione di contrasti inconciliabili e coesistenti e Squid Game ne è la perfetta metafora.

“Quando ero bambino mi divertivo tantissimo, qualunque cosa facessi coi miei amici, tanto da perdere la cognizione del tempo.”

Squid Game

In un mondo corrotto, bigotto, con una struttura fortemente piramidale ed in cui l’esistenza umana è prettamente legata ai successi economici, ritornare bambini sembra l’unica via di fuga. Ma cosa accade quando la buia e dura realtà si mescola al colorato ed innocente mondo dei piccoli? Uno degli aspetti più accattivanti della serie è proprio questa ossimorica dualità, sviluppata sia nella fotografia che nella sceneggiatura: in uno sfondo di pura innocenza – con forme e colori semplici, disegni stilizzati e musichette infantili – l’uomo si contraddistingue per la sua violenza. In questa fiaba per adulti, non c’è più spazio per l’empatia, l’amore e la generosità. Tutto è ridotto al solo istinto di sopravvivenza: morte tua, per vita mia.

SquidGame_Unit_106_35480.jpg | YOUNGKYU PARK

Una storia tanto universale quanto coreana

Per quanto rappresenti bene la realtà sudcoreana, Squid Game è – sotto molti aspetti – una storia universale, o ancor meglio, umana. Il regista Hwang Dong-hyuk ha spiegato: “Volevo scrivere una storia che rappresentasse un’allegoria o una favola sulla società capitalistica moderna, che descrivesse una gara estrema, un po’ come la vita”. Non è, dunque, una storia ambientata in un ipotetico futuro distopico o in universo parallelo. È una storia reale ed attuale, vissuta in tutto il mondo, declinata all’estremo del possibile. Squid Game analizza la natura umana nel suo profondo – le sue fragilità, i limiti e la complessità – al di là del politicamente corretto.

“Tu lo sai cosa hanno in comune una persona senza soldi ed una persona che di soldi ne ha troppi? Per entrambi vivere non è divertente. Se hai troppi soldi, non importa cosa compri, mangi o bevi, tutto alla fine diventa noioso. A un certo punto, tutti i miei clienti hanno iniziato a dirmi la stessa cosa. Che non provavano più gioia nella loro vita. Così ci siamo riuniti tutti insieme e abbiamo iniziato a riflettere.

Cosa possiamo fare per divertirci?”

Squid Game

Nonostante Netflix non abbia ancora ufficializzato un ritorno della serie – dato il finale aperto, i molti interrogativi e, soprattutto, l’incredibile successo mondiale ottenuto – è quasi certo che ci sarà a breve una conferma per una seconda stagione di Squid Game.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.