Storia dei lazzari “mangiamaccheroni”

Lazzari mangiamaccheroni

Lo street food è nato a Napoli nel 1700, anche grazie ai “mangiamaccheroni”

Chi pensa che lo street food sia nato in tempi moderni si sbaglia di grosso. Ancora una volta il primato spetta a Napoli e ha radici antichissime che risalgono addirittura ai tempi della Magna Grecia.

Lo “street food” nell’Antichità

I greci avevano l’usanza di friggere il pesce e venderlo per strada, questa modalità di vendita fu poi imitata nell’Antica Roma. Lo “street food” era infatti fondamentale per i viaggiatori che percorrevano le strade greche e romane che offrivano ai viandanti una grande varietà di cibi pronti al consumo.

Tra i resti degli scavi di Pompei ci sono tracce dei tipici “thermopolia” o “popinae”, piccole cucine poste direttamente sulla strada, in cui venivano preparate zuppe, carni, pesce, frutta secca ed altri alimenti che poi erano venduti ai passanti.

Proprio a Pompei recentemente è venuto alla luce un grande bancone per la vendita al pubblico di cibi posto sulla strada, costituito da un lato con grandi recipienti per la conservazione degli alimenti e da un altro con una zona preposta al riscaldamento dei pasti da servire.

La pasta e il suo legame con la Campania

Ed è stato proprio in Campania che l’abitudine di mangiare in strada si è rafforzata, divenendo un fenomeno che ha coinvolto ogni ceto sociale, un’abitudine che si è diffusa di pari passo con lo sviluppo della produzione della pasta nel 1700.

Già due secoli prima la Campania era leader nella produzione di pasta secca. I pastai napoletani ebbero poi l’intuizione di utilizzare il torchio a trafila per pressare la pasta e modellarla in diverse forme rendendola anche gradevole alla vista e favorendone ancora di più la diffusione.

Torre Annunziata e Gragnano si affermarono in breve per la produzione di questo cibo che divenne famoso in tutta Europa. Alla fine del 700 a Gragnano c’erano 25 mulini che macinavano il grano duro prodotto nelle fertili campagne campane mentre a Torre Annunziata si producevano oltre 445 quintali di pasta al giorno i 26 pastifici.

Lo stesso re Ferdinando IV di Borbone era un appassionato della pasta al pomodoro che fu servita anche nei suoi banchetti di gala diffondendo l’utilizzo di questo alimento nelle cucine degli aristocratici.

Anche il popolo la consumava e, nelle strade caotiche di Napoli, in un brulicare di persone chiassose, si diffusero dei venditori ambulanti che la cuocevano e la vendevano sul posto.

Sicuramente le regole di igiene non erano contemplate ma, grazie alla capacità dei napoletani di rendere tutto folkloristico e di coinvolgere i propri interlocutori in un misto di allegria e buon umore, la vendita di pasta per la strada divenne presto un simbolo del costume partenopeo.

In realtà la pasta si mangiava all’aperto anche per ragioni di spazio, visto che la popolazione del tempo viveva in ambienti molto piccoli per potersi permettere una cucina.

I lazzari “mangiamaccheroni”

Anche per questo i cosiddetti “lazzaroni”, ragazzi dei ceti medio bassi che trascorrevano le loro giornate per strada e che mangiavano la pasta con le mani tra risa e schiamazzi, divennero inconsapevolmente uno spot vivente di questo bizzarro uso e ne diffusero la pratica.

Vennero chiamati “mangiamaccheroni” ed avevano un vero e proprio metodo per consumare la pasta in strada. Con la testa all’indietro la prendevano dal piatto che avevano in una mano e poi, calandola dall’alto, la ficcavano in bocca.

I giovani del Grand Tour, rampolli delle famiglie aristocratiche europee che visitavano le grandi capitali in viaggi di istruzione e che dovevano conoscere Napoli come parte fondamentale della loro formazione artistica e culturale, rimasero estremamente affascinati da questo nuovo fenomeno, annotando sui propri taccuini la curiosa pratica dei “mangiamaccheroni” che ben presto iniziarono ad imitare.

Secondo alcune testimonianze, diverse guide turistiche dell’epoca consigliavano di andare nella zona di Porta di Massa, in prossimità del porto della città, per vedere di persona come si mangiavano i maccheroni alla napoletana cioè “con le mani, sollevati sopra la bocca e avvicinati ad essa con un piccolo movimento a spirale”.

Ferdinando IV, il Re Lazzarone

Anche re Ferdinando legittimò la pratica diventando a sua volta un “mangiamaccheroni”. Stupendo i suoi accompagnatori aristocratici e irritando non poco la sua raffinata moglie Carolina, il re era infatti solito mangiare la pasta come i lazzari della strada.

Che fosse nel palco reale del Teatro San Carlo o ad una cena ufficiale a palazzo, la prendeva con le mani e la portava alla bocca dall’alto verso il basso, a dispetto delle preziose posate che aveva al suo cospetto. Non a caso tra i vari appellativi che gli furono dati c’era quello di “re lazzarone”.  

“Miseria e nobiltà” di Totò

Un omaggio alla figura del “mangiamaccheroni” viene offerto anche da Totò nel film “Miseria e nobiltà” in cui è memorabile ed iconica la scena in cui le due poverissime famiglie, protagoniste della storia, si ritrovano davanti ad una zuppiera stracolma di spaghetti al pomodoro e ci si avventano sopra prendendoli con le mani in grandi quantità e infilandoli in bocca con voracità, mentre Totò ne infila alcuni anche in tasca per poterli conservare e mangiarne ancora dopo.

Da mangiamaccheroni a mangiaspaghetti

Con l’emigrazione dei napoletani nel mondo, i “mangiamaccheroni” sono sbarcati in Paesi lontani tra cui l’America dove, in senso dispregiativo, venivano chiamati “mangiaspaghetti”, termine a cui erano legati una seria di luoghi comuni su una presunta attitudine al malaffare e all’ignoranza.

In ogni caso, anche se considerati in maniera negativa, chissà che non siano stati proprio i “mangiaspaghetti” napoletani emigrati in America poco dopo il 1861 a non ispirare i venditori ambulanti di wrustel che, alla fine del 1800, vendevano per strada una salsiccia calda nella carta oleata, per poi metterla in un pezzo di pane dalla forma allungata all’inizio del 1900, creando così il famoso “hot dog”, considerato erroneamente da molti il primo esempio di “street food” al mondo e certamente simbolo del cibo da strada globale e globalizzato.

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