Storia di una finestrella

finestrella di marechiaro

Di Giacomo e la leggenda della finestrella che ha fatto la storia della canzone napoletana

Periodo particolare quello delle festività natalizie, vero? Amo l’ambiente ed il clima che si respira, qui a Napoli poi, quando la città viene illuminata ancora di più da luci e colori scintillanti, tutto sembra uscito dal sogno di un bambino, ma allo stesso tempo un alone di malinconia mi ricopre non permettendomi di vivere appieno questo sentimento che sento dentro.

Di scrivere, in questa fase, non se n’è parlato. Quando manca l’ispirazione puoi anche avere l’idea ma le parole non escono e se escono lo fanno confuse, sconclusionate, inconcludenti. Ora che ho ricaricato le batterie posso parlarvi di una cosa che da un po’ mi passava per la mente.

Mentre scrivo è il 4 gennaio ’24 e sono nove anni che ci ha lasciati Pino Daniele. Nove anni senza un artista, un uomo dalle mille sfaccettature e che ho avuto l’onore di conoscere di persona qualche giorno prima di un concerto, dopo un “cazziatone” di quelli che neanche mio padre me ne ha mai fatti, perché ero passato davanti al palco durante le prove.

Grazie mille a quei burloni, per non definirli in altro modo e rimanere dalla parte della ragione, dei tecnici che erano a conoscenza di questa sua mania. Ci sono cascato in pieno. Grazie Pinù!

Quando realtà e finzione si fondono

Torniamo a noi. In cosa ci diletteremo oggi? Di una piccola curiosità. Su questo portale già si è parlato di Salvatore Di Giacomo e del grande giornalista, poeta e scrittore che è stato. Quello che forse molti non sanno è come sia diventato a tutti gli effetti un autore musicale quando si lasciò convincere da un’altra figura di spicco dell’epoca, l’Abbruzzese e suo grande amico Francesco Paolo Tosti a musicare quella che per lui non era una grande opera o, per meglio dire, non la sua preferita. Quale? Marechiare.

La storia dietro questa canzone, una delle più famose napoletane e che sono state cantate in tutto il mondo da artisti come Murolo fino ad arrivare a Pavarotti, è un misto tra realtà e fantasia in cui la verità non è del tutto chiara.

La leggenda narra di un Di Giacomo intento a bere un caffè, seduto fuori un bar aperto da pochi anni, nel mentre si immagina questa scena, quella veduta, senza essere mai stato a Marechiaro, senza aver mai visto quello scorcio, senza aver mai visto quella donna, la famosa Carulì. Ma lui la vede, la chiama, le chiede di affacciarsi. Una sorta di premonizione.

Un’altra versione dice che Marechiaro sia stato visto prima del componimento, dopo una gita in barca ed un pranzo in un ristorantino non lontano dalla finestrella, facendolo rimanere estasiato.

La finestrella

Sì, perché dovete sapere che quel luogo, oramai diventato di culto, una delle maggiori attrazioni turistiche al mondo, un tempo era semplicemente un piccolo porticciolo, un’insenatura naturale perfetta per i marinai ed i pescatori sfiancati dal duro lavoro, in cui riposarsi prima di ritornare a casa. Marechiaro, infatti, non sta ad intendere il colore dell’acqua ma è una derivazione di mare planum, calmo, in napoletano “mare chianu”, col tempo diventato Marechiaro.

Perché, dunque, quella finestrella è diventata così importante? Di Giacomo nel suo componimento immagina la figura di questa donna, Carolina per l’appunto, che si affaccia respirando l’aria doce del mattino in un mondo, oltre quelle quattro mura, che sia tutto suo, un mondo in cui possa vivere quell’amore impossibile per il suo Gennaro, pescatore povero, di un’altra estrazione sociale rispetto a lei figlia di benestanti e quindi destinata a ben altri partiti. La storia si conclude con un lieto fine, in cui i due, dopo anni di separazione e matrimoni imposti, si rincontrano potendo coronare un sogno d’amore. Una storia semplice che lo stesso Di Giacomo definiva banale, smielata e che ha tenuto fuori dalla raccolta finale delle sue opere scritte.

Ma… ma la canzone, in tutta la sua delicatezza, ha vinto sul creatore. La finestrella è diventata luogo di culto per gli innamorati non solo di Napoli. Ho visto con i miei occhi turisti lasciarsi raccontare la storia, spesso in un inglese maccheronico e ricco di gesti per aumentare l’enfasi (e probabilmente la possibilità di lasciarsi capire) rimanere a bocca aperta, facendosi trasportare da un sentimento ricco di significato.

Sapete cosa mi ricorda questa storia? Avete presente Arthur Conan Doyle, colui che ha inventato Sherlock Holmes? Bene, ad un certo punto della sua vita molti pensavano che lo scrittore fosse stato inventato dallo stesso Holmes per evitare le richieste di lavoro diventate troppe data la sua bravura. Allo stesso modo, quando nel 1934 furono celebrati i funerali di Di Giacomo, una banda accompagnò la processione suonando e cantando proprio quell’opera da lui malvista e malvoluta. La creazione che supera il creatore.

A cosa vogliamo credere?

In conclusione, qual è la verità dietro questa splendida opera? Nel 2014 il giornalista Giuseppe Manetti scrive, dopo un’intervista alla direttrice dell’osteria “A Finestrella”, che suo nonno fosse stato sposato con Carolina, morta in giovane età e dalla quale non ebbe figli e che sì, Salvatore Di Giacomo avesse conosciuto di persona questa giovane fanciulla.

Nonostante l’idiosincrasia di Di Giacomo, sotto quella finestrella c’è un blocco in marmo, scolpito come una pergamena, su cui è inciso un pentagramma con le note proprio della composizione. In aggiunta, un vaso con dei garofani rossi non vedrete mai mancarlo.

La verità si mischia con la fantasia, come spesso accade nelle storie raccontate dai napoletani, in cui un pelo diventa una parrucca. Attenzione, noi napoletani non inventiamo nulla, aggiungiamo dettagli frutto dei nostri punti di vista. Semplice. Allora mi piace pensare che l’odio per quest’opera sia figlia di un mancato amore, di un cuore spezzato e di una storia romantica che non si è potuta compiere.

Se fosse lo stesso Di Giacomo il Gennaro dell’opera?

Se la differenza di estrazione sociale fosse semplicemente l’impossibilità di stare con la propria amata perché già sposata? Non lo sapremo mai ma a me, personalmente, piace pensarla così. Poesia. Amara, ma pur sempre poesia.

Allora facciamo una cosa, sediamoci fuori quel bar di cui parla la leggenda, quello accennato prima, aperto da, oramai, tanto tempo, e beviamoci na cosa. Il nome del bar? Ah, forse lo conoscete. Gambrinus. Ce verimm là!

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