“Cari lettori, se non avete intenzione di cambiare punto di vista non c’è bisogno che leggiate”: il racconto di Sveva Basirah tra Islam e femminismo

femminismo

Convertita all’Islam qualche anno fa, oggi Sveva Basirah è una femminista islamica e pratica femminismo intersezionale

Sveva Basirah ha 22 anni e lo sguardo consapevole

Sveva è un’attivista, anarchica, femminista islamica e intersezionale.

Ha reso la sua esperienza da survivor il carburante ideologico della sua lotta, fatta di divulgazione e di effettiva vicinanza alle donne vittime di violenza.

Impegnato anche nella rivendicazione dei diritti della comunità Lgbt, nel 2015 fonda la community “Sono L’unica Mia” (SLUM); una community queer di femminismo intersezionale, trans femminismo con grandi componenti antispeciste.

Queer, pansessuale e non-binary, i suoi pronomi sono lui/lei.

Sveva ha lo sguardo consapevole di chi fissa l’obiettivo: distruzione della piramide dei privilegi, abolizione dei luoghi comuni e creazione di spazi inclusivi.

Noi di Ambasciator, nel tentativo di immergerci in nuove prospettive, abbiamo scambiato due chiacchiere con lei.

Ciao Sveva, come stai? Vogliamo dare ai bigotti qualche istruzione per l’uso di questa intervista?

Sono molto stanco! Molto stanco, appunto, del bigottismo. Ma anche dell’irremovibilità in generale.

Cari lettori, se non avete intenzione di cambiare punto di vista o mettervi nei miei panni, non c’è bisogno che leggiate; ma se vi va di iniziare un bel viaggio, mettervi in dubbio e cambiare prospettiva questo è un buon punto da cui partire.

Qualche anno fa ti sei convertito all’Islam, come mai questa scelta?

Quando ho abbracciato l’Islam ho sentito che mi calzasse, ho sentito che il mio angolo di pace fosse costituito dall’Islam, questo non mi impedisce di spaziare, però ho trovato la mia realizzazione e la mia gioia nell’Islam.

Musulmano significa sottomesso e il fatto di essere sottomessa alla volontà di Dio significa, per me, arrivare ad ottenere quella tranquillità con il destino, quell’agio a trovarsi vivi che non è male.

So che ho una responsabilità in meno, non ho la responsabilità di decidere il mio destino, o di farla pagare agli abuser che mi hanno fatto del male. So che ci sarà sempre qualcuno che ci penserà ed io devo solamente fare del mio meglio, in quello spazio di manovra nel presente che mi è concesso, e cercare di avere fede e abbandonarmi alle leggi dell’universo.

L’Islam è la tranquillità, ed è quasi paradossale, perché quando mi sono convertita ho cominciato a subire delle discriminazioni e a sentire un peso enorme sulla mia salute menatale. Tuttavia, non rinuncerei mai all’Islam, alla tranquillità che mi garantisce e a quell’amore spassionato per Dio.

Oggi sei una femminista islamica e pratichi femminismo intersezionale, di cosa si tratta?

Credo che il femminismo intersezionale debba essere la pratica di tutte le persone che fanno femminismo ad oggi e penso che sia l’unica pratica possibile e veramente valida.

Il femminismo intersezionale, ci permette di avere una prospettiva molto più ampia su quella che è la violenza in senso lato e di capire quali sono le dinamiche di violenza e di oppressione alla base di ogni violenza specifica.

Che sia razzismo, omofobia o misoginia (o altro ancora) il femminismo intersezionale, ci permette di non vedere il mondo a compartimenti stagni e di riconoscere quelle che sono le discriminazioni multiple, il modo in cui le discriminazioni si intrecciano.

Permette alle persone di non lottare per una sola parte della propria identità o dei propri diritti.

Quindi Islam e femminismo non si escludono a vicenda (come potrebbe pensare qualcuno)?

No assolutamente, anzi! Una grande caratteristica dell’Islam è la lungimiranza, ed è proprio questa che innesca i cambiamenti sociali. Un’idea di parità tra persone queer e non, tra donne e uomini (e così via); questa è la cosa interessante dell’Islam, ed ecco perché il femminismo si accorda particolarmente bene all’Islam, perché è una realtà progressiva votata all’uguaglianza anche se, bisogna considerare che nel contesto in cui l’Islam scende, l’uguaglianza come viene intesa oggi non era completamente né teorizzabile né applicabile. La lotta non è mai finita.

Per te femminismo vuol dire lotta per la parità di genere o rivendicazione dell’individualità femminile?

Il femminismo, in generale, anche quando ricerca l’uguaglianza non deve cercare di appianare o omologare le persone. Non deve cercare di dare un privilegio a tutti o di conformare tutti a un privilegio, ad esempio, se una persona nera non ha un privilegio, il mio tentativo non è quello di renderla più bianca, ma quello di smontare la “whiteness”; distruggere il motivo per cui si è privilegiati, non cercare di mettere delle toppe. L’obiettivo di ogni femminista non deve essere quello di produrre una gerarchia e cercare di portare le persone in cima alla piramide, piuttosto distruggerla. È anche per questo che il femminismo intersezionale deve essere anche anticapitalista.

Nel 2015 hai fondato la tua community SLUM (Sono L’unica Mia) parlaci del tuo progetto…

SLUM è il progetto migliore della mia vita, nonostante io a volte abbia l’impressione che nell’attivismo ci perderò il fegato.

È una community di femminismo intersezionale, trans femminismo, una community queer, con anche grandi componenti antispeciste. È molto queer, molto eterogenea, dentro ci trovi veramente tutti, è una rete di mutuo aiuto e di dialogo.

Non siamo un’associazione, anche se abbiamo il nostro bel sito e un sacco di progetti, ad esempio adesso stiamo facendo un progetto di arte terapia specialmente indirizzato alle survivor del gruppo. È un gruppo in cui molte persone, vittime di violenza, trovano rifugio. Purtroppo, l’associazione ha alcuni limiti che stiamo ancora studiando, nonostante siano ormai 4 anni che il gruppo è costituito, dobbiamo ancora farci un’idea su certe cose, non di che cosa vogliamo fare, ma di come vogliamo farlo! La mia idea personale è quella di fare di SLUM una comune, anche antispecista, però questa è una cosa che vedremo nel tempo e se Dio vorrà.

Tra i tuoi post mi ha colpito particolarmente uno in cui scrivi di “non idealizzare le attiviste” perché?

Il peso delle aspettative è molto grande, tutti facciamo errori, ma essere idealizzati comporta che ogni volta che fai un errore, quell’ errore ricade su di te come un grossissimo macigno, anche se ci metti una pezza sopra e anche se ti correggi.

Ma la cosa su cui insisto molto è la questione degli abuser negli ambienti, a 22 anni posso dire di aver conosciuto nell’attivismo moltissimi abuser e persone tossiche che non hanno alcuna intenzione di lavorare su se stesse.

Non bisogna mai idealizzare gli attivisti, bisogna sempre partire con delle basse aspettative e bisogna cercare di lavorare su noi stessi e sugli ambienti che frequentiamo. Fare attivismo dovrebbe essere sempre fare una scelta di vita, quella di lavorare, non solo sulla società, ma anche su noi stessi, perché siamo parte della società.

Pensi che gli uomini siano (in qualche modo) intimiditi dal femminismo nell’approcciarsi ad una donna?

Gli uomini sono irritati dal femminismo. Sono molto irritati dalla responsabilizzazione che si fa nei loro confronti, “make them accountable”, questo li irrita moltissimo, come li irrita molto l’essere resi responsabili del razzismo come persone bianche, o meglio come persone che godono della whiteness.

La responsabilizzazione fa molto male, crea un effetto valanga che rende queste persone molto irritate, bene: il mio lavoro è irritarle!

L’Italia è un paese particolarmente sessista?

L’Italia è un paese di merda!

È un paese sessista e che meno si prende la sua responsabilità in qualsiasi cosa.

Noi per le colonizzazioni non ci siamo presi completamente la responsabilità di quello che abbiamo fatto; l’Italia è avvezza a non prendersi alcun tipo di responsabilità. L’Italia è un paese profondamente razzista, fino a ieri elogiavamo ancora Indro Montanelli, di cosa stiamo parlando!

È profondamente sessista, e anzi, razzismo e misoginia spesso vanno a braccetto, le prime a risentirne sono le donne “of color” e le donne musulmane lo sentono benissimo.

L’Italia è un paese allo sbaraglio, per quanto riguarda queste tematiche e dalla lentissima ripresa, anche perché è molto difficile sanare qualcosa che è marcia da un sacco di tempo.

Il tuo attivismo va oltre la rivendicazione dei diritti delle donne, sei molto vicino anche alla comunità Lgbt; quanta strada ancora c’è da fare nella lotta al pregiudizio e in cosa consiste la lotta?

La lotta al pregiudizio, quando si parla di questione Lgbt, consiste nell’educazione e nella distruzione dello status quo.

La distruzione della etero-normatività, la messa in discussione di tutto quello che si è sempre fatto.

Purtroppo, fino ad ora, abbiamo cercato solo di omologare le persone queer alle persone etero-cis.

Ovviamente, la lotta per i diritti non è qualcosa di scartabile, tuttavia, il romanticizzare le coppie queer, ha rinchiuso le persone in degli unici modi di essere e di vivere.

Il mio obiettivo, come persona queer impegnata nella lotta per le persone queer, è quello di creare dei safe space per queste persone e dare loro il maggior spazio possibile in tutti i campi.

Quello di lasciare lo spazio e creare degli spazi sicuri, dovrebbe essere il dovere di ogni persona alleata.

Ringraziamo Sveva per il “bel viaggio”, con la speranza che sempre più persone siano aperte a un mondo fatto di spazi inclusivi.

Photo credit: @svevabasirah

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.