Tabù e salute mentale: parlano i social

La salute mentale relegata ad un angolo dei social. Esiste un modo per poter abbattere questo tabù?

La salute mentale oggi è un tabù.
Parlare di dolore nel 2021 è un atto di coraggio.
Parlare di dolore in una società che non lascia spazio a ferita che non possa guarire istantaneamente, però, è una presa di coscienza eroica.
La tendenza generale è sempre la stessa: nascondere la polvere sotto al tappeto e ripetersi che “passerà”. Ostentare ovunque la propria routine perfetta e senza alcuna sbavatura, creando serie infinite di tabù. Questo è un messaggio distorto e pericoloso. Se l’elefante è nella stanza resta poco da fare: tanto vale imparare a conviverci

Il passaggio preliminare: cosa condividiamo veramente?

Siamo sempre più abituati a rapportarci con un mondo artefatto, in cui l’ostentazione regna sovrana e lo spazio riservato ai momenti di crisi, riflessione ed emotività è sempre più ristretto. A causa di questo meccanismo conosciamo una sola faccia della medaglia: quella lustrata a dovere. 
Il passaggio preliminare è semplice: bisogna comprendere che sui social traspare solo ciò che si sceglie di condividere.
Ci si trova spesso a scoprire che tra personaggio e persona non ci siano poi molti punti di contatto. Basti pensare alla scarsa capacità che ha l’essere umano, per sua natura, di racchiudersi in una rappresentazione fedele senza cadere negli eccessi. Le storie vanno vissute per essere comprese: tradurre in parole significa inevitabilmente rendere tutto più sterile. Che si tratti di millantare inesistenti stati d’animo, per attrarre attenzioni su di sé, o semplicemente sminuire la propria condizione, per paura di inciampare nell’autocommiserazione. Probabilmente non esistono sufficienti parole per descrivere l’intera gamma di emozioni e sensazioni.

Abbattiamo i tabù sulla salute mentale

In un momento storico come questo, è importante iniziare a “normalizzare”, provando a non essere troppo severi con se stessi e accettando i propri stati d’animo. Normalizzare le giornate storte, la malinconia che ci sorprende puntuale la domenica sera, il sentirsi demotivati sempre più spesso. Al tempo stesso però, occorre una più attenta riflessione preliminare sulle nostre scelte linguistiche che, se sottovalutate, lasciano trapelare messaggi pericolosi. La parola “depressione”, che è solo uno dei tristi esempi di questa generalizzata tendenza, indica un disturbo clinico, che come tale va trattato: con lo stesso “cinismo” e la stessa tempestività di qualsiasi altro malessere. Non va assolutamente confuso con uno stato d’animo qualsiasi, né va sminuito perché non passerà da solo. Rivolgersi ad uno psicoterapeuta dovrebbe essere normale quanto prenotare una seduta dal dentista, all’insorgere di un problema.

La sofferenza non conosce parametri

Tenendo bene a mente questa distinzione, è importante evidenziare un altro passaggio: il dolore si maneggia con cura, bisogna entrare a piccoli passi in una stanza buia. È fondamentale, però, imparare che la propria esperienza non fornisce un parametro per giudicare: il buio è buio, e come tale va studiato, capito e rispettato. A quanti sarà capitato, ascoltando un amico, di pensare che la sua frustrazione non abbia motivo di esistere rispetto alle proprie sofferenze, che sembrano spropositatamente più grandi? Al contrario, a quanti sarà capitato di avvertire uno strano senso di colpa, valutando erroneamente il proprio stato d’animo “esagerato”?

Salute mentale: ecco due chiavi fondamentali per essere d’aiuto

La chiave per ascoltare davvero si trova in due parole che hanno antiche radici: empatia e compassione.
La prima deriva dal greco e indica letteralmente la capacità di porsi nello stato d’animo dell’altro. La capacità di percepire con il proprio corpo il dolore, la sofferenza altrui. 
La seconda, invece, deriva da un calco latino. Ha subito reinterpretazioni successive che le hanno attribuito accezioni e sfumature negative, in realtà fa riferimento alla capacità di soffrire insieme a qualcuno, offrire uno spazio sicuro e una spalla su cui piangere. 

Abbattere il tabù della salute mentale, iniziando dai vertici della scala social

La salute mentale rappresenta un tabù ancora per molte persone. Persiste ancora diffusissima la disinformazione anche se, negli ultimi tempi, si sta verificando un’inversione di tendenza positiva: sempre più numerosi sono gli appelli di sensibilizzazione.
L’intero album di Michele Bravi “la geografia del buio” è dedicato alla decodifica, come spiegato dal cantante stesso, di un pezzo del labirinto del dolore. Non ha la presunzione di “salvare”, ma la capacità di esprimere una modalità di convivenza con il trauma. Numerose, poi, le storie su Instagram in cui l’artista parla di “educazione alla gentilezza”, ponendo l’accento anche sui problemi di natura linguistica citati.

Io ho poco pudore quando parlo del mio percorso terapeutico, ma credo che di certe cose bisogna parlarne apertamente.

Michele Bravi

La stessa Chiara Ferragni, regina indiscussa dei social, ha dichiarato apertamente di essere seguita da uno specialista e di essersi sottoposta al trattamento EMDR (tecnica che tramite movimenti oculari, desensibilizza il ricordo dell’evento traumatico) per riuscire a superare un forte trauma. Come lei, tante e tanti influencer si sono fatti promotori di messaggi di responsabilizzazione. Consistente poi, l’aumento delle iniziative di specialisti che offrono, in questo periodo di pandemia, supporto gratuito a quanti si trovano in difficoltà, ma non possono permettersi aiuti.

L’appello di Massimo di Giannantonio, Presidente SIP 

“La salute mentale in Italia ha bisogno di iniziative di sensibilizzazione per l’opinione pubblica. Ogni occasione è infatti fondamentale per tenere alta l’attenzione dei cittadini”, ha invece sottolineato Massimo di Giannantonio, Presidente SIP (Società Italiana di Psichiatria). “Nel 2030, cioè tra meno di dieci anni, le malattie della mente supereranno al primo posto nel mondo le malattie cardiovascolari. E questo è un dato pre-Covid-19. Considerando l’enorme aumento di casi avuto in questo periodo tra pre e post lockdown, non è escluso che questo sorpasso possa avvenire addirittura prima, se non è già avvenuto”.

Il problema si sta lentamente facendo spazio, è di vitale importanza educare le masse ad affrontare tematiche come questa, con gentilezza e apertura. Se la società si muove sempre di più verso questa direzione, d’altronde, occorre lasciare più spazio alla verità anche nella dimensione digitale.

stefano-popolo

A title

Image Box text

STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.