La teoria dei colori

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Le origini dell’Armocromia

Torniamo al viaggio, iniziato insieme nel mondo dell’armocromia, parlando delle sue radici.

La teoria dei colori, il suo padre nobile è, infatti, un nome che lascia molti di stucco: Johann Wolfgang von Goethe, autore de I dolori del giovane Werther, del Faust e delle Elegie Romane. Goethe è l’incarnazione vivente del verso di Terenzio

Homo sum, humani nihil a me alienum puto

Ossia

Sono un uomo e nulla di ciò che è umano mi è estraneo

Era infatti animato da una curiosità insaziabile, dal desiderio di conoscere ogni cosa e di dedicarsi a tutte le arti; oltre che poeta, fu pittore, filosofo e appassionato di scienze naturali, dove, ahimè, diede il peggio di sé. Perché, per essere buoni scienziati, l’entusiasmo e la dedizione non sono sufficienti: servono rigore, logica ferrea, analisi matematica e metodo. Tutte cose di cui Goethe difettava.

Nonostante questo, più per puntiglio che per vera necessità, provò a dire la sua sulla botanica, sulla mineralogia, sulla fisica e soprattutto sull’ottica. La sua bestia nera era il buon Newton, ma non quello reale, ma l’icona che era stata costruita dagli Illuministi.

Similitudini tra i colori

Il Newton, quello in carne e ossa, con tutte le sue stranezze, era molto simile a Goethe; un uomo coltissimo, curioso di ogni cosa, appassionato di magia e di alchimia. Considerava il suo più grande successo non la scoperta della legge di gravitazione universale o il calcolo infinitesimale, ma la previsione esatta della data dell’Apocalisse. Ci ha lasciato, quale termine, il 2060. Riflettendo, il concetto di “azione a distanza”, su cui è basata la teoria classica della gravità o quella del magnetismo, elaborata da Gilbert, è dedotta, integralmente, dal De Magia di Giordano Bruno e da altri testi dell’esoterismo rinascimentale. Aristotele l’avrebbe derisa come non scientifica.

Tutte le cose che percepiamo e di cui parliamo sono solo manifestazioni dell’idea.

Se tutto discende da un unico principio, allora non esistono, nel Reale, contrapposizioni rigide, ma un progressivo, continuo sfumare tra entità differenti. Concetto che si riflette nella peculiare concezione dei colori. Newton, con i suoi studi sul prisma, aveva ipotizzato come la luce fosse costituita da un flusso di particelle leggerissime di diverso colore; se queste venivano mescolate, secondo una giusta proporzione, saltava fuori il bianco

Goethe, durante il suo viaggio in Italia, per capriccio, provò a replicare gli esperimenti di Newton sulla luce. Si accorse così come una semplice parete bianca, da sola, non fosse sufficiente a produrre la scomposizione dei colori attraverso il prisma. Solo tracciandovi sopra una striscia nera, nel prisma stesso, diventavano visibili i colori dell’iride lungo i suoi bordi.

Per cui trasse due conclusioni, che sviscerò nel suo libro La Teoria dei Colori. Una sbagliata, ossia come il colore nascesse dall’interazione della luce con le tenebre. L’altra, gravida di conseguenza in futuro, è che la percezione del colore non fosse assoluta, ma dipendesse dal contesto e dalla condizione psicologica dell’osservatore.

Chevreul: il trionfo della Ragion Pratica

Nonostante l’energia con cui Goethe difese le sue tesi sui colori, queste furono derise dai suoi contemporanei; uno scienziato britannico, Thomas Young, aveva da tempo ipotizzato che le discrepanze fra il colore percepito e lo spettro cromatico, posto in evidenza da Newton, risiedeva esclusivamente nella fisiologia dell’occhio umano. Le cose cambiarono grazie al chimico francese Eugène Chevreul, direttore delle tinture presso l’arazzeria Gobelins. Non riusciva a venire a capo di un problema pratico; benché si impegnasse a fondo nel realizzare al meglio i pigmenti necessari, a colorare le stoffe, i risultati erano sempre inadeguati.

Per caso, a Eugène capitò tra le mani il libro di Goethe sui colori. Leggendolo, il francese ebbe un’intuizione: il fallimento di un colore nel mostrare il suo effetto non era dovuto alla sua purezza o a difetti di fabbricazione, ma all’influenza delle tinte adiacenti con cui era abbinato. Di conseguenza, il grande poeta tedesco non poteva che avere ragione, infatti ogni tinta influenzava quella vicina nella direzione del complementare del suo colore.

Così, nel saggio De la loi du contraste simultané des couleurs et de l’assortiment des objects colorés del 1839, Eugène, oltre a evidenziare questi concetti, inventò dal nulla una terminologia che ancora oggi usiamo, per  descrivere le relazioni tra i colori.

Tons per i valori tonali in una scala dal bianco al nero, gamme per la scala tonale stessa, nuances per le modificazioni di una tinta mescolata con un’altra, couleurs franches per i pigmenti puri e saturi, coulers rebattues o rompus per i colori impastati con il nero o grigio. Il lavoro di Eugène, oltre a influenzare la Storia dell’Arte, ispirando la pittura di Seurat, ha avuto un impatto dirompente sulla società moderna, che è andato ben oltre il tingere vestiti o il make-up: i televisori a colori, i monitor dei portatili o degli smartphone, le videocamere digitali, sono tra le tante applicazioni concrete delle sue riflessioni in ambito della colorimetria.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.