Il terremoto di Pompei del 62 d.C. raccontato da Seneca

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Il 5 febbraio del 62 d.C. un forte terremoto colpisce Pompei. Seneca prende spunto da questo evento e descrive nelle Naturales Quaestiones, i danni materiali e psicologici che un simile flagello può portare. Qual è il modo migliore per affrontarlo?

Era il 5 febbraio del 62 d.C, quando un terremoto di profondità tra il V e il VI grado della scala Mercalli, con epicentro a Stabia (nella zona vesuviana), distrusse quasi completamente Pompei e danneggiò Ercolano, Napoli e Nocera. All’ipotesi, formulata in seguito, che questo terremoto fosse collegato alla futura eruzione del Vesuvio del 79 d.C,non è mai stata data conferma.

Ad interessarsi all’evento fu soprattutto Seneca. Il filosofo prese spunto da questo flagello per descrivere,nel sesto libro delle Naturales Quaestiones, i danni materiali che un terremoto può causare alle città e le conseguenze psicologiche sulla popolazione. Cosa può fare l’impotenza dell’uomo di fronte all’imprevedibilità della natura?

Le conseguenze del terremoto sulle città colpite

All’inizio del sesto libro, dedicato all’amico Lucilio, Seneca descrive le città più o meno colpite dal terremoto e i danni materiali subiti.

“Ho appreso, ottimo Lucilio, che Pompei, è crollata in seguito a un terremoto che ha causato danni in tutta la zona circostante… e ha devastato con ingenti rovine la Campania[…]È crollata infatti una parte della città di Ercolano e anche ciò che è rimasto in piedi ha una stabilità incerta; la colonia di Nocera, pur senza essere stata gravemente colpita, ha tuttavia di che lamentarsi. Anche Napoli, leggermente toccata dal grande disastro, ha subito molte perdite nel patrimonio privato ma non in quello pubblico; alcune ville sono crollate, altre, un po’ dappertutto, hanno sentito la scossa senza lesioni”.

I danni furono davvero spiacevoli, soprattutto a Pompei: gli edifici si aprirono, le statue furono spaccate, i templi dei Lari Pubblici e del Genio di Vespasiano vennero distrutti, le tessere nei pavimenti a mosaico si mossero, un gregge di seicento pecore rimase ucciso.

Da queste conseguenze materiali ne scaturirono altre, anche dal punto di vista sociale: il terremoto definì l’emergere di una nuova classe, quella dei liberti e degli imprenditori, cioè coloro che non basavano la propria ricchezza sui possedimenti terreni.

L’impotenza dell’uomo di fronte all’imprevedibilità della natura

Nell’ultima parte del suo libro, dopo aver cercato di dare una spiegazione razionale all’origine dei terremoti, Seneca affronta la questione da un punto di vita psicologico: che ripercussioni ha un simile evento sulla psiche umana e che atteggiamento l’uomo saggio deve assumere in questi frangenti?

Sicuramente, il terremoto è uno dei flagelli più grandi e difficili che l’uomo possa affrontare. Quando infatti piove ci si può riparare; quando scoppia un incendio si può fuggire; se c’è un’epidemia si può cambiare luogo. Nessun male è grande quanto vedere città intere carbonizzate e abitazioni sprofondare sotto terra.Ad essere inghiottiti spesso, sono purtroppo anche le persone, ancora vive, con tutti i loro sogni e speranze.

Quindi, se addirittura la Terra perde la sua stabilità, che speranza ha l’uomo di sentirsi invincibile e padrone del mondo? Siamo tutti inermi, indifesi ed impotenti di fronte all’imprevedibilità della natura e questo ci dimostra solo quanto sia caduca e precaria la vita umana.

Del resto, che cosa ad alcuno può sembrare abbastanza sicuro se il mondo stesso è scosso e ciò che è più solido vacilla?La terra trema e improvvisamente si spacca e trascina giù ciò che le sta sopra! Ormai avrete capito che noi siamo dei miseri corpi insignificanti e deboli, inconsistenti, annientabili, senza grandi risorse.

L’unico conforto possibile per vivere con serenità

Seneca si chiede allora: cosa può dare conforto all’uomo che si trova a vivere un’esperienza così dolorosa? Solo la consapevolezza che il destino di ogni tipologia di morte è il medesimo e che quando è venuto il momento di morire siamo tutti uguali.

Il filosofo dà una spiegazione di natura stoica, secondo cui è impossibile sfuggire alla morte in ogni caso. L’uomo è un essere debole per natura: innumerevoli sono ogni giorno i pericoli e le cause di morti accidentali. Quindi, secondo Senceca, se si vuole essere liberi dai timori, bisogna pensare che tutto sia da temere. E’ per questo che, anche di fronte ad una catastrofe inevitabile ed imprevedibile, come un terremoto, bisogna farsi coraggio ed aiutarsi gli uni con gli altri.

Contro la morte non c’è conforto più valido del fatto stesso che siamo mortali, e contro tutti questi eventi che ci terrorizzano dal di fuori la consapevolezza che in noi stessi ci sono innumerevoli pericoli. Che cosa c’è di più stolto che temere l’oscillare della terra o l’improvviso precipitare di monti e l’invasione del mare gettato fuori dalla riva, quando la morte è presente dappertutto e ci viene incontro da ogni parte, e niente è così minuscolo da non avere abbastanza forza per distruggere il genere umano? […]

Inoltre, non è sempre una soluzione abbandonare la propria terra poiché, secondo Seneca, nessuna terra è più sicura di un’altra ed Il destino fa il giro e ritorna da quelli che ha per lungo tempo risparmiato.

E’ bene quindi che l’uomo, consapevole dell’imprevedibilità della vita, cerchi di viverla con animo sereno e pronto ad accogliere pericoli, problemi e la morte stessa.

“se vogliamo vivere una vita tranquilla e gareggiare in felicità con gli dèi stessi, bisogna tener l’anima sempre pronta: […]La morte è una legge di natura[…]Lucilio, medita questo soltanto: non aver paura della parola “morte”; fa’ sì che ti diventi familiare, pensandoci molto, cosicché, se ce ne sarà bisogno, tu sia in grado di andarle incontro”.