A Palermo bimba di dieci anni finita in ospedale per TikTok

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TikTok a Palermo: il potere enorme, incontrollato del web

A Palermo una bimba di dieci anni è finita in ospedale in condizioni irreversibili dopo aver partecipato a una sfida lanciata su Tiktok, la nota piattaforma di condivisione online. La sfida consisteva nel resistere al maggior tempo possibile con una corda al collo e filmarsi per finire poi in rete. Non è la prima volta che si assiste a storie di violenza e autolesionismo camuffate a giochini circolanti sul web e non è la prima volta che le vittime sono bambini.

Il richiamo dei social è diventato condizionante

La vita si muove sulle applicazioni, tramite video, foto ed è persino scandita da post, ricondivisioni, likes. Cose che circa un ventennio fa si sarebbero sognate e che ora sono quotidianità. Nonostante tutti i lati positivi del caso, è chiaro, che senza moralismi o tendenze ostracizzanti, l’impiego dell’app è spesso fuori controllo. Non esiste una misura, non c’è un modo di fare, è solo aprire gli occhi ed entrare in contatto col mondo, tutto il mondo, buono o cattivo.

Cosa significano i social nelle mani di un bambino?

Nelle mani di un bambino di dieci anni questo potere è enorme ma totalmente inconscio e inconsapevole. Si rischia di finirne schiacciati o addirittura soffocati, letteralmente. Girano tantissimi contenuti in rete che non vengono filtrati, selezionati o catalogati e diventa facilissimo incappare in video e “sfide” sciocche e pericolose, magari spacciate per cose di poco conto, normali quasi. Ma la normalità è che una bimba di dieci anni non può finire in ospedale per un giochino sul web, proprio no. E non è colpa dello strumento in sé che potenzialmente potrebbe essere pure utile, con tutte le accortezze dovute (perché è chiaro che determinate situazioni andrebbero riviste anche dai generatori di Tiktok), ma dall’uso smodato e sconsiderato che se ne fa.

Non è possibile vagliare su ciò che viene propinato in giro ma…

Sarebbe significativo vegliare su chi ne fruisce, cominciando dal mostrare che c’è poi dell’altro oltre ai social. Perché non esiste solo il mondo dietro lo schermo, per quanto ora ne sia indispensabile. Esiste la vita fuori. Ma questo è una cosa che nessuno insegna più perché si è così dentro fino al collo che è pure difficile dirlo. Però è successo che un giorno una persona, per un stupido tiktok, ha rischiato e sta rischiando la vita. È una giovanissima e qualcuno le doveva dire che bisogna stare attenti, che non è tutto virtuale, che la vita non è virtuale e non si baratta per nessuna sfida di resistenza.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.