Tra divisioni sociali: il chiattillo napoletano

Chiattillo

Chi è il chiattillo napoletano, espressione della classe sociale “alta” di Napoli

Quasi al pari dei secoli scorsi, esistono ancora oggi delle stratificazioni sociali che distinguono le classi meno abbienti da quelle più ricche. A Napoli vi è una denominazione, negativa e buffa, propria per identificare ogni strato della popolazione: da “‘o puzzat ‘e famme”, a “ ‘o pezzente sagliuto” al “chiattillo”.

Chi sono questi personaggi?

Con la prima denominazione si fa riferimento a colui che, come si può comprendere dall’immagine e dal suono duro che l’espressione emana, muore di fame e non possiede nulla. Insomma, diremmo a Napoli: “nun tene manco ll’uocchie pe’ chiagnere”.

Il pezzente salito appartiene, invece, alla parte media della popolazione; è colui il quale, pur non navigando nell’oro, fa di tutto per apparire agli occhi degli altri come una persona agiata e facoltosa, ostentando una ricchezza che non gli appartiene del tutto o che è temporanea e fine a se stessa.

Infine c’è il chiattillo, il più mal visto di tutti, in quanto è in grado di suscitare l’invidia degli strati sociali napoletani più poveri. Il chiattillo, infatti, è per i napoletani un ragazzo che ha avuto la fortuna di nascere in una famiglia benestante e, senza il bisogno di sforzarsi, riesce a mantenere uno stile di vita ragionevole, anzi, quasi sempre altolocato.

L’origine del termine

Basandoci sulla sua traduzione letterale in italiano, essa corrisponderebbe all’espressione “figlio di papà” ma non è soltanto questo. Il termine, infatti, si rifà alle piattole, ossia i parassiti che infestano il pube umano detti anche “pidocchi del pube” (phthirus pubis) e, in particolare, alla loro forma schiacciata, nonché al fastidio che questi ultimi suscitano.

Pur essendo inteso in senso dispregiativo, è un riferimento anche un po’ scherzoso e non frutto di un vero e proprio odio pervasivo tra classi sociali, fatta eccezione per qualche situazione in cui a dominare è l’ignoranza.

Identificazione del chiattillo

Aperitivi costosi sui lidi, cene in ristoranti di lusso, macchine sportive, vestiti firmati, orologi importanti e serate in discoteca sono alcuni degli identificativi per definire l’immagine del perfetto chiattillo. Solitamente è un ragazzo di giovane età ed è proprio per questo motivo che la sua facoltà economica risulta poco giustificabile. L’unica ragione attribuibile alla sua ricchezza, in una Napoli economicamente arretrata per quanto concerne l’inserimento dei giovani al mondo del lavoro, o comunque ad attività di un certo spessore, è che è ricco di famiglia e che lavora (se lavora) all’interno dell’impresa appartenenti ai genitori.

C’è anche una collocazione abitativa che definisce la figura di questo personaggio. Per i napoletani, il chiattillo è solitamente situato nella parte “alta” di Napoli, come Vomero, Posillipo, Chiaia. Frequenta assiduamente i luoghi sopracitati, talvolta manifestando anche un’aria spocchiosa, che sembra quasi voler snobbare qualsiasi altro individuo che non sia (apparentemente) alla sua “altezza”.

Oggi questo appellativo è utilizzato sporadicamente ed è conosciuto in tutta Italia grazie al personaggio di Filippo Ferrari nella serie “Mare Fuori“, quadro perfetto dell’immagine che si tenta di spiegare, con una sola differenza legata al luogo da cui proviene: Milano.

Questione morale

Beffare su qualcuno non è mai bello, anzi talvolta è chiaro esempio di un sentimento di rabbia, rancore e gelosia per uno stile di vita che si vorrebbe raggiungere, ma bisogna ricordare che questo concetto fa parte dell’ironia e della creatività napoletana e che non deve per forza essere interpretato come un qualcosa di troppo negativo. Come vediamo anche nella serie, all’inizio vi è una difficoltà nell’instaurare un rapporto tra persone che hanno vissuto una vita completamente differente; quest’ultima è però seguita da una riuscita positiva, fondata sulla comprensione e sulla collaborazione.

Per questo motivo, la questione morale è molto delicata: utilizzare termini che appartengono alla nostra lingua per divertimento o in senso affettivo è un conto, ma la linea è davvero sottile per evitare che si possa sfociare in fenomeni di bullismo e razzismo sociale.

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