“No, mio figlio non si muove da casa!”

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Tra richieste di aiuto e soluzioni sgradite

Tra richieste di aiuto e soluzioni sgradite. La vicenda del fattorino cinquantenne, che ha tanto scosso la pubblica opinione, vittima della violenza di un branco di imbecilli cui, purtroppo, nella nostra realtà le genitrici sono perennemente gravide, mi ha fatto tornare alla mente un episodio vissuto in prima persona diversi lustri orsono.

Narrerò la vicenda utilizzando l’italiano con la raccomandazione, per chi legge, di provvedere ad una simultanea traduzione dialettale. La scena immaginata, in colloquio versione napoletana rende più pregnante l’episodio.

Tacerò, evidentemente, riferimenti diretti circa fatti, luoghi e persone.

Tra richieste di aiuto e soluzioni sgradite. Prologo e antefatto

Ero, all’epoca dell’episodio, il responsabile della segreteria particolare di un deputato della Repubblica Italiana e, generalmente, il lunedì ed il venerdì (salvo impegni nella Capitale) mi occupavo delle situazioni afferenti all’ufficio napoletano.

Ricevevo persone, appuntavo istanze, recepivo problematiche, ascoltavo esigenze. Insomma, godendo – immeritatamente – della fiducia del rappresentante istituzionale, espletavo tutto quanto era in relazione con l’elettorato afferente.

Non è certamente un mistero il fatto che, sovente, le richieste riguardassero collocazioni lavorative o interessamenti analoghi.

Durante quel periodo, una solida realtà industriale, nel settore metallurgico, necessitava di manodopera da inviare all’estero. Un “estero” assai vicino, ma comunque sempre suolo straniero. Si assicurava stipendio (assolutamente non trascurabile), un viaggio di andata e ritorno, per e dalla terra natia, ogni mese per un fine settimana e, certamente di non secondaria importanza, la formazione. Pure pagata.

L’episodio e il risultato

“Venerdì ti verrà a trovare la Signora X in compagnia del figlio. Ascoltala e poi agisci per il meglio. Valuta la situazione, verifica cosa si può fare. Ho consigliato alla Signora di telefonarti prima di arrivare in modo da concordare orario”. Così mi fu detto e, in parte così accadde.

In parte, perché durante la mattinata, mentre ero impegnato in altri colloqui, mi fu annunciato – dalla ricezione – che la Signora X e il figlio, erano arrivati e attendevano per parlarmi.

Nulla di grave, figurarsi. Dovetti farli attendere che terminassi gli appuntamenti programmati e, quindi, li ricevetti.

“Benvenuta Signora, buongiorno giovanotto”, li accolsi.

“Gradite un caffè? In cosa posso esservi utile?”

La Signora, molto garbatamente, ma senza avere alcun riscontro dal figlio, rifiutò il caffè e subito iniziò a spiegarmi.

E qui, invito i lettori ad interagire provvedendo alla simultanea traduzione di cui prima.

Dottore mio, voi non potete immaginare…questo…lo vedete? Non lavora, fa qualcosa saltuariamente, adesso poi…questo qua…aspetta pure un figlio dalla fidanzata. Non so come fare, non riesco a immaginare come posso fare tra qualche mese quando lui e la fidanzata, con il piccolo, si stabiliranno pure a casa mia”.

“Allora…giovanotto, cosa sai fare? Cosa ti appassiona? Che titolo di studio hai?”, cercai di iniziare un’utile interlocuzione con l’interessato.

La Signora, però, irruppe “Dottore mio, ma quale titolo di studio? Tiene la terza media, poi non ha più voluto studiare. Che sa fare? Niente…ogni tanto si arrangia con … omissis …, qualche periodo fa il … omissis …, ma non sa fare nulla”

L’esperienza personale mi aveva insegnato che, in certi casi, da un insignificante particolare si può tentare di intravvedere una soluzione. Tornai, quindi, alla carica incalzando: “Giovanotto, non è possibile che non hai un interesse, una passione, qualcosa che ti piaccia…dimmi tu, parlami di te…”.

Ennesimo tentativo naufragato; la Signora Madre immediatamente si reinserì: “Dottore mio…ma quale interesse? Non ci sta nessuna alternativa…non sa fare nulla…”.

Guardai la Signora e, in maniera assai determinata, obiettai: “Signora mia, ma se non lo facciamo parlare io non so nulla da lui direttamente, mi rispondete voi e io non ho neppure ancora sentito la voce di vostro figlio. Fatemi fare…fatelo parlare…allora, giovanotto, guarda me non mamma e rispondimi”.

La Signora, evidentemente sorpresa, con fare quasi rassegnato invitò il figlio: “Avanti dici tu al dottore…”

Il ragazzo, finalmente, esordì: “Non so fare molte cose, faccio … omissis … qualche volta mi chiamano per … omissis … niente di duraturo, però…”.

Al però si interruppe sbirciando lo sguardo della madre, fisso su di lui.

Intervenni prontamente: “Però? Dici, parla”.

Quasi rincuorato riprese: “Però d’estate vado da … omissis … e aiuto, mi piace molto”

Mi assicurai se avessi compreso bene e, una volta certo, chiamai il mio riferimento.

“Onorevole, la Signora sta qua con il figlio. Il ragazzo è abbastanza pratico in … omissis …, posso perseguire quella strada?”.

“Certo Raimò, tieni tutti i riferimenti e sanno che puoi chiamare. Vai avanti”, fu la risposta.

Senza proferire altre parole, tra lo stupore dei due astanti, chiamai subito. Inutile dilungarmi in altri dettagli, ma il risultato fu che potevo dare i riferimenti al ragazzo e, finalmente, avere un quadro positivo per il futuro.

“Signora cara, oggi è un giorno fortunato. Penso che abbiamo la soluzione”.

Il ragazzo si illuminò, intuendo, forse, come l’ultima informazione che mi aveva fornito fosse stata la chiave di volta.

La Signora Madre, risollevata e all’apparenza raggiante: “Dottore mio, voi che dite? Grazie, lo sapevo che prima o poi tutto si risolveva”.

Seguirono vari ringraziamenti rivolti a “Superiori Entità”.

Infine, la naturale, lecita e scontata domanda: “Di che si tratta?”

Ho bene scolpito nella mente ciò che accadde.

“Allora, il lavoro è … omissis …, nonostante il ragazzo è già abbastanza pratico avrà comunque una adeguata formazione, pure retribuita, lo stipendio sarà … omissis … con vitto e alloggio spesato…”

A questo punto il volto della Signora Madre – che intanto aveva continuato nell’osannare “Entità Superiori” – si tramuta in punto interrogativo e mi interrompe.

“Dottò…vitto e alloggio spesato?”.

Riprendo il bandolo del discorso e continuo “Sì, anche un biglietto di andata e ritorno, ogni mese per un fine settimana…”

Da faccia a forma di punto interrogativo l’aspetto della Signora Madre diventò sorpreso e contrariato.

“Dottore mio, il biglietto di andata e ritorno, vitto e alloggio spesato…ma che significa?”.

Spiego, in maniera molto pacata, alla Signora Madre che la sede del lavoro è in … omissis …

Non conosco la reazione di chi è stato morso da una tarantola, ma ho spesso sentito citarne le conseguenze, per illustrare lo stato di dolore patito da chi ne è stato vittima.

La Signora Madre, seppure di mole non proprio esile, mi parve, appunto, in preda ad una simile sofferenza. Si alzò di scatto dalla sedia, tirando il figlio per il braccio per fargli fare altrettanto.

Mi guardò e, quasi sprezzante, esclamò: “Dottò, mio figlio non si muove da casa mia”.

Alzandomi, ebbi appena il tempo di replicare: “Signora cara, tenetevi figlio, fidanzata e nascituro a casa”.

Entrambi guadagnarono frettolosamente la porta; non li vidi e neppure sentiti più.

Conclusioni

E’ evidente che lo sfortunato fattorino, fonte primaria dell’argomento avrà difficoltà obiettive a raggiungere i posti di lavoro proposti, ma a me è tornato alla mente l’episodio descritto e vissuto.

D’altra parte, l’immaginario scenario descritto, a metà primo decennio anni duemila, da un “ridanciano” consigliere comunale dell’epoca, avrà forse anche un minimo di fondamento.

Si narra che durante una manifestazione davanti Palazzo San Giacomo, per perorare lavoro, un manifestante fosse stato avvicinato – da persona con cognizioni di causa – per comprendere quali aspettative avesse.

“Non ho capito, con tutta questa gente che sta qua, proprio per me l’interesse?”, fu la replica. Si tramanda, ma non è mai stata provata la verità o l’ironia.

L’auspicio resta che a determinati, odiosi, episodi corrispondano condanne esemplari; allo sfortunato lavoratore coinvolto solidarietà, vicinanza e l’augurio di trovare, finalmente, una collocazione soddisfacente.
Tra richieste di aiuto e soluzioni sgradite, trovare la strada giusta.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.