Via dall’Afghanistan

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La fine di un’epoca?

Il Presidente statunitense Joe Biden ha annunciato il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan entro l’11 Settembre. Appresa la decisione della principale potenza coinvolta nel conflitto, la NATO non ha esitato ad affiancare gli americani, annunciando a sua volta il ritiro dei contingenti a partire dal 1 Maggio. A spiegare la posizione della NATO, adottata in modo tempestivo subito dopo quella di Washington, è stato proprio il Segretario di Stato americano Antony Blinken, ricordando come la strategia condivisa all’interno dell’alleanza nordatlantica sia sempre stata quella di: “entrare insieme, adattarsi insieme, uscirne insieme”.

Si tratta di una decisione storica, con forti implicazioni politiche; ma soprattutto enormi dubbi sul futuro del paese. Le forze armate americane costituiscono la netta maggioranza delle truppe NATO presenti nel territorio (circa 2.500 americani sui 10.000 della NATO); per questa ragione la decisione di Washington risulta come, de facto, una decisione dell’intera alleanza.

La svolta di un conflitto lungo e contestato

La guerra in Afghanistan ha ormai compiuto 20 anni; si tratta del conflitto più lungo in cui gli Stati Uniti siano mai stati impegnati. Parallelamente all’invasione dell’Iraq, il conflitto afghano è stato oggetto di numerose critiche da parte dell’opinione pubblica, soprattutto in relazione alle motivazioni che hanno spinto l’Occidente ad intervenire militarmente nel paese.

A 20 anni dall’inizio della guerra, è difficile trarre un bilancio nettamente positivo sugli interventi messi in campo.
Alla lotta contro i Talebani, si è affiancato un costante e progressivo tentativo di riformare il settore della sicurezza attraverso le metodologie previste dal SSR (Security Sector Reform) per preparare al meglio sia i corpi di polizia, sia le forze armate, a contrastare efficacemente i gruppi armati talebani. Allo stesso tempo, si è cercato di intervenire sul piano economico, promuovendo una riqualificazione delle aree rurali ed una riconversione delle attività economiche illecite (si pensi alla coltivazione dell’oppio) attraverso la differenziazione e l’innovazione.

Purtroppo, i risultati non sono stati dei migliori. Il territorio ha mostrato una forte resistenza alla riconversione e trasformazione delle attività economiche; evidenziando un chiaro attaccamento ai meccanismi più storici e tradizionali, radicati nella regione; il che non ha giovato alla lotta al narcotraffico e quindi ai Talebani (l’oppio è la loro principale fonte di finanziamento).

Eppure la svolta sembrava essere vicina. A Settembre, in Qatar, si era avviato un dialogo storico tra i Talebani e il governo afghano di Kabul. Le negoziazioni per la pace tra le due parti stavano avanzando, seppur con molta lentezza e difficoltà. Appare evidente come, la decisione statunitense, lasci enormi perplessità sul futuro del paese e sui rischi che il ritiro possa comportare per le negoziazioni in corso.

Quale futuro per l’Afghanistan?

Il conflitto afghano e quello iracheno hanno segnato un’epoca. Vengono considerati dalla maggior parte degli studiosi di relazioni internazionali e non, come dei punti di svolta, dei cambiamenti storici. Con l’inizio di queste due guerre sono cambiate le tecniche e tecnologie militari, sono cambiati gli obiettivi, i rapporti di forza internazionali; sostanzialmente, sono cambiati gli approcci ai conflitti. Per queste ragioni, il futuro di questo conflitto e le conseguenze relative al ritiro, necessitano di un’attenzione particolare, perché potrebbe trattarsi della fine di un’epoca.

Le domande che ci si pone adesso sono molte, ma sicuramente i dubbi maggiori riguardano il comportamento dei Talebani dopo il ritiro. In particolare, cosa faranno ora? Vi è un rischio concreto di tornare ad un conflitto civile ad alta intensità? C’è una possibilità che i Talebani tentino di invadere Kabul per riconquistare il potere nel paese? Sono tutte questioni che certamente trasmettono una forte tensione tra la gente e tra le parti interessate. In un’intervista alla BBC, un esponente dei talebani sostiene che gli USA abbiano perso la guerra e che questa decisione ne sia la dimostrazione. Non esclude la possibilità di un ritorno alle armi (alla Jihad); ma non nega neanche il potenziale raggiungimento di un accordo di pace. Affidandosi pienamente, in modo forse un pò contraddittorio, al gruppo politico talebano che guida le negoziazioni in Qatar.

Queste parole rappresentano in modo chiaro l’incertezza sul futuro dell’Afghanistan, vittima da troppo tempo di un conflitto infinito e che, dinanzi ad un iniziale spiraglio di speranza, teme ora di sprofondare nuovamente nell’abisso della violenza diffusa.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.